Strategie

La gestione delle flotte costa dal 10 al 20% in più del previsto

Allarme dei fleet manager: il rispetto del Total cost of ownership previsto è una chimera. Onorato (Deloitte): «Necessario usare i software per il monitoraggio ma la frontiera è il MaaS»

di Laura La Posta


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(AdobeStock)

3' di lettura

I costi di gestione delle auto aziendali non scendono, nonostante le app e i software sempre più diffusi per il monitoraggio delle prestazioni. Anzi, il Total cost of ownership (Tco), che pure rappresenta il parametro principale di valutazione dei fleet manager, è spesso più alto di quanto prefigurato al momento della scelta della car list e del noleggiatore. Dal 10 al 20% in più del previsto, alla fine del lifecycle aziendale, secondo Aiaga, l’associazione italiana acquirenti e gestori di auto aziendali, presieduta da Giovanni Tortorici.

L’incubo deprezzamento
Partiamo dalla torta, indigesta trattandosi di costi, del Tco, fotografata dallo studio di Deloitte «Fleet management in Europe». La svalutazione dei veicoli alla fine del ciclo di vita aziendale è la voce che impatta di più, con una media del 41% del Tco. Il valore residuo di un’auto, dopo 4-6 anni di impiego, è una scommessa che si fa troppo in anticipo per essere attendibile. E le incertezze delle regolamentazioni sulle motorizzazioni – si veda il bando al diesel annunciato da molte città e alcuni Stati – possono concorrere ad abbassare il valore residuo di un’auto la cui alimentazione è stata penalizzata.

È quindi importante riflettere bene sulla scelta delle motorizzazioni, anche con l’aiuto di consulenti o società di outsourcing di servizi di fleet management, e provare a spuntare un buon prezzo d’acquisto attraverso gare per l’acquisto di veicoli o la scelta del noleggiatore. Anche focalizzarsi su una car list compatta può aiutare a creare un tesoretto di risparmio. Allungare oltre i 4 anni la durata dei contratti di noleggio, invece, può essere dannoso, in quanto l’estensione del lifecycle abbassa il valore residuo. Purtroppo è quanto fatto dalla maggior parte delle aziende negli ultimi anni. Non bisogna meravigliarsi, poi, che le previsioni si rivelino erronee.

Consumi e manutenzione al top
La seconda voce della Tco è costituita dai consumi (il 20% secondo Deloitte). Una spesa difficile da abbassare, vista l’esiguità delle elettriche e ibride nelle flotte e la “caccia alle streghe” contro il diesel, che costa meno e ha minori emissioni della benzina ma sconta una flessione dovuta alla cattiva reputazione. La terza fetta della Tco è rappresentata dal capitolo manutenzione, riparazioni, pneumatici, assistenza stradale. Vale il 15% secondo Deloitte. Le società di noleggio hanno già compresso negli anni questi costi, con politiche aggressive con le officine, imponendo prezzi bassi e fornitura diretta dei pezzi di ricambio, senza più ricarichi. Questa voce di spesa sembra quindi incomprimibile. Anzi, pare destinata ad aumentare, visti gli investimenti delle officine in strumentazioni tecnologiche e in formazione per i meccanici, necessarie per mettere le mani sulle auto connesse. Le elettriche, in crescita costante, hanno meno pezzi di ricambio e sono meno soggette a usura e rotture, ma la loro complessità unita alla scarsità di meccanici preparati potrebbe fare aumentare il costo delle riparazioni. Su altre fette della Tco - le tasse, gli interessi sui finanziamenti e i pedaggi - non si può incidere. La gestione della flotta costa solo il 2%. C’è ancora margine per negoziare spese più basse di assicurazione, che ora incidono per l’8%. Il calo delle tariffe delle polizze e la diffusione delle scatole nere, che fanno abbassare i costi, sono trend ancora attuali.

Sfide e soluzioni
Che fare, allora, per tenere sotto controllo la Tco? «Innanzitutto bisogna fare scelte oculate in origine sulla scelta dei mezzi - raccomanda Luigi Onorato, partner responsabile Future of mobility di Deloitte Italia -. Poi conviene usare le app per la gestione delle flotte messe a disposizione da noleggiatori, outsourcer o fornitori, perché garantiscono un monitoraggio costante e smart delle vetture. In futuro, si potrebbe usare meglio le scatole nere, che contengono dati preziosi per migliorare la gestione delle auto».

Ma in fondo, il rispetto della Tco prevista sembra una chimera, sul lungo periodo. Non a caso, si tratta di un parametro obsoleto, che non descrive la bravura di un fleet manager. «Ora si parla di Total cost of mobility - spiega Onorato -, perché bisogna prendere in esame tutti gli spostamenti di merci e persone e non solo quelli su gomma più inquinanti. Anzi, la frontiera è il MaaS (Mobility as a service), che considera anche fenomeni in crescita come il car sharing e il car pooling. E soprattutto, un buon fleet manager si vede dalla sicurezza garantita agli utenti, dalla formazione erogata per ridurre i rischi e migliorare lo stile di guida, dalla soddisfazione dei driver. Il Total cost of ownership non è tutto. E in ogni caso la sua fedeltà è un sogno forse irraggiungibile».

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