VIVISSIME CONDOGLIANZE

La giusta distanza


1' di lettura

Distanza, distanza, teniamoci almeno a un metro di distanza; anzi, se fossero due, meglio. Duro colpo alla socialità dal coronavirus, il dannato micro-terrorista che sta mettendo a dura prova salute ed economia. Già, come si fa a rispettare la distanza di un metro raccomandata (e continuamente ripetuta) dalle autorità? Com’è possibile alla cassa di un supermercato o tra quei tavolini, sempre più piccoli, dei ristoranti o dei bar? A volte, per evitare assembramenti si creano code, eterne nemiche delle distanze. Se queste disposizioni per rintuzzare il coronavirus fossero scattate qualche mese fa, non avremmo avuto i comizi elettorali che tutti ricordano, né avrebbero potuto accalcarsi nelle piazze le Sardine. Se addirittura il problema si fosse posto nei mesi precedenti il maggio ’68, la Contestazione sarebbe rimasta un vago progetto, l’Autunno Caldo del ’69 una variante climatica. E ancora prima, a metà degli anni Trenta del secolo scorso, le “adunate oceaniche” si sarebbero trasformate in chiacchiere fasciste. E ora il duro colpo alla socialità investe i teatri, musica e prosa, lo sport e il calcio in particolare; inoltre biblioteche e musei si sono rattristati e le sale cinematografiche piangono. Supponiamo che anche i locali notturni non ridano. Tra i colpiti dall’ordine di distanziarsi pare ci siano anche gli esseri umani, di qualunque genere siano, che mettono a disposizione il proprio corpo per farne divertire un altro (o per ottenerne favori). Sino ad ora, però, nessuno parla di indennizzare quest’antica categoria per le perdite economiche (e sociali) subite.

(Modesto Michelangelo Scrofeo)

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