Opinioni

La guerra fredda commerciale e le illusioni dei falchi occidentali

Con la sua storia di ricomposizione politica dopo la seconda guerra mondiale l’Europa può inserirsi come modello di integrazione pacifica

di Fabrizio Onida

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(REUTERS)

Con la sua storia di ricomposizione politica dopo la seconda guerra mondiale l’Europa può inserirsi come modello di integrazione pacifica


4' di lettura

Non basta la guerra globale in corso contro la pandemia e i 90mila morti da Covid-19 negli Usa a frenare le pulsioni di Trump e di parte dell’elettorato repubblicano statunitense verso scenari da guerra fredda dell’Occidente contro la Cina comunista. Una Cina ormai da tempo proiettata all’inseguimento di un nuovo ruolo di potenza tecnologica, simboleggiato tra l’altro dai successi di Huawei nella sfida del 5G, e accusata (ancora senza prove certe) di avere nascosto i primi segnali di una fuga accidentale dal laboratorio biologico sperimentale di Wuhan.

La guerra dei dazi, iniziata due anni fa da Trump per ridurre le importazioni americane di acciaio e alluminio con pretestuose motivazioni di difesa della sicurezza nazionale, ha subìto lungo i mesi una forte accelerazione con mosse e contromosse che negli Usa hanno generato più danni che benefici alle chance di Trump per una rielezione a novembre. I grandi importatori-rivenditori americani di beni di consumo (a partire da Gap, Macy’s, J.C. Penney) lamentano forti cadute degli affari. La strategia protezionistica degli Stati Uniti si è rapidamente dimostrata inefficace, dal momento che la produzione domestica di beni sostitutivi delle minori importazioni dalla Cina di beni tradizionali lungo gli anni è quasi scomparsa dal mercato, mentre le immancabili ritorsioni cinesi colpiscono le imprese americane esportatrici (non solo nelle grandi aree cerealicole del Midwest). Qualche recente segnale di distensione fra il negoziatore Usa Robert Lighthizer e il vice-premier cinese Liu He non basta a controbilanciare gli allarmi per la drammatica recessione globale da Covid-19.

Al tempo stesso non si è fermata la corsa di Pechino verso la conquista di ambiziosi traguardi di progresso scientifico e padronanza tecnologica nei campi più avanzati come intelligenza artificiale, semiconduttori, 5G, quantum computing, biotecnologie, aerospazio e diversi altri ancora. Il grande programma Made in China 2025 prevede che l’industria domestica dei semiconduttori (al cuore delle nuove tecnologie) arrivi presto a coprire la quasi totalità della domanda interna, pur continuando a far parte – forte della propria specializzazione – di catene del valore molto ramificate tra produttori localizzati nei cinque continenti.

Sono catene del valore che vedono la produzione di impianti cinesi sempre più intrecciata con forniture di hardware e software distribuite in un ampio arco geografico che va dall’Asia del Sud (India, Pakistan) al Sud Est Asiatico (Thailandia, Malesia, Vietnam, Filippine) al Giappone. Si tratta di un’area enorme e crescentemente dotata di infrastrutture che favoriscono l’interconnessione fra investitori americani, europei e asiatici, continuamente alla ricerca di un assetto ottimale sotto il profilo dei costi e della logistica, anche per governare l’impatto di eventi dirompenti come Covid-19 che impongono frequenti rilocalizzazioni dei fornitori.

L’improvvido ritiro di Trump nel 2017, all’inizio del suo mandato presidenziale, dal neonato progetto del Tpp (Trans pacific partnership) ha aperto una prateria all’ambizione di Xi Jinping di configurare la Cina come perno di 22 Paesi (inclusi Giappone, Australia e Nuova Zelanda) dell’area tecnologica e commerciale più dinamica del secolo.

Oggi, con più di 230 miliardi di dollari di spesa nazionale in ricerca e sviluppo (20% della spesa mondiale), la Cina è prima al mondo per numero di pubblicazioni scientifiche, numero di brevetti, numero di laureati in scienze e ingegneria.

In una prospettiva storica sbagliano i falchi dell’Occidente, secondo cui una guerra fredda e una politica di severo contenimento della potenza industriale e militare cinese potrebbe forzare in Cina un “cambio di regime” verso la democrazia, come avvenne più di 30 anni fa con l’Urss. Anche perché la maggioranza dei Paesi alleati degli Stati Uniti non crede che la Cina oggi minacci seriamente l’ordine liberale internazionale, dopo la lunga maratona di avvicinamento alla cultura di mercato (purtroppo non ancora alla cultura dei diritti umani e politici) compiuta da Deng Xiaoping e successori a partire dalle riforme del 1979, dopo gli anni di Mao e delle guardie rosse. E solo 3 Paesi alleati su 61 sono disponibili a boicottare Huawei, come segnala Fareed Zakaria su Foreign Affairs di gennaio-febbraio 2020.

La diplomazia cinese della Bri (Belt and Road Initiative, cosiddetta Via della seta) tocca 60 Paesi che pesano più del 60% della popolazione, tre quarti delle risorse energetiche e un terzo del Pil del mondo. La politica assertiva e lungimirante di Xi Jinping sta tessendo una fitta rete di alleanze con Paesi ricchi e poveri non allineati nel mondo. Circa 370mila studenti cinesi negli Stati Uniti e quasi 5 milioni di cittadini e residenti Usa di origine cinese (Taiwan inclusa) indicano che le élite cinesi puntano oggi a integrarsi, non certo a distruggere il mondo.

E l’Europa? La rivalità tecnologica fra Stati Uniti e Cina è spesso raffigurata come un “lotta fra titani”, ma proprio per questo in molti Paesi del mondo più e meno sviluppato si teme l’egemonia del più forte. Con la sua storia di straordinaria ricomposizione politica dopo l’immane tragedia della seconda guerra mondiale, senza cedere a ingenue utopie l’Europa può forse inserirsi come modello di integrazione pacifica fra popoli liberi e indipendenti, capaci di costruire reti interdipendenti e inclusive di cittadini e di imprese.

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