Il libro

La lezione che arriva dall’inflazione tedesca di un secolo fa

di Giuseppe Di Taranto

(dpa Picture-Alliance/AFP)

5' di lettura

«Per tanti anni ho potuto solo scrivere, ora posso parlare». È quanto si legge nell’ultimo lavoro di Antonio Fazio su L’inflazione in Germania nel 1918-1923 e la crisi mondiale del 1929, (Treves Zeitgeist, 2021). Questo volume, a parte l’attenta disamina storico-economica di un ventennio che ha visto svalutazioni e rivalutazioni delle più importanti monete dell’Occidente industrializzato, è rappresentativo delle criticità che hanno accompagnato – e accompagnano – la nascita e l’evoluzione della moneta unica europea. Ma si tratta di un accostamento e di un confronto svolto con garbo ed eleganza, basato su di un solido bagaglio culturale da economista e privo di sovrastrutture di carattere politico o ideologico. Questo rende il lavoro di Fazio particolarmente interessante, oltre che per i contenuti esposti, per quanto non scritto nelle, ma tra le righe, ricorrendo al confronto tra quanto molti Paesi furono costretti a sopportare deflazione e/o sovrapproduzione per mantenere le loro monete vincolate al gold standard, similmente a quanto accade oggi con la moneta unica, che, in quanto tale, non permette alcuna flessibilità di cambio rispetto a condizioni strutturali e di crescita diverse delle nazioni che la condividono. In questa cornice, lo scopo sotteso appare forse ancor più ampio di quello esplicito: paragonare l’architettura interpretativa degli eventi degli anni Venti e Trenta del Novecento a quella attuale dell’Unione monetaria europea, dove, in presenza di un tasso di cambio predeterminato e di moneta unica, un aumento di competitività potrà ottenersi solo riducendo in misura significativa il costo del lavoro.

D’altronde Fazio, sin dal suo ingresso in Banca d’Italia nel 1960 con una borsa di ricerca presso il Servizio studi, quando ignorava che sarebbe arrivato ai vertici di quello che è uno dei più prestigiosi istituti internazionali come governatore nel 1993, volle con determinazione approfondire il tema della moneta, sia sotto l’aspetto empirico che teorico, coniugandolo, a latere, con l’econometria; connubio che lo condurrà, sotto il magistero di Guido Carli, all’elaborazione del modello econometrico dell’economia italiana, testato nel 1974 al tempo della prima crisi petrolifera.

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Sono e saranno gli anni della maturazione dei suoi studi sulla teoria monetaria, grazie agli insegnamenti di premi Nobel quali Paul Anthony Samuelson e Franco Modigliani, oltre che di Robert Solow, e al costante confronto con Baffi e Ciampi, entrambi governatori della Banca d’Italia, e con Savona, Vicarelli, Tarantelli e tanti altri. È anche il periodo della frequentazione di prestigiosi centri di ricerca quali il Mit e di difficili raffronti professionali con il Fondo monetario internazionale, sempre su temi e problemi riguardanti l’inflazione, il corso dei cambi, i tassi di interesse, i prezzi e il costo del lavoro. È su queste basi di teoria e prassi che Fazio affronta i temi della iperinflazione in Germania e della grande crisi del 1929.

Dopo una puntuale disamina delle cause che provocarono un vertiginoso aumento dei prezzi e la svalutazione del marco in Germania dal 1918 al 1923, Fazio si sofferma sulla deflazione che seguì per tutti gli anni 30 alla grande crisi del 1929, causata, quest’ultima, da una sovraproduzione che ebbe origine nel settore primario e dalla speculazione che causò il crollo di Wall Street.

Significativamente, a proposito della Germania, Fazio ricorda quanto scritto da Costantino Bresciani Turroni per motivare il perché la politica economica tedesca «si è sempre preoccupata della stabilità monetaria a qualunque costo, anche a prezzo di ripercussioni temporaneamente dannose per l’economia».

Perciò, il già governatore della Banca d’Italia sottolinea che «la Storia economica ci aiuta a meglio analizzare avvenimenti e congiunture del nostro tempo», al pari di quanto sostenuto da Samuelson che considera questa disciplina come tutto ciò che documenta l’esperienza empirica. Lo studio degli accadimenti contemporanei deve allora essere considerato esso stesso Storia economica, la cui finalità, aggiunge Antonio Fazio, è di «trarre dai fatti e loro conseguenze qualche insegnamento di teoria e politica economica».

Ed è proprio la Storia economica che ci permette, specularmente, di confrontare le politiche del rigore volute dalla Germania, nel ricordo dell’iperinflazione, e quelle deflazionistiche subite da Paesi del Sud dell’Unione, anche a seguito del deflusso di risorse verso le nazioni del Nord quale conseguenza dei loro surplus commerciali.

E pensare, a riprova di quanto Fazio ci insegna tra le righe di questo volume, che nel 1997 il premio Nobel per l’economia Milton Friedman predisse che se la moneta unica fosse stata realizzata così come era stata programmata se ne sarebbero avvantaggiati soprattutto Germania, Benelux e Austria, «perché i cambi flessibili rappresentano potenti meccanismi di aggiustamento… e dunque bisogna riflettere bene prima di scegliere soluzione alternative».

A conferma, l’anno successivo un gruppo di economisti neo keynesiani di livello internazionale, tra i quali il Nobel Franco Modigliani, in un Manifesto dal significativo titolo “Contro la disoccupazione nell’Unione europea”, sosteneva che l’obiettivo della Banca centrale europea – il cui statuto fu voluto dalla Germania ad immagine di quello della Bundesbank – non doveva limitarsi al controllo dell’inflazione non superiore al 2%, benanche di tenere «la disoccupazione sotto controllo», come previsto dallo statuto della Fed.

In quel periodo, il coraggio istituzionale di Antonio Fazio a difesa del nostro Paese fu dimostrato, altresì, nel tutelare il sistema bancario italiano da incursione straniere. Nel 1997, in un’audizione parlamentare, dichiarò che con l’introduzione dell’euro non avremmo più avuto terremoti monetari, ma una sorta di bradisismo, le cui conseguenze si sarebbero evidenziate nel tempo perché «ogni anno perderemo qualcosa in termini di crescita rispetto agli altri Paesi». Questo atteggiamento a difesa dell’Italia gli era già costato una critica, poi amichevolmente ritirata, da Jean-Claude Trichet, all’epoca governatore della Banca di Francia, che lo accusò di ricattare gli altri banchieri centrali europei quando, nella notte del 24 marzo del 1997, notte in cui si doveva decidere quali nazioni avessero avuto i requisiti per entrare nell’euro, pur ricordando le sue perplessità, Fazio accettò l’ammissione del nostro Paese al prospetto della moneta unica. Dall’esclusione sarebbe sicuramente derivato un attacco speculativo contro la valuta italiana, ma anche un rischio di crollo dell’intero sistema. Tutto ciò, non certo per un atteggiamento precostituito – è nota, infatti, la posizione non favorevole di Fazio alla immediata partecipazione dell’Italia alla moneta unica – ma in base a una attenta analisi economica, mostrando, ancora una volta, la sua dedizione e il suo spirito di servizio per il nostro Paese. È bene infatti ricordare che il regime internazionale della moneta non è una prerogativa della Banca centrale, ma una competenza del Governo e del Parlamento.

Uno dei più attenti filosofi del Novecento, Benedetto Croce, scrisse che la storia è sempre contemporanea. Questo volume di Antonio Fazio ne è una ulteriore conferma poiché, come egli scrive, se l’Historia è Magistra Vitae non dobbiamo ripetere in Europa gli errori del passato.

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