ANTIMAFIA

La gestione dell’acqua prende fuoco in Sicilia

di Roberto Galullo


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3' di lettura

Il 16 febbraio 2016 la presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi, in conferenza stampa nella prefettura di Agrigento, aveva sorpreso tutti. «Abbiamo preso in esame il caso della gestione delle acque - disse con a fianco il vicepresidente Claudio Fava - . Ci sono indagini della magistratura in corso e c'è la vigilanza da parte della Prefettura. Penso che dopo questa giornata di audizioni, approfondiremo. Noi prediamo in esame l'aspetto dell'influenza mafiosa, mentre l'aspetto tecnico è affidato ad altri».

I senatori siciliani Mario Michele Giarrusso e Giuseppe Pagano, che accompagnavano la presidente nel tour siciliano, furono tra i pochi a non essere sorpresi, anche quando Bindi affondò il dito nella piaga. «Dopo aver ascoltato prefetto e comitato di sicurezza - proseguì la presidente - credo che la nostra commissione non potrà non sentire i vertici della società che gestisce le acque di questa provincia. I problemi che sono emersi sono talmente tanti e noi non possiamo non fare la nostra parte per fare chiarezza. L'acqua è essenziale per una comunità che non può subire i depuratori che non funzionano, i contatori cinesi, le gare d'appalto poco chiare e quindi penso che ci saranno degli sviluppi». Dunque, annunciò Bindi, i massimi esponenti di Girgenti acque, con il suo presidente Marco Campione in testa, saranno auditi dalla Commissione antimafia per ottenere risposte rispetto a una situazione generale prospettata non certo lusinghiera.

A oggi non c'è stata alcuna audizione di Campione ma l'attenzione dello Stato e delle procure sulla gestione idrica in Sicilia non è certo scemata. Il procuratore aggiunto di Agrigento Ignazio Fonzo già il 12 marzo 2015, davanti alla Commissione bicamerale sugli illeciti ambientali, si trovò di fronte a un fuoco di fila di domande di fronte alle quali oppose il segreto istruttorio. Una cosa però la disse: «Nel nostro territorio c'è un'altra grossissima problematica, che è quella collegata allo smaltimento delle acque reflue. Il nostro è un territorio nel quale si opera anche da parte di società concessionarie con costi che sono i più elevati sull'intero territorio nazionale. Non esiste però alcun tipo di depurazione. Lo sversamento delle acque reflue avviene in mare, in una maniera che, secondo i nostri accertamenti, determina un grave inquinamento ambientale”.

La politica ha tenuto alta la guardia. Il 24 febbraio 2016 il sindaco di Palermo e presidente dell'Anci Sicilia Leoluca Orlando, a margine di un incontro al Ministero dell'Interno, tornò a rappresentare ai vertici del ministero e della polizia «gli ostacoli interni all'Amap e frapposti da parte della Regione alla gestione pubblica e metropolitana dell'acqua». E subito dopo Orlando sollevò l'assenza di trasparenza, che è la ragione principale per la quale gli appetiti della criminalità (organizzata o meno) in Sicilia sono altissimi in un settore nel quale gli investimenti e i flussi di denaro sono ingenti. «Palermo è l'unica realtà della Sicilia, probabilmente fra le pochissime in Italia - disse Orlando - in cui il ciclo dei rifiuti e quello dell'acqua sono gestiti senza appalti privati. Se qualcuno cerca qualcosa che assomigli alla nuova mafia la cerchi nel settore dell'acqua e dei rifiuti».

Un' affermazone grave alla quale non solo rispose duramente Assindustria Sicilia ma anche il Governatore Rosario Crocetta nell'audizione in commissione parlamentare antimafia il 4 ottobre 2016. Buona parte delle sue dichiarazioni furono secretate. Agli atti della commissione resta invece visibile la battuta di Crocetta su quanto accaduto in quell'estate a Messina: «La condotta idrica realizzata dalla protezione civile che doveva fornire l'acqua a Messina - disse ironicamente - ha preso fuoco. Anche questo è uno dei pochi casi mondiali in cui l'acqua prende fuoco».
R.galullo@ilsole24ore.com

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