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Il petrolio cerca il rimbalzo dopo la peggior seduta dell’anno

di Sissi Bellomo


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3' di lettura

Dopo le aperture di Donald Trump sul caso Huawei il petrolio sta cercando il rimbalzo, all’indomani di quella che è stata la peggiore seduta dell’anno, con perdite intorno al 6% per le quotazioni.

Il Brent – che ieri era affondato a 67 dollari al barile, sfondando importanti soglie tecniche – oggi punta verso 69 dollari. Ma la settimana si avvia comunque a chiudere con un ribasso del 5%, legato al timore di un’escalation nelle guerre commerciali.

Il rischio di una frenata dell’economia globale – con ovvie ripercussioni negative sulla domanda petrolifera – era rimasto a lungo in secondo piano, messo in ombra dalle crescenti tensioni geopolitiche nel Golfo Persico e dal crollo sempre più pronunciato dell’offerta di greggio: in questo momento mancano all’appello ben 5,4 milioni di barili al giorno,volumi pari a circa il 5% del fabbisogno, stima Rystad Energy. E la responsabilità non è solo dell’Opec, che tra poco più di un mese potrebbe attenuare i tagli produttivi.

Da Iran e Venezuela, colpiti da sanzioni Usa, abbiamo perso 2,4 mbg di greggio e altri 1,7 mbg (quasi mezzo milione in più ripetto all’anno scorso) sono offline a causa di eventi imprevisti, tra cui la contaminazione della Druzhba, il maggiore oleodotto dalla Russia, che da sola sottrae circa 250mila bg al mercato. Il completo ripristino dei flussi si è rivelato molto più difficile del previsto: ora l’obiettivo si è spostato al 1° luglio, riferiva ieri Pern, il gestore della rete polacca.

Il mercato petrolifero sembra comunque aver accantonato questo e tutti gli altri problemi relativi all’offerta, compreso l’aggravarsi delle tensioni in Medio Oriente, tanto allarmante da aver spinto la Lloyd’s Market Association a includere l’intera area del Golfo Persico nell’elenco di quelle a maggior rischio per la navigazione, una cosa che non accadeva dal 2005. Il tema dominante – per chi investe sul petrolio e non solo – è diventato la domanda.

Le vendite erano cominciate mercoledì, quando il nuovo aumento delle scorte americane di greggio (ora ai massimi da quasi 2 anni) aveva fatto scivolare del 3% il prezzo del barile, anche se il surplus di offerta per ora è concentrato negli Usa (e riguarda solo i greggi più leggeri e poco solforosi, come lo shale oil). Ieri i ribassi sono proseguiti, diventando sempre più pesanti.

La guerra dei dazi tra Usa e Cina, che minaccia di diventare ancora più aspra, comincia a fare davvero paura. L’Ocse ha di nuovo tagliato la stima sulla crescita globale (al 3,2% dal 3,3% di marzo), affermando che le barriere commerciali sono «nemiche della crescita». Ieri il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha avvertito che la recente escalation potrebbe «intaccare la fiducia sui mercati finanziari e nell’economia reale, sconvolgere le supply chain a livello globale e mettere a rischio la ripresa della crescita».

Segnali di indebolimento della domanda petrolifera sono peraltro già visibili, soprattutto in alcuni Paesi emergenti, tra cui l’India e il Brasile. In Asia i margini di raffinazione sono crollati ai minimi dal 2003 e molti impianti, secondo fonti Reuters, stanno pianificando di rallentare le lavorazioni di greggio.

L’Agenzia internazionale dell’energia ha cominciato solo di recente a limare le previsioni sulla domanda (e tuttora la vede crescere di 1,3 mbg nel 2019). Ma gli analisti di molte banche sono decisamente più pessimisti.

Bank of America Merrill Lynch ad esempio, in un report della settimana scorsa osservava che «la domanda petrolifera globale ha nettamente decelerato la crescita», aumentando in media di 680mila bg negli ultimi due trimestri invece degli 1,46 mbg degli ultimi 5 anni.

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