Diritto & società

La giustizia come professione e il rischio di autoreferenzialità

di Gian Paolo Demuro

(Adobe Stock)

3' di lettura

Il 31 maggio la Commissione ministeriale per la riforma dell’ordinamento giudiziario presieduta dal Prof. Luciani ha concluso i suoi lavori presentando una relazione e una proposta di articolato. È facile immaginare che l’attenzione dei prossimi mesi sarà rivolta alla parte relativa alla riforma del Csm, ma rischia di non avere il giusto rilievo un profilo assai rilevante: l’accesso alla Magistratura, la formazione dell’aspirante magistrato, un aspetto in grado poi di condizionare senso e contenuto della futura professione. Leggendo con attenzione il testo ci sono parti assolutamente condivisibili. Convince appieno l’impostazione (finalmente) secondo la quale le prove scritte debbano avere «la prevalente (ancorché non esclusiva) funzione di accertare la capacità teorico-sistematica del candidato, onde evitare che ci si limiti alla verifica della capacità risolutiva di casi pratici, sovente sul modello di precedenti arresti giurisprudenziali, anche recenti». Sembra assolutamente adeguato che una prova riguardi l’intero diritto pubblico e non solo il diritto amministrativo, attribuendo il giusto ruolo anche al diritto costituzionale. Oggetto di ampia discussione in Commissione è stato anche l’affiancamento al diritto civile e al diritto penale degli “elementi”, delle istituzioni del diritto processuale civile e delle istituzioni del diritto processuale penale: accettabile in via di principio, qui giustamente da parte di alcuni commissari si è però rilevato che il peso della preparazione diverrebbe particolarmente oneroso e si potrebbe aggiungere che il limite degli “elementi” o delle “istituzioni” è terribilmente scivoloso.

Necessita di approfondimento il percorso per l’accesso al concorso. La proposta è che si potrà sostenere il concorso immediatamente dopo la laurea (magistrale) in Giurisprudenza senza titoli aggiuntivi: e questo è ampiamente condivisibile, per abbreviare i tempi dell’ingresso in Magistratura. Viene potenziato il ruolo della Scuola Superiore della Magistratura, della quale viene affermata la “centralità” e alla quale viene affidato il compito di provvedere alla preparazione anche dei tirocinanti presso gli uffici giudiziari ex art. 73 d.l. 69/2013. Per svolgere tale ruolo anche in sedi decentrate viene richiesta la dotazione di adeguate risorse logistiche, finanziarie e organizzative. Ora, non sono certamente in discussione le altissime competenze della Scuola Superiore della Magistratura, ma affidare alle Università questo compito formativo, o almeno prevederne una compartecipazione, avrebbe consentito anche una prima parte di percorso comune con chi vuole invece accedere all’Avvocatura, favorendo una interazione di punti di vista e di competenze, in un settore come quello della Giustizia che per definizione si nutre di confronto, critico, professionale, tecnico-giuridico e umano. Il rischio, fondato, è che anche l’Avvocatura ora acceleri legittimamente sul piano delle proprie Scuole Forensi come percorso obbligato per accedere a quella carriera. Insomma due rette parallele che non solo non si incontrano ma nemmeno si guardano. Senza invece considerare che solo avendo un minimo di conoscenza delle rispettive professioni e dei differenti approcci, si è in grado di svolgere ognuno in modo equilibrato e consapevole la propria attività, senza peraltro perdere la propria autonomia, anzi esercitandola meglio.

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L’autoreferenzialità in tutti i settori, di vita e professionali, è una prospettiva sbagliata e infruttuosa; nel campo del diritto ancora di più. In fondo, come titola il proprio recente libro Zagrebelsky, La Giustizia come Professione, ognuno nel suo ruolo tutti noi giuristi abbiamo comunque una base e soprattutto siamo partecipi di una missione comune: «Il mondo, il diritto non riesce a renderlo giusto ma, senza diritto, sarebbe incommensurabilmente peggiore di quello che è».

Quali le conseguenze delle citate modifiche per la formazione universitaria? Il quadro che ne risulterebbe è quello di un arretramento della sua competenza formativa a una fase iniziale, quasi di primo livello, certamente dignitosa, ma presto superata dall’insegnamento nelle diverse scuole, soprattutto private, proprio per quelle professioni che in fondo spesso costituiscono il motivo per cui ci si appassiona al Diritto e alla Giustizia e dunque ci si iscrive a Giurisprudenza. Insomma l’Università abbandona - si spera non coscientemente - o comunque viene costretta a farlo, i propri laureati, mentre il suo ruolo non dovrebbe arrestarsi col rilascio del titolo ma accompagnare anche nel percorso verso la professione. Innanzitutto perché dovuto ai nostri studenti e laureati e fondamentalmente proprio per favorire quella selezione, a parità di condizioni (anche economiche), basata sul merito che è ciò che a cui tutti aspiriamo.

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