brexit e tendenze di voto

La geografia elettorale del dopo crisi

di Gianmarco Ottaviano


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3' di lettura

Dal World economic forum alla Brexit gli impegni politici internazionali di questi giorni sono legati da un filo rosso. Con l’edizione di quest’anno, l’evento di Davos ha compiuto cinquant’anni. Al di là delle emergenze che in questo periodo non mancano di certo, il tema di fondo scelto per il mezzo secolo è stato la promozione di una coalizione di interessi volta a creare un mondo più coeso e sostenibile. I sottotemi sono andati dalla salute all’ambiente, dalla tecnologia alla geopolitica, dall’impresa responsabile al futuro del lavoro e a un sistema economico più giusto nei confronti di tutti. Nonostante l’impegno ecumenico, al Forum hanno partecipato prevalentemente ricchi e potenti. Per questo i più critici hanno parlato di una riunione di famiglia delle élite planetarie.

Paradossalmente, tra i più critici in passato c’è stato anche l’attuale primo ministro britannico Boris Johnson, che nel 2013 definì l’evento di Davos «una grandiosa costellazione di ego impegnati in enormi orge di adulazione reciproca». Mentre allora Johnson ci andò comunque quale sindaco della prosperosa Londra, questa volta non solo non ci è andato, ma ha anche proibito a tutti i suoi ministri di partecipare. La ragione ufficiale è che, a pochi giorni dalla Brexit, sarebbe stato meglio concentrarsi sui problemi dei cittadini.

Si è trattato però soprattutto di una mossa mediatica, volta a mandare un segnale di vicinanza ai nuovi elettori pro-Brexit del partito conservatore. Quelli che, grazie a un sistema maggioritario a livello di singolo distretto elettorale, hanno regalato a Johnson una maggioranza schiacciante in Parlamento, nonostante i candidati favorevoli a rimanere nell’Ue abbiano battuto quelli contrari di circa 1,7 milioni di voti. Per questo esito un effetto trainante l’hanno avuto le contee del nord dell’Inghilterra e delle Midlands, regioni di antiche tradizioni minerarie e industriali, che per decenni prima delle ultime elezioni non avevano mai votato per il partito conservatore. La combinazione di sentimenti pro-Brexit e di una leadership poco credibile in campo laburista ha permesso a Johnson di ottenere un risultato senza precedenti.

Tuttavia, non tutti questi territori sono diventati conservatori. La maggioranza del voto per Johnson si è concentrato nei piccoli centri collocati ai margini di città di più grandi dimensioni e di maggior successo. Si tratta di un nuovo tipo di elettore conservatore: colletti blu che abitano in aree più povere dei bacini da cui il partito del primo ministro trae tradizionalmente il proprio sostegno. Prima di queste elezioni, il salario medio orario di un’area rappresentata da un parlamentare conservatore era di circa 18 euro e solo 17 seggi conservatori venivano dalla quarta parte più povera dell’Inghilterra. Nel nuovo parlamento il salario medio orario di un seggio conservatore è sceso a circa 16 euro e ben 35 seggi provengono dalla quarta parte più povera dell’Inghilterra.

Oltre alla dimensione geografica, ce n’è anche una demografica: il partito conservatore ha ottenuto il 57% e il 67% dei voti tra gli elettori con rispettivamente più di 60 e 70 anni di età. Ma la dimensione demografica non si sovrappone perfettamente a quella geografica. L’elettore conservatore è diventato un po’ più giovane, dal momento che l’età alla quale un suddito britannico cessa di votare con maggiore probabilità per i laburisti e comincia a sostenere con maggiore probabilità i conservatori è passata da 47 anni nel 2017 a 39 nel 2019. La divisione politica sempre più netta tra piccoli e grandi centri, unita al fatto che i conservatori debbano rispondere anche a un nuovo tipo di elettore diverso da quello con cui sono abituati a interagire, è una sfida per Johnson.

La crescente divisione economica e politica su base geografica non è però un fenomeno solamente britannico. La stiamo vivendo anche nel nostro Paese. In Lombardia alle ultime elezioni europee la Lega è stato il partito preferito dal 43,4% dei votanti, seguito dal Pd al 23%. A Milano però i risultati sono stati opposti: il Pd ha vinto in città con il 36% dei voti, seguito dalla Lega con il 27,4%. Questo risultato è stato trainato dalle zone più centrali: anche nell’area metropolitana la Lega è arrivata prima, sebbene con uno scarto più risicato. La stessa divisione tra grandi e piccoli centri, tra aree più e meno dinamiche economicamente, vale anche in altre regioni italiane. Nelle recenti elezioni in Emilia-Romagna, a eccezione di Piacenza, tutte le principali città lungo la via Emilia, vera spina dorsale dell’economia regionale, hanno votato prevalentemente per il Pd, mentre la Lega si è affermata soprattutto altrove.

Specifico al Regno Unito è invece il fatto che, a volersi fare improbabile bandiera delle aree meno agiate del Paese, è un figlio prediletto della meglio élite di sua maestà, 42esimo primo ministro britannico (su 55) ad avere frequentato una delle due più esclusive università inglesi, Oxford e Cambridge. A proposito di elitarie «orge di adulazione reciproca».

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