IL PASSATO CHE TORNA

La Germania e la piaga del neonazismo, dalla polizia all’Europarlamento

di Alberto Magnani


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6' di lettura

A Francoforte sul Meno, capitale finanziaria della Germania, cinque poliziotti sono stati sospesi con l’accusa di appartenere a un network neonazista. Lo stesso gruppo che, nell’agosto 2018, aveva minacciato via fax di «macellare» la figlia di due anni dell’avvocatessa turco-tedesca Seda Basay-Yildiz. Il messaggio, anonimo, riportava solo una firma collettiva: «NSU 2.0». Una nuova versione di Nationalsozialistischer Untergrund, il gruppo terroristico di ultradestra incastrato nel 2011 dopo 13 anni di attività, 10 omicidi (tra le vittime nove turchi e un greco), 14 rapine e due attacchi bomba andati a vuoto.

Basay-Yildiz, 42 anni, è nota per aver difeso Sami A, presunta ex guardia del corpo di Osama Bin Laden, ma anche e soprattutto per aver assisistito nel processo contro la Nsu la vedova di Enver Şimşek: un fioraio 38enne di origine turca, freddato nella sua serra di Norimberga dai neonazisti con un colpo nel viso il 9 settembre del 2000. Il primo a cadere su una scia di sangue che sarebbe diventata nota come il Döner-Morde, «gli omicidi del kebab», anche se solo una delle vittime lavorava in una degli stand alimentari che spopolano in Germania e nel resto d’Europa. L’episodio di cronaca ha rialzato la pressione sui legami fra destra radicale e forze dell’ordine, già ambigui ai tempi della prima Nsu. Oltre a far emergere, ancora una volta, il tabù del neonazismo, censurato dal codice penale tedesco ma tornato alla ribalta negli anni della crisi.

Il legame tra polizia, servizi e destra radicale
Il primo campanello d’allarme è il feeling fra la polizia e ambienti neonazisti, per ovvie ragioni proibiti dal dettato costituzionale. Il caso della polizia di Francoforte sta creando una certa inquietudine, anche perché gli inquirenti temono che il circuito sia molto più esteso di quanto appare dal “solo” episodio delle minacce a Seda Basay-Yildiz. I cinque agenti di Francoforte, quattro uomini e una donna, sono stati traditi da una chat dove si scambiavano foto di Hiter, svastiche e notizie razziste: il contatto di uno di loro è risultato lo stesso associato a un computer della polizia, utilizzato per fare ricerche «immotivate» sull’avvocatessa ed estrorcere dati sensibili come il suo indirizzo di casa. Quello che avrebbe poi ricevuto il fax indirizzato alla «scrofa turca», paventando vendette con un verbo che si usa in macelleria: schlachten, abbattere.
Visti i precedenti di forze dell’ordine e intelligence, non sorprende che la Procura tema risolti nazionali e i Verdi abbiano chiesto «verifiche indipendenti». Ai tempi delle investigazioni sulla prima Nsu la polizia si distinse per alcuni tentativi di depistaggio, inclusa la tesi che gli omicidi fossero da attribuire a gang di stranieri. Più di recente ha mandato in crisi il governo Merkel il caso di Hans-Georg Maaßen: l’ex numero uno della Bundesamt für Verfassungsschutz, l’agenzia federale di sicurezza tedesca, destituto (e poi promosso, con scandalo annesso) per aver negato le aggressioni che si sono consumate nella città di Chemnitz, dove lo scorso 26 agosto un gruppo di neonazisti si è dato alla caccia all’uomo nei confronti di uno straniero dopo l’omicidio di un falegname tedesco.

La forza elettorale (e quella nascosta) dei neonazisti
Fuori dall’eversione in senso stretto, i gruppi accusati di simpatie nazistoidi rimangono inchiodati a percentuali modeste. O minime. Il Partito nazionaldemocratico tedesco, ritenuto la forza più simile all’etichetta (illegale) del neonazismo, non si è mai avvicinato in mezzo secolo di vita alla soglia del 5% necessaria all’ingresso nel Bundestag. Il repertorio è simile a quello del neofascismo europeo, con una certa insistenza sull’immigrazione (che minaccia la «sopravvivenza del popolo tedesco»), antieuropeismo, astio per il governo Merkel, antisionismo e una certa vicinanza alla Russia di Putin, vittima di «inaccettabili discriminazioni» dall’Europa. Alle ultime elezioni, nel settembre 2017, il partito è riuscito a ridurre di due terzi l’1,4% conquistato quattro anni prima: o,4% dei consensi e nessun seggio al parlamento. In compenso il «partito dei patrioti» occupa dal 2014 uno scranno all’Europarlamento, dove siede il suo leader Udo Voigt, ex capitano dell’aeronautica tedesca e militante dell’Npd dall’età di 16 anni. Voigt si è fatto notare di recente a Marrakech, fuori dal vertice Onu per l’approvazione del documento Global compact: in una ripresa diffusa dal suo staff lo si vede circolare con un cartello («L’immigrazione uccide la Germania») fra i delegati del summit, prima di essere accompagnato all’uscita da un uomo della sicurezza.

Il caso della Afd
Le pulsioni sovraniste che alimentavano l’Npd sono state intercettate e ampliate dalla nuova spina nel fianco della Grosse koalition tedesca: Alternative für Deutschland, un partito euroscettico fondato nel 2013 dall’economista tedesco Bernd Lucke. Lucke è uscito di scena nel 2015 in polemica con la sua stessa creatura, finita nelle «mani sbagliate» rispetto allo spirito originario. Forse si riferiva alla virata a destra del partito, che però è stata anche la ragione del suo successo elettorale. L’Afd ha conquistato 92 dei 709 seggi al Bundestag nelle elezioni del 2017 e occupa 188 scranni sui 1.821 distribuiti fra i parlamenti dei 16 Lander tedeschi. La sua coleader Alice Weidel, che si spartisce il timone del partito con l’ex Cdu Alexander Gauland, ha costruito il suo consenso politico su critiche alla gestione dei migranti di Angela Merkel e dosi occasionali di euroscetticismo.

L’Afd ha fatto di tutto per scrollarsi di dosso qualsiasi affiliazione ad ambienti neonazisti, arrivando ad espellere membri vicini alla destra radicale. Su scala internazionale è scoccata la scintilla con le cosiddette forze sovraniste, salvo riservare qualche affondo ai - possibili - alleati del Sud Europa. Come l’Italia di Matteo Salvini, attaccata per il suo tentativo di sfondare l’asticella del deficit prefissata da Bruxelles. Il repulisti di immagine, però, non basta ad affrancare completamente l’Afd dalla reputazione di forza populista, capace di strappare voti sia all’ultradestra sia alle correnti più conservatrici della Cdu. Facendo il pieno nelle regioni dell’ex Germania Est, dove la chiusura degli anni della Guerra Fredda si è trasformata in un’impermeabilità, ostile, all’esterno e al resto del Paese.

Le due Germanie e gli anticorpi democratici
Un’analisi a cura di Bruegel, un think tank, propone una fotografia dell’elettore medio che sembra ricalcata su quello di quasi tutte le forz nazionaliste europee (e nordamericane): tasso di scolarizzazione medio-basso, residenza nelle aree rurali, età avanzata, ostilità preconcetta ai migranti. Il dettaglio che lo caratterizza come movimento tedesco è la sua popolarità negli stati dell’ex Germania dell’Est, dove povertà e polarizzazione sociale sono una miccia che ha fatto esplodere il risentimento verso la globalizzazione e le spinte xenofobe. Nei Länder che furono della Ddr, la Germania orientale a controllo sovietico, la destra nazionalista attinge voti dallo scontento di una popolazione che si è svegliata più povera e isolata dopo l’unificazione. Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, il lander settentrionale che ospita il vecchio distretto di Rostock, il reddito pro capite a prezzi correnti si aggirava nel 2017 a una media di 26.560 euro: quasi la metà rispetto alle “occidentali” Baviera (45.810 euro) e Brema (49.570 euro), per non parlare neppure di Amburgo (64.567 euro). Nel collegio di Görlitz, schiacciato sul confine a est con la Polonia, l’Afd è riuscita ad aggiudicarsi il 32,5% dei consensi, più di tre volte il 9,3% preservato dal morente partito socialdemocratico. La destra nazionalista, sia pure nella forma ’annacquata’ della Afd, ha saputo intercettare la frustrazione di province che si sentono distanti dal resto della Germania.

La Germania, in teoria, vanta anticorpi robusti per frenare il revival di forze neonaziste. La sezione 86a del codice penale tedesco (Strafgesetzbuch) vieta esposizione e distribuzione di simboli «incostituzionali»,con pena fino ai tre anni di carcere per chi esibisce simboli propagandistici del Terzo Reich. Il quotidiano tedesco Handelsblatt ricorda casi recenti come quello di Marcel Zech, un militante della Npd condannato a otto mesi di reclusione per un tatuaggio che raffigura le torrette di un campo di concentramento con una didascalia che si voleva ironica («A ognuno il suo»). La stessa esistenza di un partito come la Nfd è stata contestata in sede legale, viste i richiami fin troppo evidenti all’ideologia nazionalsocialista. A salvare la sigla politica è stata, paradossalmente, la sua inconsistenza elettorale. La Corte di cassazione federale, il tribunale di ultima istanza nel diritto tedesco, ha respinto nel 2013 la proposta di mettere al bando il partito, ritenendo che non ci fossero «prove tangibili» per ritenere insidioso un partito che conta poche migliaia di iscritti e ha registrato meno di 200mila preferenze su scala nazionale. Eppure, la repressione formale delle icone e l’istituzionalizzazione della destra estrema non bastano ad arginare il fenomeno. Né gli effetti collaterali della propaganda nazionalista, come le aggressioni a migranti. Secondo dati diffusi dal governo in un’interrogazione parlamentare, in Germania si sono registrati oltre 3.500 attacchi solo nel 2016. È vero che si parlava di un anno di picco della crisi migratoria, e non tutte le violenze sono attruibuibili a militanti dell’ultradestra locale. Però il clima di tensione è rimasto nell’aria, facendo affiorare casi come quello di una variante 2.0 dei nazisti della Nsu. Nel fax inviato all’avvocatessa Basay-Yildiz c’era una minaccia che lo distilla in poche parole: «Non distruggerai la Germania».

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