Opinioni

La leadership tedesca e il futuro della U

di Valerio Castronovo

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(EPA)


3' di lettura

Se è stato Emmanuel Macron a lanciare in maggio l’idea di un Recovery Fund, per un sostegno finanziario comune alla ricostruzione dell’economia europea dopo i dissesti provocati dalla pandemia del Covid-19, e se la Commissione di Bruxelles ha deciso di tradurla in una proposta circostanziata al Consiglio europeo, lo si deve in pratica all’adesione espressa a questo riguardo da Angela Merkel. Finora Berlino aveva opposto forti riserve pregiudiziali nei riguardi di qualsiasi ipotesi di condivisione dei rischi e promosso politiche di rigida austerità al punto che i rappresentanti della Bundesbank hanno sempre votato anche contro il Quantitative easing di Draghi. Si tratta quindi di una svolta importante quella maturata dal governo tedesco, in quanto giunto a sottoscrivere la proposta che una parte cospicua dei 750 miliardi del Recovery Fund venga erogata, a favore dei Paesi e dei settori più colpiti dalla crisi, sotto forma di trasferimenti collegati al budget della Ue 2021-27 e quindi di contributi a fondo perduto.

Naturalmente sarà necessario attendere l’approvazione definitiva da parte del Consiglio europeo. Ma intanto, a conferma del sostanziale cambio di linea rispetto all’indirizzo di politica economica perseguito per tanto tempo dalla Germania con il suo establishment ancorato ai parametri di una stretta ortodossia contabile, va considerato anche il notevole programma di stimolo fiscale, per 130 miliardi pari al 3% del Pil nazionale, varato dal governo tedesco per una crescita della domanda interna nei prossimi due anni. A questo riguardo è ancora fresco il ricordo di quanto avvenne all’indomani della Grande crisi del 2008, allorché si sollecitò invano da più parti il governo tedesco affinché adottasse, anche grazie alle consistenti eccedenze commerciali man mano accumulate rispetto alle regole vigenti, una politica espansiva mediante un robusto incremento degli investimenti pubblici e dei consumi, il cui impatto avrebbe potuto avere effetti indotti di segno positivo sulle altre economie della Ue.

È vero che frattanto la sospensione sia pur temporanea dal Patto di stabilità ha concorso ad allentare le briglie di quella rigorosa concezione ordoliberista che il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaüble aveva finito col far valere quale cardine di riferimento precipuo nell’ambito dell’Eurozona. E che al suo posto figura adesso il socialdemocratico Olaf Scholz. Ma risulta evidente quale importanza determinante abbia avuto l’orientamento personale della Merkel per la conversione della Germania a una prospettiva di governance della Ue più solidale e inclusiva. Giunta al suo quarto mandato consecutivo a capo del governo, e avendo annunciato di volersi ritirare entro il 2021 dalla ribalta, la Cancelliera ha relegato d’un canto il pragmatico tatticismo che l’ha a lungo contraddistinta, per patrocinare, alla vigilia del “semestre europeo” che si troverà a presiedere dal prossimo luglio, una visione della Ue più consona alle ardue sfide di una fase cruciale come quella attuale.

C’è pertanto da chiedersi se a questa rinnovata leadership della Germania in politica economica con una connotazione diversa rispetto a quella del passato farà seguito un ulteriore passo verso una maggiore integrazione anche sul piano politico e istituzionale. Poiché, a questo riguardo, spetta soprattutto al resto dei Paesi europei (a cominciare dalla Francia) superare certi retaggi nazionalistici o appeal sovranisti e agire in modo da concertare un indirizzo valido e coerente anche in materia di difesa e sicurezza della Comunità europea, oggi tanto più indispensabile di fronte alle crescenti tensioni e incognite dello scenario mondiale.

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