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La lettera di ArcelorMittal ai commissari Ilva: ecco perché ce ne andiamo - Zingaretti apre a un nuovo scudo

Il venir meno dell'immunità penale sul piano ambientale, il rischio di veder spento l'altoforno 2 per motivi di sicurezza e il generale clima di ostilità. Ecco i motivi per cui la multinazionale dell'acciaio si chiama fuori dalla gestione del gruppo e lo riaffida ai commissari, e quindi allo Stato

di Domenico Palmiotti


ArcelorMittal restituisce l’Ilva allo Stato italiano

3' di lettura

Sei pagine firmate dall'ad Morselli, indirizzate ai commissari straordinari Ilva Ardito, Danovi e Lupo - l'amministrazione straordinaria è infatti proprietaria degli impianti mentre ArcelorMittal solo affittuaria - e tre motivazioni sostanziali. In sintesi, è qui la lettera di recesso del contratto con cui la multinazionale dell'acciaio si chiama fuori dalla gestione del gruppo e lo riaffida ai commissari, e quindi allo Stato, dai quali l'aveva preso in carico l'1 novembre 2018 dopo la gara di aggiudicazione vinta a giugno 2017, il via libera dell'Unione Europea a maggio 2018 e l'accordo con i sindacati al Mise a settembre 2018.

Le motivazioni addotte da ArcelorMittal sono:

1) il venir meno dell'immunità penale sul piano ambientale col decreto Imprese, da pochi giorni convertito in legge;

2) il rischio di veder spento l'altoforno 2 per la mancata adozione delle prescrizioni di sicurezza e, a seguire, per le stesse ragioni, anche degli altiforni 1 e 4;

3) “il generale clima di ostilità” che rende impossibile la gestione dell'azienda.

Sull'immunità, il provvedimento legislativo adottato, appunto la soppressione avvenuta col dl Imprese - con i Cinque Stelle che hanno fatto pressione per la cancellazione della norma portandosi dietro il resto della maggioranza -, «rende impossibile, fattualmente e giuridicamente, attuare il piano ambientale in conformità alle relative scadenze, nonché al contempo proseguire l'attività produttiva e gestire lo stabilimento di Taranto come previsto dal contratto, nel rispetto dell'applicabile normativa amministrativa e penale».

Facendo poi presente che numerosi responsabili operativi dell'area a caldo della fabbrica (quella che comprende parchi minerali, cokerie, altiforni e acciaierie) si sarebbero rifiutati di lavorare sapendo che la protezione legale non c'è più, ArcelorMittal scrive ai commissari che a questo punto «è necessario ed inevitabile chiudere l'intera area a caldo dello stabilimento di Taranto (a cui le misure del piano ambientale si applicano prevalentemente) e interrompere la produzione, con conseguente impossibilità sopravvenuta di eseguire il contratto».

Altoforno 2.
È l'impianto teatro di un incidente mortale a giugno 2015. La Procura lo sequestrò allora senza facoltà d'uso, il Governo intervenne subito con un decreto legge che permise la continuità dell'impianto a fronte di lavori di messa a norma da farsi in un tempo da concordare con l'autorità giudiziaria, e scattò così la facoltà d'uso. Ma la scorsa estate la Procura ha ripristinato il vecchio sequestro del 2015 sull'altoforno perché è emerso che non tutti i lavori di sicurezza prescritti sono stati effettuati.

Con un ricorso al Tribunale del Riesame, l'Ilva è però riuscita a ottenere nuovamente a settembre la facoltà d'uso. Tuttavia, sul fatto che si possano eseguire i lavori nei tempi fissati, ArcelorMittal scrive ai commissari: «Nonostante le indimostrate dichiarazioni contenute nella vostra lettera del 30 ottobre, gli organi competenti non hanno confermato in alcun modo che la presentazione dei progetti e dei cronoprogrammi relativi all'esecuzione della prescrizione entro il 13 novembre sia sufficiente per ottemperare all'ordinanza. Allo stato, quindi, Afo 2 dovrebbe essere spento».

Sul punto specifico, però, fonti vicine a Ilva hanno spiegato che questo aspetto è già stato chiarito. I termini, si afferma, si riferiscono alla presentazione della progettazione degli interventi e dell'analisi di rischio, adempimenti che le autorità contano di fare anche in anticipo sulle scadenze.

Circa poi il clima di ostilità, nella lettera ArcelorMittal fa riferimento «alle molteplici iniziative e dichiarazioni da parte di istituzioni e amministrazioni nazionali e locali contrarie alla realizzazione del piano industriale e del piano ambientale per lo stabilimento di Taranto e a favore della riconversione dell'area, che hanno compromesso la fiducia nel progetto industriale, alimentando il generale clima di sfiducia e ostilità dei lavoratori e degli altri stakeholder oltre a ostacolare l'attività di stabilimento e a distrarre risorse chiave dalla realizzazione del progetto».

Fra le iniziative contrarie, ArcelorMittal cita pure l'avvio del riesame dell'Autorizzazione integrata ambientale.

La chiusura della lettera è un invito esplicito ai commissari: vi chiediamo sin d'ora, afferma ArcelorMittal con l'ad Morselli, «di collaborare al fine di completare la regolare retrocessione dei rami di azienda entro 30 giorni». Vi chiediamo «di porre in essere le azioni di vostra competenza ai fini del trasferimento dei dipendenti alle concedenti», in pratica il ritorno del personale alle società dalle quali un anno fa era stato prelevato.

In parallelo, «saranno avviate tutte le operazioni necessarie per realizzare l'ordinanza e graduale sospensione delle attività produttive. Il contratto - si specifica - è risolto di diritto per sopravvenuta impossibilità ad eseguirlo e in via di ulteriore subordine se ne chiederà la risoluzione giudiziale per i gravi inadempimenti delle concedenti e/o per eccessiva onerosità della nostra prestazione».

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