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La legge Spazzacorrotti è incostituzionale: ecco perché

Per la Corte Costituzionale il provvedimento è illegittimo con riguardo sia alle misure alternative alla detenzione sia alla liberazione condizionale e agli ordini di carcerazione successivi alla condanna

di Fabio Fiorentin*

Spazzacorrotti: la retroattività è incostituzionale

3' di lettura

Il comunicato diramato dall’ufficio stampa della Corte costituzionale preannuncia una vera “rivoluzione copernicana” in materia di esecuzione della pena. La decisione sulle questioni di costituzionalità della cosiddetta “legge Spazzacorrotti” (legge 9 gennaio 2019, n.3), sollevate da diciassette giudici dell’esecuzione e tribunali di sorveglianza, che denunciavano l’assenza di una disciplina transitoria per evitare l’effetto retroattivo della più severa disciplina nei confronti dei condannati per fatti commessi anteriormente all’entrata in vigore della legge, travolge, infatti, la giurisprudenza consolidata della Cassazione e spalanca le porte all’irruzione del principio di legalità anche nella fase esecutiva della pena.

Con la “Spazzacorrotti” il legislatore ha inserito - a partire dal 31 gennaio 2019 - i reati contro la pubblica amministrazione (tra cui peculato, concussione, corruzione) nell’elenco di quei gravissimi delitti - terrorismo, eversione dell'ordinamento democratico, associazione di tipo stampo mafioso, riduzione in schiavitù, prostituzione minorile, pedo-pornografia - in relazione ai quali i benefici penitenziari e le misure alternative al carcere (come l’affidamento ai servizi sociali o la detenzione domiciliare) non possono essere concessi se non a seguito di collaborazione con la giustizia.

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In assenza di una norma transitoria, chi aveva commesso un reato contro la Pa ed era stato giudicato prima dell’entrata in vigore della legge n.3/19, magari calibrando le scelte processuali in modo da restare sotto i quattro anni di pena (il limite, cioè, per accedere in via ordinaria alle misure alternative evitando il carcere), dopo il 31 gennaio 2019 si trovava di fronte, nel momento dell’esecuzione della sentenza, a uno scenario completamente mutato: niente sospensione dell’ordine di esecuzione e carcere obbligatorio con divieto di accesso ai benefici esterni a meno di non collaborare con la giustizia.

Era esclusa, infatti, la possibilità di invocare un’interpretazione che sottraesse tali procedimenti esecutivi alla mannaia della “Spazzacorrotti” in nome del divieto di applicazione retroattiva della legge penale sfavorevole, scolpito nell’art. 25 Cost. perché tale principio si applica solo alle norme penali sostanziali e, secondo il diritto vivente consolidatosi nella giurisprudenza della Cassazione, le norme che disciplinano la fase dell’esecuzione penale - poiché non attengono alla descrizione della fattispecie incriminatrice né alla determinazione della pena - hanno natura processuale e, quindi, soggiacciono alla regola tempus regit actum.

E infatti, gli ordini di esecuzione successivi all’entrata in vigore della “Spazzacorrotti”, pur se riferiti a condanne per fatti commessi anteriormente, non erano stati sospesi, dando corso alla carcerazione.
In tale contesto, le ordinanze di rimessione invocavano dalla Corte, in aggiunta e oltre alla declaratoria di illegittimità dell’assenza di una disciplina transitoria, la censura proprio di quel diritto vivente che aveva impedito ai giudici rimettenti l’adozione di una interpretazione orientata al principio costituzionale di legalità e ai princìpi consacrati nella Convenzione europea dei diritti dell’Uomo.

Quest’ultima, in particolare, nell’art. 7 Cedu, tutela il principio di “prevedibilità”, nel senso che ogni persona deve conoscere anticipatamente quali condotte sono considerate un reato e quali pene sono previste per tali fatti.

La Corte, nel prendere atto di un tale assetto originato dalla «costante interpretazione giurisprudenziale» ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale con riguardo sia alle misure alternative alla detenzione che alla liberazione condizionale e agli ordini di carcerazione successivi alla condanna, ritenendo violato il principio di legalità delle pene, sancito dall’art. 25, comma 2, Cost., che vieta appunto l’applicazione retroattiva della disciplina peggiorativa che comporta «una radicale trasformazione della natura della pena e della sua incidenza sulla libertà personale, rispetto a quella prevista al momento del reato».

La portata rivoluzionaria della sentenza si coglie proprio sul versante sistematico: la Consulta, censurando il diritto vivente, afferma che anche le norme penitenziarie hanno natura “sostanziale” nel momento in cui, determinando in concreto la “qualità” della sanzione penale (carcere o misura alternativa) incidono sulla libertà personale. In altri termini, la Corte - ponendosi nella stessa prospettiva non formalistica del Giudice europeo - fissa il discrimine dell’applicazione del principio costituzionale di non retroattività guardando alla concreta incisione del bene supremo costituito dalla libertà personale da parte della disposizione normativa.

Ma la portata della decisione è potenzialmente dirompente anche perché, enunciando il principio di portata generale per cui tutte le «modifiche peggiorative della disciplina sulle misure alternative alla detenzione» non possono applicarsi alle condanne per fatti commessi anteriormente, sembra essere dotato di una illimitata vis expansiva, tale da attingere anche la posizione di tutti quei condannati per i delitti “ostativi” iscritti nell’art. 4-bis della l. 354/75 per fatti commessi anteriormente all’entrata in vigore del d.l. 13 maggio 1991, n. 152, che ha introdotto appunto la disciplina restrittiva la cui applicazione retroattiva è stata ora dichiarata incostituzionale.

*Magistrato presso il tribunale di sorveglianza di Venezia

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