L’INTERVENTO

La grande crisi e i keynesiani del giorno dopo

di Giulio Tremonti


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(Ansa)

3' di lettura

Caro Direttore, ho letto, e davvero con molto interesse, l’articolo di Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli pubblicato ieri dal suo giornale sotto il titolo: «Procedura da evitare, impegni precisi e nuove scelte di bilancio».

Nell’articolo è scritto, tra l’altro, quanto segue: «Dopo le elezioni dell’aprile del 2008, il ministro Tremonti impostò una politica di rigore nella gestione della spesa pubblica, tanto da ottenere il plauso del suo predecessore. Purtroppo, si era alla vigilia della crisi finanziaria internazionale, quando invece sarebbero state necessarie politiche keynesiane di sostegno alla domanda aggregata anche attraverso il bilancio pubblico. Tali politiche furono attuate da quasi tutti gli altri Paesi europei, compresa la Germania (...) In Italia invece il debito (...) era ancora attorno al 100% e fra i più elevati al mondo, il che non consentì di adottare politiche di sostegno tramite il bilancio pubblico».

Al riguardo mi permetto di notare quanto segue:

1) Nel programma elettorale del Pdl era scritto che tutti gli impegni elettorali sarebbero stati subordinati: «Ad una crisi che arriva e che si aggrava». Va notato che a quell’altezza di tempo nessuna forza politica in Italia (e all’estero) formulava l’ipotesi di arrivo di una crisi.

2) Vinte le elezioni, nel giugno-luglio 2008 il Governo presentò, e la sua maggioranza convertì, un Decreto legge mirato alla stabilità del bilancio e proiettato in logica triennale.
La crisi esplose in autunno e l’Italia, Paese che aveva allora il terzo debito pubblico del mondo senza avere la terza economia del mondo, anche per questo evitò la sorte, altrimenti certa, di costituirne l’epicentro europeo.

3) Ho francamente qualche dubbio sulla tesi sostenuta nell’articolo secondo cui negli altri Paesi europei sarebbero state fatte politiche keynesiane. Per la verità non molto fu fatto, in questo senso, a meno che si consideri keynesiano il colossale salvataggio delle banche di Germania, Francia, Benelux, Regno Unito, Baltic dimension, etc.

4) In ogni caso, tornando in Italia: la Cassa depositi e prestiti diventò in un giorno la terza banca italiana, al servizio delle imprese, e in parallelo fu introdotta e finanziata e su vastissima scala la cassa integrazione cosiddetta “in deroga”, etc.
Non so poi se è definibile – o no – come keynesiana la tenuta del pubblico bilancio, considerando che in un Paese come il nostro il pubblico bilancio contiene, oltre a sanità, pensioni e Welfare state, anche i risparmi delle famiglie.
È in questi termini che mi è sembrato molto corretto quanto scritto nel maggio del 2011 dal Governatore Draghi nelle sue Considerazioni finali: «Grazie a una prudente gestione della spesa durante la crisi, lo sforzo che ci è richiesto è minore che in altri Paesi avanzati».
Per quanto riguarda poi l’economia reale, può forse essere qui utile ricordare quanto scritto da Vito Lops su “Il Sole 24 Ore”, 30 aprile 2013: «Insomma, a guardarla adesso con il cinismo dei numeri quella di appena due anni e mezzo fa sembra proprio un’altra Italia»!

5) È oggi molto positivo il proliferare, spesso “retroattivo” o successivo, di articoli a sostegno delle politiche keynesiane. Tra queste non credo che sia comunque possibile iscrivere le politiche fatte tanto da fuori quanto in Italia per operare, con il Governo Monti, la versione postmoderna della “chiamata dello straniero”. Anche questa forse una politica keynesiana, ma una politica forse benefica altrove, certo causa in Italia della cosiddetta “seconda recessione”.

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