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La grande rimonta dello Squalo


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2' di lettura

“Nella bici è così, il giorno prima sei felice e il giorno dopo paghi tutto”. Parola di Vincenzo Nibali, ultimo grande fuoriclasse del ciclismo italiano, dopo l’impresa del 28 maggio 2016, quando staccò la maglia rosa Steven Kruijswijk, caduto rovinosamente nella neve sulla discesa del Colle dell’Agnello cercando di inseguire lo Squalo siciliano, e demolì il resto della concorrenza salendo verso il traguardo di Risoul.
Qualche giorno prima Nibali era andato all’attacco nella salita di Andalo, sull’altopiano della Paganella, andando in crisi e cedendo quasi 2 minuti. Sembrava finita, invece no: nelle ultime due tappe alpine il campione messinese ribaltò la corsa rosa. Prima l’impresa nella tappa dell’Agnello, passata accanto alla diga di Castello: Nibali mandò in avanscoperta il fido Michele Scarponi, che conquistò la Cima Coppi posta ai 2744 metri dell’Agnello, e se lo ritrovò nel tratto di pianura verso l’ultima ascesa di Risoul, una tattica perfetta che lo fece risalire in seconda posizione nella classifica generale. Il giorno successivo il fenomeno siciliano completò il lavoro: sempre il solito Scarponi a imprimere un forcing infernale sul Colle della Lombarda, scalato dal versante francese, e poi il suo scatto tramutatosi in uno sprint perpetuo verso l’arrivo, anch’esso in salita, di Sant’Anna di Vinadio dove conquistò la maglia rosa, dalla quale solo due giorni prima lo separavano quasi 5 minuti, e il Giro.
Quella due giorni di Nibali è rimasta nel cuore dei tifosi e degli appassionati perché ha ricordato il ciclismo di un tempo: forse quello di Marco Pantani, forse quello di Charly Gaul, scalatori in grado di ribaltare situazioni apparentemente disperate alzandosi sui pedali e buttando giù la catena di due, anche quattro denti.
Il trionfo di Nibali, tuttavia, fu condito anche da un velo di tristezza: sul traguardo di Risoul il siciliano dedicò la vittoria a Rosario Carmine, suo giovane pupillo morto in allenamento investito da una macchina qualche giorno precedente. E sempre un auto sarebbe stata fatale, l’anno successivo, a Scarponi, principale alfiere della grande riscossa di Nibali sul Colle dell’Agnello.

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