L’anniversario della morte

La guerra del sale e la zanzara infetta: come si spense il cervello di Dante

Tra parentele, alleanze e affari, il “divin poeta” trovò la morte in maniera casuale dalle acque di Comacchio: una ricostruzione tra storia e scienza

di Piero Trellini*

Ansa

4' di lettura

Quel mondo era piccolo. Tutti erano legati tra loro da vincoli di parentela, matrimonio, amicizia, alleanza, affari e convenienza. Una matassa confusa dentro la quale Dante aveva respirato fino a quel momento.

Un groviglio di umanità che nell'estate del 1321 il poeta aveva appena finito di raccontare (“Inferno” e “Purgatorio” erano ormai in circolazione e l'ultimo canto del “Paradiso” era stato da poco terminato).

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Nel frattempo Dante aveva trovato il suo ultimo rifugio grazie alla generosità di Guido Novello da Polenta, podestà di Ravenna, in Romagna. La terra di Paolo e Francesca.

Non poteva saperlo ma stava per iniziare l'ultima pagina della sua vita. E questa sarebbe stata legata indissolubilmente proprio alla storia dei due sfortunati amanti.

Le famiglie di Paolo e Francesca

Dante conosceva bene i Malatesta e i da Polenta, famiglie alle quali appartenevano rispettivamente Paolo e Francesca. A Firenze Malatesta da Verucchio, padre di Paolo e Gianciotto, era stato vicario imperiale nel 1268 (quando Dante aveva tre anni), lo stesso Paolo era stato capitano del popolo nel 1282 (quando ne aveva diciassette) e Guido il Vecchio da Polenta, padre di Francesca, era stato podestà nel 1290 (quando ne aveva venticinque).

In quel groviglio – dal quale Dante aveva preso i fili (storici) per rimescolarli poi secondo altre logiche (morali) – Francesca da Polenta (“Inferno”, canto V) aveva amato Paolo Malatesta (“Inferno”, canto V), benché lui fosse sposato con la nipote della moglie di Guido da Montefeltro (“Inferno”, canto XXVII), a sua volta padre di Bonconte (“Purgatorio”, canto V) e nonno di Nolfo, genero di Cante Gabrielli (“l'esiliatore” di Dante).

I Malatesta e i da Polenta erano tra loro alleati contro nemici comuni: il principale era proprio Guido da Montefeltro, gli altri erano i Traversari (“Purgatorio”, canto XIV). Ma erano stati proprio questi, in passato, a imparentare le due famiglie tra loro (avendo due fratelli sposato rispettivamente da una parte un da Polenta e dall'altra una Malatesta, quindi Paolo e Francesca, contando progenitori comuni, rasentavano quasi l'incesto).

Nelle lotte di Romagna, dunque, in un fazzoletto di terra si erano incrociati i destini di quattro famiglie cardine dell'universo dantesco - Malatesta, da Polenta, da Montefeltro e Traversari - che si erano uccise tra loro senza sapere di avere lo stesso sangue.

La Ravenna di Guido da Polenta

Proprio dal nipote di Francesca – quel Guido Novello da Polenta - era finito Dante al termine del suo viaggio. Ma nonostante il desiderio del poeta e l'indole del suo protettore non erano i tempi migliori per godersi la quiete a Ravenna.

Il motivo risiedeva nella sua geografia. Nel Delta padano, infatti, era stata questa a fare la storia. Grazie all'immenso specchio salmastro esteso tra Comacchio e la foce del Reno, Ravenna era divenuta una delle più grandi fornitrici di sale di tutta l'Italia settentrionale.

Ma nel 1152 una disastrosa alluvione aveva sconvolto il corso del fiume Po cambiandone completamente il corso a vantaggio di Venezia e a discapito di Ravenna.

Il colpo di grazia a quest'ultima lo diedero proprio i Malatesta e i Da Polenta. Divenuti filoguelfi per ragioni di convenienza, contrastarono l'ultimo baluardo ghibellino, personificato dall'eterno nemico Guido da Montefeltro, permettendo la conquista della Romagna da parte dello Stato pontificio.

Sola e tagliata fuori delle rotte commerciali dell'alto Adriatico, Ravenna entrò così in crisi. Le restavano però le saline dell'area comacchiese. Ma queste divennero l'oggetto del desiderio di Venezia che, possedendo i bacini chioggiotti, ambiva a imporre il suo monopolio.

La guerra del sale

Fu proprio durante il soggiorno di Dante che la partita del sale si rinfiammò. Il prosciugamento di diciotto bacini di saline portò Venezia a concentrare tutti i suoi sforzi per arginare l'antagonista. Il 17 agosto 1321 il doge della città lagunare, Giovanni Soranzo, da un lato trovò alleanza in Forlì e dall'altra impose a Rimini di non aiutare Ravenna.

Come Guido Novello da Polenta anche i due complici del piano di Soranzo erano legati a vicende dantesche letterarie e biografiche. Il podestà riminese era infatti Pandolfo Malatesta, fratello di Paolo. Quello di Forlì era Cecco Ordelaffi, precedente protettore del poeta.

Saputo questo, Guido Novello chiese all'Alighieri di perorare la sua causa davanti al senato veneziano. Così, in quel dramma Dante ebbe una parte cruciale: impedire la guerra del sale.

E insieme ad altri ambasciatori ravennati partì, preferendo la via di terra perché il viaggio per mare era considerato rischioso. Ma proprio questa scelta si rivelò fatale.

La zanzara infetta

Mentre costeggiava le lagune di Comacchio, l'oggetto della contesa, Dante non poteva sapere che sulla superficie delle acque salmastre alcune zanzare anofele stavano deponendo le uova.

Dopo tre giorni, mentre lui probabilmente era intento a interloquire con i rappresentanti veneziani, quelle si schiusero. E al suo ritorno, calmatesi le acque tra le due città, una di quelle larve, divenuta adulta, si posò su di lui. L'anofele perforò la sua pelle, raggiunse un piccolo capillare e immise la saliva anticoagulante.

Succhiato il sangue del poeta, volò via. Il parassita inoculato, invece, penetrò in un globulo rosso, si moltiplicò e raggiunse l'area encefalica causando la fuoriuscita di liquidi fino a provocare una congestione.

Fu questa, nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321, a spegnere il cervello di Dante. E con esso quel minuscolo mondo che lui solo era riuscito a rendere grande.

* Autore di “Danteide” (Bompiani)

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