LE ICONE DEL DESIGN

La latitudine del talento: Mario Bellini e i suoi 60 anni di carriera

Sapersi muovere su diversi piani con la stessa competenza, che siano arredi o edifici. Se il termine icona è ancora sostanziale, va applicato, senza timore di esagerazione, all'architetto, otto volte Compasso d'Oro.

di Camilla Colombo

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Un ritratto di Mario Bellini firmato da Albert Greenwood.

Sapersi muovere su diversi piani con la stessa competenza, che siano arredi o edifici. Se il termine icona è ancora sostanziale, va applicato, senza timore di esagerazione, all'architetto, otto volte Compasso d'Oro.


4' di lettura

Ha vinto otto volte il Compasso d'Oro – la prima volta con la sua prima creazione. 25 delle sue opere sono esposte nella collezione permanente del MoMA di New York. Ha diretto, dal 1985 al 1991, la rivista Domus. Definire un talento come Mario Bellini non è un'impresa facile. Non è solo un architetto, non è solo un designer, non è neanche un mix dei due. In un afoso pomeriggio milanese, ai tempi della pandemia di Covid-19, è lui stesso ad aiutarmi a definire la sua lunga ed entusiasmante carriera. «È la latitudine del talento, non la sua grandezza, a determinare la capacità di un artista di sapersi muovere su piani diversi con la medesima competenza. Le Corbusier è stato un grandissimo pensatore, urbanista, architetto, designer, artista figurativo, capace di raggiungere lo stesso livello di eccellenza in tutti questi campi. Lo dimostra villa Stein, realizzata nel 1927-28, fotografata accanto a una macchina coeva: ancora oggi chiunque vorrebbe vivere lì, mentre l'auto è ormai un reperto da museo. Lo stesso non può dirsi di Louis Kahn, che è stato un grandissimo architetto urbanista – venne a fare una lezione al Politecnico, quando ero studente all'università – ma non ci ha lasciato oggetti o arredi».

Sedia Cutter, design Mario Bellini, con telaio interno in acciaio, imbottitura in schiuma di poliuretano flessibile a freddo Bayfit® e rivestimento in cuoio, B&B Italia.

Ascoltandolo annodare i fili della sua creatività, Bellini assume le forme di un progettista ad ampio spettro, capace di eccellere già nel suo primo impiego all'Ufficio Sviluppo della Rinascente, sotto la direzione di Augusto Morello che lo introduce poi in Olivetti. Di uno scrittore – ha tenuto anche una rubrica dal titolo Critica della ragion domestica su Modo –, di un viaggiatore. Una caratteristica, quella di essere progettisti, che contraddistingue il talento degli italiani Giò Ponti, Franco Albini, Vico Magistretti, Ignazio Gardella, BBPR. «Se per lavorare s'intende praticare il design, ovvero progettare gli oggetti e gli arredi, l'Italia è al top. È qui che si deve venire, per le committenze, i laboratori, gli artigiani e gli industriali che mettono a disposizione competenze e macchinari di estrema raffinatezza. È il luogo perfetto, come l'oceano per un pesce». Nel design, Bellini non pensa sussista una distinzione fra estetico e funzionale. «Non credo al vecchio modo di dire: form follows function, perché sono convinto che la bellezza della forma ha essa stessa una sua importante funzione, forse quella principale.

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Divano componibile Camaleonda, design Mario Bellini, in fibra di legno, imbottitura in poliuretano sagomato, anelli in ottone cromato, piedini in legno massello di faggio e rivestimento in tessuto o pelle con borchie in metallo, B&B Italia. Riedizione 2020.

Ciò che detta il disegno di questa sedia (mi indica la Cutter realizzata per B&B Italia, nella pagina precedente, ndr) non risponde alla sola e banale necessità di sedersi, perché ci si può sedere anche su mobili orrendi», nota sorridendo. Nella progettazione di arredi, tende a essere più legato all'ultima creatura nata – «perché si è ancora freschi dello sforzo compiuto e della soddisfazione del risultato raggiunto» – mentre in architettura ha un edificio cui tiene particolarmente, il Département des Arts de l'Islam al Musée du Louvre, a Parigi. Le sue ispirazioni prendono forma dall'aver viaggiato, dall'aver conosciuto e parlato con le persone, dall'essere stato esploratore e fotografo, dall'essere, sostanzialmente, curioso. Qualche nome tra gli artisti contemporanei che stima di più? Lucio Fontana, di cui ha alcune opere, Edoardo Tresoldi «perché riesce, con straordinaria leggerezza, a evocare visioni di grande intensità», Giuseppe Penone.

Tavolo Blitz, design Mario Bellini, in legno di bambù, B&B Italia. Riedizione 2020.

La Medaglia d'Oro all'Architettura, ricevuta, nel 2015, da parte della Triennale di Milano, è il riconoscimento che gli fa illuminare gli occhi. «È un'istituzione che amo moltissimo, di cui sono stato a lungo membro nel consiglio direttivo e contestualmente promotore di due mostre importanti: Il progetto domestico (1986) e Le città del mondo e il futuro delle metropoli (1988)». Il 2020 è iniziato all'insegna della rinnovata collaborazione con B&B, tra cui spicca la riedizione dello storico divano Camaleonda, ideato da Bellini nel 1970. «Mi aspetto innovazioni sorprendenti e rilanci di arredi che sono, tutt'ora, freschi di futuro», commenta Bellini che, in tema di rilancio della città in cui è nato, cresciuto, ha studiato e oggi ancora vive, ha una visione ben definita. «Milano è uno straordinario magnete di vitalità che, dopo tutto quello che è successo, è sicuramente pronto a riscatenare la sua energia. Quello che è stato, per anni, il Salone del Mobile, come epicentro di tutto ciò che di nuovo si pensa, si dice, si fa, anche da chi viene dall'altro capo del mondo, sono certo che riprenderà gradualmente tale e quale». Con il passare dei mesi, il 2020 è, infatti, diventato l'anno della pandemia di Covid-19 e le città, non solo Milano, hanno dovuto affrontare uno stravolgimento del vivere quotidiano. «La parola stessa città, che origina da civis (cittadino), significa un luogo in cui tanti individui di tutti i tipi generano un organismo, si adattano a stare insieme e si scambiano commerci, esperienze, capacità, idee, studi. La città è l'organismo anti-Covid», constata Bellini, ribadendo che la sfida che l'architettura deve assumersi oggi è riprendere la sua corsa di centro internazionale della creatività di progettisti e imprenditori. «Non si può pensare che il mondo si plasmi sul modello di una pandemia. Le pandemie ci sono sempre state, l'importanza dell'architettura è data dal posto e dal ruolo che occupa nella città. Ogni quartiere ha una vocazione e una storia, che deve essere rispettata. L'architettura ha la forza di essere quella disciplina in grado di germinare eventi, quasi piccole molecole dei quartieri di cui è composto il corpo della città, che, a sua volta, si alimenta e si nutre della campagna circostante. L'architettura, d'altra parte, è resiliente e aggrega tutte le necessità della nostra vita: domestiche, relazionali, professionali, commerciali».

Il momento del lockdown lo ha chiaramente dimostrato: il living room è stato il centro propulsivo della casa, intorno cui si sono disposti gli altri satelliti necessari, la cucina, la stanza da letto. «Quando lo smart working è indispensabile si fa. Però, attenzione, il significato di smart rischia di essere un eufemismo per addolcire la pillola, perché non è così intelligente stare da soli davanti a uno schermo e non avere il piacere di prendersi un caffè con altre persone. Non toccateci la città e l'architettura». L'ultima domanda che gli pongo può suonare provocatoria: in una vita di successi, che spazio c'è per il fallimento o il rimpianto? La risposta, accompagnata da una risata, è suggestiva: «Tutti ne abbiamo, insieme a tante soddisfazioni, ma prima o poi si dovranno fermare le ali e planare verso l'orizzonte».

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