MEDIO ORIENTE

La guerra dei budget riporta Israele sulla via delle urne

L’alleanza di governo tra i due grandi rivali, Netanyahu e Gantz, crolla nel momento peggiore, tra pandemia, lockdown e recessione

di Roberto Bongiorni

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L’alleanza di governo tra i due grandi rivali, Netanyahu e Gantz, crolla nel momento peggiore, tra pandemia, lockdown e recessione


4' di lettura

Pensavano di spuntarla ancora una volta. Con una nuova legge ad hoc, e un rinvio che permettesse loro di provare a sopravvivere. Ma Benjamin Netanyahu, primo ministro e leader del partito conservatore Likud, e Benny Gantz, vice-premier e leader del partito centrista Blu e Bianco, non hanno fatto i conti con le rispettive fronde interne. E così la guerra del budget tra i due rivali costretti a convivere nello stesso governo sta trascinando Israele a nuove elezioni.

Sarebbero le quarte in meno di due anni. Le prime dell’era Covid-19. Quindi in un periodo ancora più burrascoso e incerto. Con il Paese già alle prese con la terza ondata della pandemia, un altro imminente lockdown, l’economia in recessione, l’Iran sempre più agguerrito e un nuovo presidente americano certo meno “amico” di Israele e dei suoi piani. Insomma, non vi poteva essere contesto meno adatto.

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La sfiducia della Knesset

La fronda interna alla coalizione di destra di Netanyahu ha messo il premier più longevo nella storia di Israele alle corde, unendosi a diversi deputati di centro sinistra. Così l’accordo stretto all’ultimo minuto da Netanyahu e Gantz, che prevedeva di rinviare la data per approvare il budget 2020 entro il 31 dicembre e quella del bilancio 2021 entro il prossimo 5 gennaio, è stato bocciato lunedì sera dalla Knesset, il Parlamento, durante un seduta concitata. Per due soli voti, 49 a 47. Tra i contrari vi era almeno un deputato del Likud e tre di Blu e Bianco.

L’incognita Iran

Il voto sarebbe il prossimo 23 marzo. Ovvero tra tre mesi. Un periodo di tempo che potrebbe consentire all’Iran di compiere ulteriori progressi nell’arricchimento di uranio a gradazioni molto preoccupanti con Israele senza un governo. A meno di un fulmineo, quanto difficile, accordo tra Teheran e la nuova amministrazione di Joe Biden, questo scenario appare credibile. Quattro elezioni in due anni sono un primato negativo per Israele, giù alle prese con proteste popolari ed una profonda crisi economica.

Una convivenza difficile

La guerra dei budget ha dunque fatto la sua vittima. Anzi le sue vittime: il governo di Emergenza nazionale, ovvero quell’anomalo Esecutivo “a rotazione” nato in maggio dopo estenuanti trattative. La premiership di Netanyahu, il primo a guidare questo governo, e quella che sarebbe dovuta spettare per 18 mesi a Benny Gantz a partire dal prossimo novembre.

Con Netanyahu tutto è ancora possibile. Il premier dalle sette vite è riuscito a salvarsi in estremo. Ma questa volta sembra la fine della sua era. La convivenza con Gantz non era mai stata facile. Anzi. Ma le cose sono andate precipitando. Da diversi mesi a mettere contro i due rivali-alleati è stata la “guerra del budget”. Che doveva esser approvato entro 100 giorni dalla formazione del governo, quindi in agosto. Appena prima che il governo cadesse per un mancato accordo, Netanyahu e Gantz erano riusciti a far rinviare l’approvazione del bilancio entro il 23 dicembre.

Qual è il motivo di attrito? Bibi ne vorrebbe uno valido per un anno, Gantz invece punta a un bilancio unico anche per tutto il 2021. Il motivo è semplice: un budget più lungo impedirebbe a Netanyahu di far cadere il governo prima che Gantz, che oggi è anche ministro della Difesa, inizi il suo periodo di rotazione (18 mesi) da primo ministro.

La legge infatti prevede che il Parlamento si dissolva automaticamente se il piano di spesa non è stato approvato entro la data prevista. Se prevalesse il budget di un anno, Netanyahu potrebbe avere mano libera nel provocare una crisi e andare a elezioni senza dover passare a Gantz la premiership ad interim.

Pandemia e povertà

Al pari di altri Paesi industrializzati, e forse ancor più di loro, la Start Up Nation sta soffrendo una grave crisi economica che ha allargato oltre le previsioni la percentuale delle famiglie cadute in povertà: povertà che durante i 10 mesi di pandemia è aumentata del 50%.

Secondo le ultime stime dell’Ocse nel 2020 la contrazione dovrebbe attestarsi sul 4,3 per cento. Ma il terzo e probabile lockdown frenerà la ripresa. Le stime parlano di un magro 2,1% sotto la media mondiale. In quest’ottica approvare un budget nazionale, necessario a tamponare anche le grandi sofferenze del sistema sanitario, è ancor più prioritario.

La fine dell’era Netanyahu?

Se non si troverà una soluzione entro oggi – ipotesi ormai data per altamente improbabile - il Parlamento di Gerusalemme si dissolverà automaticamente. Ma questa volta sarà probabilmente diverso.

Perché Netanyahu rischia di perdere anche lo scettro di leader dei conservatori, che deteneva da oltre vent’anni. Secondo i sondaggi il nuovo partito di destra («Nuova speranza») annunciato lo scorso mese da Gideon Sa’ar, un grande alleato di Bibi all’interno del Likud fuoriuscito dal partito, è già la seconda forza del Paese. Questa volta Bibi non potrà più costruire una campagna militare contro la sinistra rea, a suo giudizio, di consegnare il Paese agli arabi.

Non potrà certo etichettare Sa’ar, e ancora meno Naftali Bennett, altro suo alleato e leader del partito di destra «La casa Ebraica», come collaboratori della sinistra. Incalzato dalle proteste per la gestione della pandemia, e per il processo in cui è imputato per tre casi di corruzione (spostato nuovamente all’inizio del prossimo anno), Bibi si trova a combattere la battaglia politica più importante della sua vita. In gioco è la sua sopravvivenza come leader politico.

Con una fronda interna che rischia di indebolire la sua figura e nuovi aspiranti leader, anche Gantz ha i suoi bei grattacapi. E anche lui affronta questa nuova tornata elettorale ai minimi della sua popolarità, minata soprattutto dalle sue decisioni di proseguire l’esperimento con Netanyahu nonostante diversi deputati del suo partito e della sua coalizione fossero irritati anche dai rinvii del processo di Netanyahu e dai potenziali tentativi per farlo deragliare. Ecco perché nelle quarte elezioni potrebbe davvero uscire qualcosa di nuovo. E non è detto che non possa anche essere qualcosa di buono e duraturo per la sola vera democrazia del Medio Oriente.

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