A tu per tu

«La legislazione d’emergenza non diventi la nuova normalità»

Robert Spano, 47 anni, islandese di origine italiana, è appena stato nominato presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo, il più giovane di sempre. I diritti al tempo del Covid al centro delle riflessioni

di Giuseppe Chiellino

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Robert Spano, 47 anni, islandese di origine italiana, è appena stato nominato presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo, il più giovane di sempre. I diritti al tempo del Covid al centro delle riflessioni


6' di lettura

A casa l’italiano lo parlava solo quando discuteva con papà, napoletano del Vomero che nel 1970, in transito a Reykjavik in viaggio per gli Stati Uniti, conosce la donna che di lì a poco diventerà sua moglie e decide di fermarsi. Perciò Robert Spano chiarisce subito che preferisce conversare in inglese, lingua di lavoro e lingua “ufficiale” con papà.

Nato nella capitale islandese nel 1972, dal 18 maggio scorso è il più giovane presidente che la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia mai avuto nei suoi 60 anni di storia. «Si, è vero, ma a 47 anni non sono certo un ragazzino. Il presidente della Repubblica francese Macron è molto più giovane di me (è nato nel 1977, ndr). Capisco che in Italia può far notizia, ma anche in Italia le cose stanno cambiando. Penso al ministro degli Esteri Di Maio, e non solo. I politici sono più giovani di un tempo, l’età media è scesa molto. Nei tribunali non ancora. Ma non ha senso concentrarsi sull’età. È importante che un’istituzione internazionale sia rappresentata da un volto giovane, ma questo non significa una rivoluzione».

Eletto giudice della Corte (Cedu, nell’acronimo italiano) a novembre del 2013, Spano, anzi Spanò nella versione italiana originale, poi «adattata alle regole fonetiche della lingua islandese», è stato presidente di sezione da maggio del 2017 ad aprile dell’anno scorso, quando è diventato vicepresidente del tribunale che da Strasburgo vigila sul rispetto dei diritti umani di 830 milioni di europei, nei 47 Paesi membri del Consiglio d’Europa che hanno ratificato la Convenzione. Si porta dietro un solido bagaglio di vita e formazione accademica internazionale. Oltre che in Islanda, ha vissuto in Canada, in Italia e oggi in Francia. Parla cinque lingue. Ha studiato in Islanda, Belgio e Regno Unito. Nessuna università italiana. Un caso o una scelta? «Una scelta. A casa si parlava in inglese. Non ho mai pensato che il mio italiano fosse buono abbastanza per affrontare un corso di studi universitario e perciò ho sempre preferito università anglosassoni». Come Oxford, dove nel 2000 ha conseguito un master in diritto europeo e comparato, dopo la laurea in Islanda.

Sin da studente di legge, si appassiona a quell’area specifica del diritto che regola i rapporti tra individui e governi. «Era la più interessante. Così nel corso della mia vita professionale, i diritti umani sono diventati il fulcro della mia professione».

Salito al vertice della Corte in piena emergenza pandemia, Robert Spano ha subito messo a fuoco i rischi nascosti delle misure straordinarie adottate dai governi per limitare il contagio. «La crisi è partita dalla sanità ed era inevitabile che sfociasse nell’imposizione di misure che hanno inciso e incidono sulla vita quotidiana dei cittadini, che impattano sui diritti garantiti dalla Convenzione e dalle carte costituzionali». Il diritto alla vita, il diritto alla vita privata, quello alla vita familiare, la libertà di riunione e di circolazione sono valori fondamentali tutelati dalla Convenzione. In questi termini, «la pandemia non è solo una crisi sanitaria ma anche una crisi per lo sviluppo della democrazia europea» ha detto dopo la nomina, in vista della sessione ministeriale della Corte che si terrà ad Atene in autunno. «Si è posto subito il problema di come gli Stati debbano continuare a garantire il rispetto dei diritti umani, tutelando comunque il diritto alla salute di cittadini, secondo il principio della proporzionalità delle misure, in un giusto equilibrio tra interesse pubblico e autonomia delle persone».

Alla Corte di Strasburgo si ricorre solo dopo aver esaurito le “vie interne”. Spano non anticipa se e da parte di chi siano state presentate istanze alla Corte contro i provvedimenti nazionali che in questi mesi hanno limitato le libertà individuali tutelate dalla Convenzione ma mette in chiaro che tra i poteri della Corte ci sono anche quelli previsti dall’articolo 39 del regolamento, in base al quale su richiesta delle parti i giudici possono adottare “misure provvisorie” in attesa che l’eventuale giudizio giunga a compimento.

Non è una sfida semplice. «Qual è l’impatto sulla vita delle famiglie? Quali conseguenze ha sulla privacy l’uso massiccio delle app di tracciamento e più in generale delle tecnologie digitali? Bisognerà rileggere la Convenzione alla luce delle nuove circostanze, la cui portata non ha precedenti almeno negli ultimi 100 anni. L’unico esempio recente che può aiutare a leggere ciò che sta accadendo oggi sono le norme antiterrorismo introdotte nel 2015 dopo gli attacchi jihadisti in diverse capitali europee. Proprio da quella esperienza sappiamo che esiste il rischio concreto di una “nuova normalità”, cioè che limitazioni temporanee alle libertà personali adottate nell’interesse collettivo rimangano in vigore per troppo tempo, ben oltre il necessario. Il nostro compito è impedire che questo accada». Spano ha già detto quali sono i criteri per valutare le misure nazionali: «Devono essere proporzionali, devono rispettare il principio di legalità e lo Stato di diritto, non devono consentire margini per applicazioni arbitrarie o discrezionalità nell’esecuzione, devono essere costruite in modo da dare risposte adeguate alla situazione. Gli Stati che hanno derogato alla Convenzione sono almeno dieci. Me lo lasci ripetere: la legislazione di emergenza non deve diventare la nuova normalità. La pandemia ha sconvolto i nostri stili di vita, ma il Consiglio d’Europa sarà in prima linea per impedire che questa esperienza cancelli il sistema di valori fondamentali che sono le pietre angolari del Consiglio stesso e della Convenzione per i diritti umani».

Ma il neo presidente della Cedu sa anche che il prevedibile aumento dei ricorsi alla Corte rischia di aggravare il problema dell’arretrato storico di cause pendenti.

Non sorprende che l’Italia, con circa 3250 cause, sia ai primi posti per numero di ricorsi pendenti (tra cui presto forse anche quello annunciato dagli avvocati di Silvio Berlusconi dopo le rivelazioni sul processo Mediaset), il quinto Paese tra i 47 Stati membri e il primo tra quelli “occidentali”. Né che il 60% delle istanze venga giudicato inammissibile. Ciò che è bizzarro, oltre che contraddittorio, è che la maggior parte dei ricorsi italiani scaturisca proprio dalla lentezza endemica della giustizia italiana e che a giudicare se vi sia o no la violazione del diritto alla durata ragionevole del processo, garantito dall’articolo 6 della Convenzione, sia proprio un tribunale internazionale che deve gestire un pesante arretrato.

«Bisogna riconoscere che l’Italia ha introdotto correttivi che stanno dando buoni risultati in termini dei accelerazione dei processi» e anche la Cedu ha avviato da tempo interventi per smaltire il pregresso senza rinunciare all’equilibrio tra efficienza, trasparenza e rapidità delle decisioni. Grazie alla procedura del giudice unico, dal 2011 i casi pendenti sono stati ridotti da 160mila a 60 mila. «Ma non basta e soprattutto non va bene le per cause più rilevanti e complesse». Perciò Spano si muoverà su almeno tre linee d’azione. Innanzitutto «una “priority policy” nella scelta delle cause da trattare per prime»: per esempio nei casi di persone in carcere o di discriminazione o stalking ancora in atto. O anche in situazioni che hanno ampie conseguenze nella vita del Paese, coinvolgono un gran numero di persone e dunque hanno una rilevanza che va al di là della situazione specifica. Per i casi in cui esiste già una giurisprudenza consolidata «sarà intensificato il ricorso al comitato dei tre giudici» e infine, ma decisivo, si farà «uso massiccio delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale» per filtrare i casi, escludendo subito le moltissime istanze manifestamente inammissibili, per aumentare la trasparenza e per accelerare la stesura dei draft delle decisioni.

«Grande appassionato di calcio», fa il tifo “solo” per gli azzurri: la Nazionale, il Napoli, e «of course, the Icelandic football team». Semplice: tre squadre, un solo colore. Dell’Italia ama soprattutto il buon cibo. «Devo mangiare la pasta almeno quattro volte alla settimana, è una questione genetica. Non posso fare a meno degli spaghetti alle vongole o delle penne al ragù. Le preparo io stesso, mi piace cucinare». In Italia ha frequentato qualche anno delle scuole medie, quando la famiglia, dopo un’esperienza in Canada, si trasferisce a Ospedaletti, tra Sanremo e Bordighera, in Liguria, regione a cui è rimasto molto legato. Ma dopo un paio d’anni si rientra tutti in Islanda. Ora manca da un po’, l’ultima visita cinque anni fa, sulla Costa Amalfitana. Tornerà tra qualche settimana, per una vacanza alle Cinque Terre con sua moglie Karítas e i due figli più giovani. «Torno in Italia tutte le volte che posso». Anche in Sicilia, a Messina, dove ha una sorella, biologa del mare e docente universitaria. «E se penso alla mia vecchiaia la immagino in Italia, in Liguria o tra Ravello e Positano».

Metà italiano, metà islandese, che vive in Francia. “Giovane” alfiere dei diritti umani che ha fatto della passione per i diritti delle persone una professione e una missione da vivere al vertice. Buon lavoro, presidente Spano. Anzi, Spanò.

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