Festa del cinema di Roma 2018

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La «guerra privata» di Marie Colvin per il giornalismo e la verità

di Eugenio Bruno


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3' di lettura

A private war è un film doppiamente necessario. Innanzitutto perché parla di un conflitto sanguinoso come quello siriano, che ha prodotto oltre 500mila morti e va avanti nell’indifferenza pressoché generale. E poi perché lo fa attraverso gli occhi e la penna di Marie Colvin, storica reporter di guerra del settimanale britannico Sunday Times morta “sul campo” nel 2012. Accendendo, al tempo stesso, una luce sul ruolo indispensabile che il giornalismo continua ad avere nella ricerca della verità. In ogni angolo del mondo. Specialmente in un’epoca di troll e fake news.

Una donna in un mondo di uomini

La riuscita del primo lungometraggio di fiction del 34enne documentarista americano Matthew Heineman ruota tutta intorno alla figura di Marie Colvin. E alla «storia di una donna in un mondo di uomini, che svolge il lavoro meglio degli uomini intorno a lei» per usare le parole del co-protagonista Tom Hollander (che interpreta il caporedattore del Sunday Times, Sean Ryan). A interpretarla un’intensa e appassionata Rosamunde Pike, vista a Roma l’anno scorso in Hostiles. Non c’è conflitto dal 2001 a oggi che la Colvin non abbia attraversato: Sri Lanka, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria. Sempre alla ricerca della «connessione tra le persone» che era diventata per lei una missione di vita. E che doveva emergere - era il suo credo - a prescindere dalla nazionalità degli aerei che bombardavano e delle popolazioni colpite. Esserci in prima persona e testimoniarlo era per lei un dovere irrinunciabile. Più forte di tutto.Anche del desiderio di maternità mai realizzato e degli agi professionali a cui poteva aspirare dopo 30 anni passati sui campi di battaglia.

La mano del documentarista si vede
Che si trattasse di essere la prima giornalista straniera a infiltrarsi nello Sri Lanka occupato dalle Tigri Tamil o di scoprire una fossa comune vicino Falluja, così come di intervistare il colonnello Gheddafi poco prima della sua uccisione o di documentare l’orrore vissuto dai 28mila civili di Homs bombardati e massacrati dal regime di Assad, il risultato per lei non cambiava. Era l’urgenza dei fatti, e soprattutto l’effetto che avevano sulla vita delle persone, a dettare la scaletta dei suoi servizi. In quella perenne oscillazione tra missione e dipendenza che ha scandito la sua vita e l’ha condotta alla morte “sul campo”, proprio a Homs nel 2012. Tutto questo Heineman ce lo mostra con una mano sorprendentemente sicura per essere un debuttante nel cinema di fiction e con un taglio su cui si sente il recente passato da documentarista. Testimoniato da un profondo di lavoro di ricerca e dalla scelta di veri reduci del conflitto siriano per i ruoli di contorno.

Il giornalismo non è morto

A private war è anche un film civile. Che restituisce al giornalismo il suo posto del mondo. Per ammissione del suo stesso autore che, nelle note di regia, spiega: «Sembra che viviamo nell'era della post-verità, in cui i fatti vengono spesso scambiati per palesi menzogne, perché i dittatori, i terroristi e i politici utilizzano la propaganda per ottenere guadagni personali. Il risultato devastante è che le persone spesso non sanno a chi o cosa credere. I fatti sembrano essere malleabili. Il giornalismo - sottolinea il regista - è sotto attacco e sempre più polarizzato da “notizie” inventate che si mascherano da vero giornalismo». Di maschere Marie Colvin non ne aveva. Fatta eccezione per la benda che ha cominciato a indossare dopo aver perso l’occhio sinistro in Sri Lanka nel 2001. Senza che la lucidità, la profondità e la limpidezza del suo sguardo sul mondo fossero minimamente compromessi. Fino all’ultima riga dell’ultimo pezzo.

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