diritto del lavoro

La gig economy non si governa rifiutando la modernità

di Attilio Pavone


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(Adobe Stock)

3' di lettura

La conversione in legge del “decreto crisi”, che ha introdotto nuove regole per il lavoro svolto mediante piattaforme digitali e stretto le maglie delle collaborazioni etorodirette, ripropone la questione del trattamento normativo da riservare ai lavoratori della gig economy.

Il dibattito giuridico sul punto è tuttavia attraversato da una macroscopica contraddizione: si continua a parlare di un fenomeno nuovo utilizzando strumenti inadatti a coglierne gli aspetti più innovativi. Ogni giorno noi giuslavoristi applaudiamo gli esperti che ci chiedono di buttare via le categorie giuridiche del passato e ci esortano a pensarne di nuove, ma un attimo dopo riprendiamo a dibattere dei criteri distintivi fra lavoro autonomo e subordinato.

Il medesimo atteggiamento conservativo è spesso adottato dal legislatore, indipendentemente dall’orientamento politico dei governi: le riforme innovative vengono col tempo mutilate e rese inapplicabili. La “Legge Biagi” del 2003, ben prima che il fenomeno del lavoro svolto mediante piattaforme digitali si manifestasse, aveva introdotto l’istituto del lavoro intermittente, in cui il rapporto di lavoro subordinato si “accende” con l’accettazione della chiamata, mentre nelle fasi di attesa è previsto il pagamento di una indennità di disponibilità solo nel caso in cui il lavoratore si sia obbligato a rispondere. Uno schema negoziale che assomiglia molto alla dinamica sostanziale dei nuovi lavori della gig economy, e che avrebbe potuto essere adottato come ipotesi di lavoro per una loro regolamentazione. Invece oggi l’uso del lavoro intermittente è limitato nel tempo e riservato, salvo ipotesi individuate dal Ministero o dalla contrattazione collettiva, ai lavoratori con meno di 24 o più di 55 anni.

Sterilizzate le riforme più innovative, la risposta alle nuove esigenze socioeconomiche viene affidata a interventi normativi sempre più di tipo emergenziale-emotivo e quindi spesso disorganici. Le norme contenute nel decreto crisi non sembrano fare eccezione. Anche solo a una prima lettura emergono molteplici perplessità.

1 Sotto l’ambizioso titolo “Tutela del lavoro tramite piattaforme digitali” la nuova disciplina limita incomprensibilmente il proprio raggio d’azione ai «lavoratori autonomi che svolgono attività di consegna di beni per conto altrui in ambito urbano e con l’ausilio di velocipedi», così assecondando il rilievo dato dai media alla nota questione dei rider, ma tagliando fuori tutti i lavori parimenti gestiti da app, ma aventi a oggetto altre attività (lavanderia, autolavaggio in strada, pulizie domestiche…).

2Sono previsti a carico del datore di lavoro obblighi informativi molto generici nei confronti dei lavoratori («ogni informazione utile per la tutela dei loro interessi, dei loro diritti e della loro sicurezza»), ma la cui omissione può essere valutata ai fini della prova di eventuali violazioni, creando un pericoloso corto circuito fra irregolarità formali ed effetti sostanziali sul rapporto di lavoro.

3Salve eventuali deroghe da parte della contrattazione collettiva, l’elemento di principale flessibilità di questo tipo di lavori viene stravolto: si vieta la retribuzione dei lavoratori in base alle consegne effettuate, lasciando intendere (ma non chiarendo del tutto) che anche il tempo di attesa dovrà essere retribuito, senza distinguere fra chi s’impegna ad accettare le eventuali chiamate e chi no.

4L’ulteriore spinta della categoria oggettivamente ambigua delle collaborazioni “etero-organizzate” verso l’area di applicazione delle regole del lavoro subordinato (idea che aveva senso quando il Jobs Act fu introdotto, a fronte di un lavoro subordinato un po’ più flessibile in uscita e un po’ meno costoso) è oggi uno spauracchio per le imprese, che devono fronteggiare un costo del lavoro fra i più alti in Europa nonché, in caso di licenziamento – per l’effetto combinato del “decreto dignità” e della nota pronuncia della Corte Costituzionale – l’incertezza di un rischio risarcitorio compreso fra 6 e 36 mensilità.

Più in generale, la normativa introduce elementi di rigidità che disincentiveranno la crescita del settore (già si registrano proteste da parte di gruppi di lavoratori che temono, con le nuove regole, di guadagnare di meno).

Ecco quindi che le parole del Rettore del Politecnico di Milano all’inaugurazione dell’anno accademico per parlare del Paese sembrano particolarmente adatte a descrivere le ultime mosse del diritto del lavoro italiano: «Un sistema legislativo e amministrativo passivo, pensato per impedire qualche illecito e non per liberare le energie disponibili; una discussione pubblica in difesa, attenta a resistere al cambiamento e non a costruire nuove opportunità; un atteggiamento prudente nei confronti delle nuove tecnologie, concentrato sui rischi e non sui vantaggi». Difficile dargli torto quando è tanto forte la sensazione che in Italia stiamo progettando il passato.

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