gli effetti del no deal

La hard Brexit di Johnson può far implodere il Regno Unito

Crescono le spinte separatiste in Scozia, Galles e Irlanda del Nord. La premier Sturgeon ha già chiesto un altro referendum sull'indipendenza scozzese

di Nicol Degli Innocenti


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(Ap)

5' di lettura

The Conservative and Unionist Party: è questo il nome completo del partito al Governo in Gran Bretagna. Storia, tradizione, ideologia e il nome stesso impegnano i Tories a sostenere il Regno Unito, mantenendo l’unione tra le quattro nazioni: Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord. I «fantastici quattro», «awesome foursome», come li ha definiti Boris Johnson nel suo primo discorso da premier.

Brexit però sta scardinando anche i principi chiave della politica. Il timore è che le tensioni causate dall’uscita dall’Unione Europea portino a una disgregazione dell’Unione, favorendo le pulsioni anti-inglesi e le spinte indipendentiste in Galles, Scozia e Irlanda del Nord. Diversi notabili conservatori hanno avvertito che un’uscita dalla Ue senza accordo, più probabile con Johnson, moltiplicherebbe i rischi di divisione del Regno. Non sono solo il movimento indipendentista scozzese o le pressioni per la riunificazione dell’Irlanda a rappresentare un pericolo, ma anche e forse soprattutto l’indifferenza degli inglesi, poco inclini a mobilitarsi per difendere l’unione.

Il nuovo problema, che crea una situazione inaudita e fino ad ora impensabile, è che gran parte del partito conservatore ora vuole Brexit a tutti i costi, anche se significa spaccare l’Unione. I sondaggi mostrano che due terzi dei membri sono convinti che uscire dalla Ue in tempi rapidi e con un “no deal” sia più importante di tutto il resto, Regno Unito compreso. I 160mila membri del partito, che hanno appena votato per il nuovo leader e premier, sono in prevalenza inglesi.

L’Inghilterra rappresenta una quota sproporzionata sia della ricchezza che degli abitanti del Regno – 55 milioni su un totale di 67. Nella visione di un futuro ideale dei sostenitori di una Brexit estrema, l’Inghilterra non solo sarebbe nazione sovrana libera dal giogo di Bruxelles ma il partito conservatore avrebbe anche la maggioranza al Parlamento di Westminster. L’elezione a premier di Boris Johnson, considerato un paladino dell’Inghilterra, indifferente se non ostile alle istanze delle altre nazioni, è destinata a inasprire ulteriormente la tensione tra nazioni e potrebbe accelerare la disgregazione del Regno.

Vediamo quali sono gli scenari e i rischi possibili nei tre Stati.

Scozia

Le tendenze indipendentiste della Scozia non sono nuove e lo Scottish Independence Party (Snp) resta saldamente al governo a Edimburgo. Il referendum del 2014, vinto dal “no” alla separazione dal Regno (55%), aveva calmato almeno temporaneamente le acque.

Brexit ha riacceso la miccia e rimesso tutto in discussione. Nel 2016 il 62% degli scozzesi aveva votato a favore di restare nella Ue. La premier scozzese Nicola Sturgeon ha avuto rapporti tesi con la May e ha chiesto invano un ruolo rilevante nei negoziati con Bruxelles. Il suo messaggio è che la Scozia, europeista per storia e convinzione, non possa essere trascinata fuori dalla Ue contro la sua volontà, soprattutto in caso di hard Brexit. La decisione di restare a far parte dell’Unione era fondata sull’appartenenza comune alla Ue.

Ieri la Sturgeon ha scritto a Johnson per chiedere un secondo referendum sull’indipendenza, che questa volta potrebbe avere un esito diverso, soprattutto in caso di “no deal”, fortemente osteggiato dagli scozzesi. L’elezione di un simbolo del nazionalismo inglese come Johnson aiuta l’Snp: Boris è il politico meno popolare in Scozia, con tassi di approvazione inferiori persino a quelli di Nigel Farage. Gli scozzesi non hanno dimenticato che quando era giornalista Johnson ha usato il termine «parassiti» per descriverli e ha proposto di bandirli dal diventare premier britannici.

Il problema è che il referendum deve essere autorizzato dal Governo britannico, e che il calo delle entrate dal petrolio del Mare del Nord ha reso la Scozia meno indipendente economicamente da Londra.

Galles

Il Galles, pur essendo la regione che ha ricevuto più fondi strutturali e aiuti dalla Ue, nel referendum del 2016 aveva votato a favore di Brexit (52,5%). Le tendenze indipendentiste vanno e vengono come la marea, ma i sondaggi rivelano che tra i gallesi il sostegno per Plaid Cymru, il partito nazionalista gallese, è aumentato negli ultimi tre anni di infruttuosi negoziati tra Londra e Bruxelles. Nelle elezioni europee di fine maggio Plaid Cymru ha battuto per la prima volta il partito laburista, mentre i voti per i partiti pro-Ue hanno superato di gran lunga i voti per i partiti pro-Brexit. Plaid Cymru ha dichiarato che il Galles ha cambiato opinione ed è ormai «terra di Remain».

I gallesi si sentono traditi da Londra e da un Governo che ha permesso la chiusura di fabbriche e industrie chiave aggravando la situazione economica. La debolezza dell’economia locale è il più grande ostacolo all’indipendenza: il Galles dipende dagli aiuti di Londra e di Bruxelles.

Irlanda del Nord

In Irlanda del Nord il 55,8% degli abitanti aveva votato a favore di restare nella Ue nel referendum del 2016. Dagli Accordi di pace del Venerdì Santo, siglati nel 1998, non c’è confine interno tra Irlanda del Nord e Repubblica irlandese e persone e merci circolano liberamente. Brexit, soprattutto una hard Brexit, costringerebbe a ripristinare i controlli alla frontiera e potrebbe portare a una possibile riesplosione delle violenze dei tempi dei “Troubles”. Le ostilità tra oltranzisti e cattolici covano sotto la cenere.

Il confine irlandese è stato lo scoglio sul quale si sono infranti i negoziati tra Londra e Bruxelles. Il Parlamento britannico non ha accettato il “backstop”, la polizza di assicurazione inserita nell’accordo di recesso per impedire un ritorno a un confine tra le due Irlande, ma il Governo non ha proposto alternative credibili.

L’opinione pubblica nell’Irlanda del Nord sta cambiando. La mancanza di un Governo funzionante a Belfast da quando la precaria coalizione tra partiti cattolici e protestanti è crollata due anni fa accentua l’insoddisfazione dei nordirlandesi. Londra non ha voluto finora imporre il “direct rule” per non infiammare gli animi, ma un “no deal” renderebbe l’intervento diretto di Londra inevitabile.

Non è solo questione di cattolici contro protestanti. Il clima più tollerante della Repubblica, che ha liberalizzato l’aborto e permesso i matrimoni gay, è un altro fattore a favore per molti irlandesi, in netto contrasto con l’Irlanda del Nord dove i partiti oltranzisti protestanti continuano a bloccare ogni apertura.

Ora si si parla sempre più frequentemente di un referendum sulla riunificazione dell’Irlanda, possibilità prevista dagli Accordi di pace del ’98 e soluzione che ovviamente risolverebbe il problema del confine. Fino a poco fa era impensabile che Londra potesse permettere una cosa simile. Ma ora la passione per Brexit degli inglesi, paradossalmente, potrebbe far diventare realtà il sogno di Sinn Fein di un’Irlanda unita.

REGNO UNITO DIVISO SU BREXIT

I risultati del referendum sul divorzio dalla Ue del 23 giugno 2016, in %, e il Pil pro capite, in sterline. (Fonte: Governo britannico e Ufficio nazionale di statistica)

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