Torino

La Giara vigorosa di Zappalà

Al Teatro Regio i temi peculiari dell'atavica cultura siciliana

di Silvia Poletti


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2' di lettura

Il recupero della “commedia musicale e coreografica” di Alfredo Casella La Giara ha oggi una sua ragion d'essere soprattutto nell'incontro tra una partitura musicale frutto riconoscibile di una precisa temperie storica e culturale e un coreografo che ne sappia in qualche modo evidenziare i valori assoluti. La Giara era stata commissionata nel 1924 da Rolf De Maré per i Ballets Suedois, allora in piena concorrenza con i Ballets Russes di Diaghilev: al trionfale Tricorne di De Falla-Massine-Picasso dei “russi” De Marè voleva infatti rispondere con qualcosa di altrettanto pittoresco. E così il racconto campestre di Luigi Pirandello trovò nel luminoso allestimento di Giorgio De Chirico e le danze di Jean Borlin una forma teatrale che alla Parigi del tempo piacque molto per “ la colorita atmosfere e la prorompente vitalità coreografica”.

Roberto Zappalà. La Giara (Foto Andrea Macchia)

Nondimeno a parte una famosa versione di Aurel Milloss del 1958 la fortuna del balletto è stata modesta e i pochi recuperi recenti ( Enzo Cosimi con la fu MaggioDanza al Comunale di Firenze nel 1991) presto archiviati.

Allora quali i motivi di interesse di questa Giara presentata in prima assoluta al Regio di Torino ( in dittico con Cavalleria Rusticana per la regia di Gabriele Lavia)? Il fatto, appunto, che per riallestirla il Regio abbia invitato il coreografo catanese Roberto Zappalà, che da anni ha incentrato la sua ricerca sul “rimappare la Sicilia” ovvero sull' enucleare e tradurre certi segni e temi peculiari dell'atavica cultura isolana in dinamiche e gesti di danza dal segno contemporaneo, mischiando, spesso in maniera suadente la forza metaforica della danza e il mirato taglio teatrale.

Roberto Zappalà. La Giara (Foto Andrea Macchia)

Per questa Giara, rifuggendo l'intreccio pirandelliano, Zappalà opta per una azione simbolica, chiusa in uno spazio protettivo come il ventre di quell'orcio di cui noi vediamo l'enorme, bellissima imboccatura. Dentro di essa undici barbuti danzatori in sgargianti calzamaglie dai motivi delle ceramiche di Caltagirone si muovono con atletismo trattenuto, spesso in gruppi all'unisono, che palpitano, scalciano, lanciano grida e braccia al cielo. Qualcosa di primordiale -anche se l'energia è ondivaga- riecheggia in questa bizzarra masnada pesantemente radicata alla terra, ma sempre protesa verso l'alto: ci potrebbe far pensare a un arcaico rito virile, a una forza terrestre che sobbolle prima di esplodere rigogliosa. Qualche gesto ispido, il brandire di un cappelluccio conico che ricorda il bastone per la battitura delle olive, rimanda al tema agreste, ma poi il coreografo eccede nei filosofemi, arriva ad alludere a Pinocchio e alla Balena, si perde in non richiesti intellettualismi. Piuttosto, se l'idea di un “Sacre” siciliano di partenza è accattivante, a renderla distopica è proprio la musica di Casella, che rimanda sì a Stravinsky ma non a quello del Sacre du printemps, bensì a quello ormai riconvertito all'ordine neoclassico. I due mondi si sfiorano, insomma, senza compenetrare davvero: negli occhi resta il vigore possente della danza di Zappalà; nelle orecchie risuona la grazia profumata delle melodie di Casella. Il pubblico comunque mostra di gradire e applaude calorosamente.

La Giara
musica di Alfredo Casella
regia e coreografia Roberto Zappalà
compagnia Zappalàdanza
Cavalleria Rusticana
musica di Pietro Mascagni
regia Gabriele Lavia

www.teatroregio.torino.it

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