casi giudiziari

La geolocalizzazione dei «like» per capire i gusti delle persone: ecco la startup milanese che ha sconfitto Facebook

Copiata la app sviluppata da Business Competence: il social network condannato a risarcire 3,8 milioni di euro per violazione dei diritti d’autore.

di Marco Trabucchi

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3' di lettura

Davide contro Golia: il nano che ha sconfitto il gigante. È la storia che ha coinvolto una piccola software house milanese contro il colosso di Mark Zuckerberg ed è destinata a diventare un casus belli sulla concorrenza sleale e l’abuso di potere dominante in ambito tecnologico.

La vicenda inizia nel 2012, quando Business Competence, allora una piccola start up attiva dal 2007, lancia l'applicazione Faround (in origine chiamata Facearound). Si trattava di un'app integrata nel social network, ma progettata interamente dalla software house milanese, quindi esterna.

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Le app per Facebook permettono alle aziende terze che le sviluppano di accedere alle informazioni presenti sul social network (profili utente, amicizie, like, commenti, pagine e inserzioni) e Faround aveva nella geolocalizzazione il suo motore trainante grazie al quale, individuando l'esatta posizione di una persona e analizzando i suoi gusti e le sue preferenze captate dai like, era in grado di consigliare punti d'interesse, ristoranti o bar vicini.

Tutte le app esterne si possono usare solo all'interno dell'ecosistema Facebook e le informazioni possono essere fruite solamente tramite API (interazioni a basso livello), gli strumenti che Facebook mette a disposizione degli sviluppatori esterni.

Per accedere alla piattaforma ed essere operative le app per Facebook devono seguire il medesimo iter di approvazione. Un processo che dopo lo scandalo Cambridge Analytica (anch'essa app all'interno di Facebook), si è complicato molto.

Una volta concluso l'iter di approvazione, dopo soli due mesi dal lancio di Faround, nel dicembre dello stesso anno, il colosso californiano aveva proposto agli utenti di scaricare la sua Nearby, app, secondo Business Competence, identica alla propria per “concept e format”, ad eccezione soltanto degli aspetti grafici.

La piccola start up, dopo un primo momento di smarrimento, decide di fare causa al colosso americano coadiuvata dallo Studio Spolidoro di Milano.«Violazione del diritto d'autore e «appropriazione parassitaria di investimenti altrui», è la tesi dei giudici civili di primo grado che, alla fine del 2016, nella fase cautelare del procedimento, respingono la richiesta di Facebook di sospendere l'esecutività della sentenza di primo grado.

E qualche giorno fa la Corte d'Appello di Milano ha rivisto la sentenza di primo grado, rincarando l'importo dovuto a Business Competence per violazione del diritto d'autore, aggiungendo uno zero, 3,8 milioni di euro di danni – contro i 350mila euro stabiliti in primo grado un anno prima.

«Quella del lancio di Nearby è stata una coincidenza significativa, in un periodo in cui riponevamo grandi speranze nel progetto Faround, il più importante fino ad allora, per il quale avevamo investito risorse economiche per noi ingenti - racconta Sara Colnago, CEO di Business Competence -. La cosa che ci fa più piacere è che abbiamo avuto un'idea brillante, le competenze e la capacità di realizzarla. Nel 2012 eravamo una piccola realtà misconosciuta e quando abbiamo preso la decisione di sfidare il colosso Facebook tutti ci davano per pazzi, dicendo che stavamo buttando via soldi ed energie. Dal canto nostro, scottati dal fatto che abbiamo buttato in fumo tutto lo sviluppo dell'app, eravamo sicuri della trasparenza della nostra situazione».

Nella sentenza, scrive la Corte, non esistono prove che «Nearby Places sia stata sviluppata in modo autonomo da Facebook rispetto a Faround». A questo proposito il Ctu, ovvero il perito tecnico incaricato dal Tribunale, aveva messo in evidenza che la validazione di una applicazione consente a Facebook di comprenderne il funzionamento durante la navigazione; analizzare le modalità con le quali l'applicazione colloquia con il social network sfruttando le Api.

Intanto l'attività di Business Competence – che spazia dalla creazione di siti web, piattaforme di e-commerce, Seo, web app e smart working - continua con successo, soprattutto in un contesto in cui la digitalizzazione è diventata urgente e necessaria per le aziende italiane.

«Nel 2020 abbiamo lavorato tantissimo, sia in contesti di grosse corporation dove i progetti hanno acquisito priorità più rilevante, sia per aziende piccole e medie. Tra i lavori più significativi abbiamo realizzato un'app aziendale per il monitoraggio e la gestione del personale e poi un'app di supporto alla forza vendita in ambito retail centrata sull'analisi dei dati. La necessità di leggere tempestivamente i dati di vendita è diventata un'esigenza fondamentale per le aziende per reagire in maniera immediata sul mercato e sulle politiche di vendita. Per le piccole e medie aziende abbiamo invece lavorato molto sull'abilitazione di piattaforme di e-commerce, un modo per compensare le perdite di business dovute alla pandemia. Questo è il vero significato dell'innovazione: sfruttare ingegno e competenze per reagire a situazioni spiacevoli», conclude il Ceo Sara Colnago.

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