analisiL’ANALISI

La guerra commerciale che Trump non può fare

di Keyu Jin

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Reuters

4' di lettura

La Cina esporta verso gli Stati Uniti più di quanto gli Stati Uniti esportino verso la Cina, e questo fa infuriare il presidente americano Donald Trump: al punto tale da essere disposto, forse, a scatenare una guerra commerciale.

Trump ha minacciato di adottare misure protezionistiche drastiche contro Pechino. E con il XIX congresso nazionale del Partito comunista cinese in programma a Pechino per novembre, è improbabile che i leader cinesi cedano alle pressioni degli Stati Uniti.

Non c’è dubbio che una guerra commerciale nuocerebbe a entrambe le parti. Ma ci sono buone ragioni per ritenere che sarebbero gli Stati Uniti a pagare il prezzo più alto. Se non altro, i cinesi sembrano avere le idee molto chiare sulle armi da usare.

Pechino potrebbe smettere di comprare aerei statunitensi, imporre un embargo sui prodotti di soia americani e svendere i buoni del Tesoro e altre attività finanziarie a stelle e strisce. Le aziende cinesi potrebbero ridurre la loro domanda di servizi alle imprese forniti da società Usa, e il governo potrebbe convincere le aziende a non comprare prodotti americani.

La Cina non è solo il secondo partner commerciale degli Stati Uniti, ma anche il principale fornitore di posti di lavoro: l’impatto occupazionale di una guerra commerciale potrebbe tradursi in milioni di posti di lavoro persi negli Usa. Se la Cina scaricasse la Boeing per l’Airbus, per esempio, gli Stati Uniti perderebbero 179mila posti di lavoro; una riduzione nella domanda di servizi alle imprese lascerebbe a casa altre 85mila persone; le regioni produttrici di soia nel Missouri e nel Mississippi potrebbero subire un tracollo occupazionale del 10%.

Inoltre, anche se il flusso di esportazioni dagli Stati Uniti alla Cina è inferiore a quello che viaggia nella direzione inversa, è il Paese asiatico che controlla componenti chiave delle catene logistiche e delle reti di produzione globali. Pensiamo all’iPhone: anche se fornisce solo il 4% del valore aggiunto, la Cina garantisce alla Apple componenti di base a prezzi contenuti. Il colosso di Cupertino non sarebbe in grado di costruire un iPhone negli Stati Uniti partendo da zero, perciò dovrebbe cercare fornitori alternativi, con un sensibile aumento dei costi di produzione; e i produttori cinesi avrebbero l’opportunità di strappare quote di mercato ai giganti del settore.

Oggi, l’80% del commercio mondiale include catene logistiche internazionali. La riduzione dei costi degli scambi ha permesso alle imprese di spezzettare geograficamente le loro linee di produzione: la lavorazione dei prodotti e l’aggiunta di valore avviene in tanti Paesi diversi. Se la Cina gettasse una manciata di sabbia negli ingranaggi di queste catene, potrebbe mandare all’aria intere reti di produzione, danneggiando seriamente gli Usa.

Un’escalation commerciale, in cui ogni schieramento erige barriere simmetriche alle importazioni, alimenterebbe le spinte inflazionistiche negli Stati Uniti e probabilmente indurrebbe la Federal Reserve ad alzare i tassi di interesse più in alto e più in fretta del previsto. Questo, unito all’arretramento delle prospettive di crescita, deprimerebbe i mercati azionari, e il calo dell’occupazione e del reddito delle famiglie potrebbe determinare un calo del Pil, negli Usa come in Cina.

Lo scenario più probabile, tuttavia, che i due Paesi diano il via a una serie di contenziosi in settori tradizionali come la siderurgia.

Lo scontro commerciale fra Stati Uniti e Cina influenzerà anche i flussi di investimento bilaterali. Gli Stati Uniti possono invocare ragioni di sicurezza nazionale per bloccare gli investimenti cinesi. Inoltre, possono vietare le commesse pubbliche per aziende cinesi come la Huawei e costringere le imprese e i ricchi cinesi a ridurre gli investimenti, che finora hanno sorretto i prezzi delle attività statunitensi.

Un buon trattato sugli investimenti bilaterali fra Stati Uniti e Cina metterebbe le aziende americane in una situazione di parità, aprendo loro le porte del grande mercato cinese. Ma colloqui di questo tipo incontreranno sicuramente resistenza e le dispute sui diritti di proprietà intellettuale e la cybersicurezza verranno rilanciate.

Per ora, i leader cinesi sembrano convinti di non avere molte ragioni per piegarsi alle pressioni americane, se non altro perché Trump sembra preoccupato da altre priorità, come revocare la riforma sanitaria di Obama, riformare il sistema fiscale e investire nelle infrastrutture.

Anche se una guerra commerciale dovesse esserci, danno per scontato le autorità di Pechino, probabilmente non durerebbe a lungo, considerando le perdite che subirebbero entrambe le parti in termini di reddito e occupazione. In ogni caso, non hanno la minima intenzione di inviare segnali di debolezza di alcun genere di fronte a un leader che sembra deciso a testare i limiti altrui.

Negli ultimi cinque anni la Cina ha cercato di introdurre un modello di crescita che faccia meno affidamento sulle esportazioni e più affidamento sui consumi interni. Ma il colosso asiatico spesso ha bisogno di una crisi o di uno shock esterno per portare avanti riforme. Lo shock in questione potrebbe essere Trump. Le sue politiche saranno negative per la Cina nel breve termine, ma potrebbero anche fornirle la spinta necessaria per smetterla di sovvenzionare l’industria dell’export perpetuando distorsioni nell’economia interna. Se andrà così, la Cina potrebbe emergere dall’era Trump in condizioni migliori di prima.

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