Editoriali

La lezione di Ciampi e lo stratagemma del vincolo esterno

di Dino Pesole

3' di lettura

«Vuole sapere come riuscimmo a entrare nell’euro? Mi misi a fare il commesso viaggiatore tra le capitali e le piazze finanziarie europee per convincere i nostri partner e i mercati che ce l’avremmo fatta». In diverse interviste rilasciate al Sole 24 Ore da presidente emerito della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi citava spesso quel che accadde nei mesi decisivi del 1997-1998, quando era in gioco l’ingresso del nostro Paese nella moneta unica. Credibilità, fiducia. Ciampi mise in gioco il suo prestigio, la sua autorevolezza in campo internazionale per tessere alleanze, convincere i riottosi alleati tedeschi e olandesi che ridurre il deficit entro il fatidico 3% del Pil, condizione indispensabile per accedere al gruppo di testa dei Paesi aderenti all’euro, era alla nostra portata. Una scommessa giocata sul filo dei decimali. «Semplice a dirsi, molto complicato a farsi. Ci riuscimmo operando sulla spesa per interessi, che alimenta il debito ed è esattamente il termometro della percezione dei mercati sull’affidabilità del Paese». Già, il famigerato spread, che Ciampi monitorava in tempo reale su alcuni foglietti che portava sempre con sé. Il risultato fu che nell’anno decisivo per l’ammissione all’euro, il 1997, il deficit scese dal 6,7% al 2,7%. «Ricorda quel che dissi al Sole 24 Ore il 2 maggio del 1998, quando vennero fissate le parità bilaterali con l’euro? Dissi che a un certo punto della riunione il ministro olandese delle Finanze, Gerrit Zalm prese la parola in italiano per esprimere il suo apprezzamento». Era caduta una barriera.

Oggi, in uno scenario decisamente molto lontano da quei giorni, tocca a Mario Draghi, il primo e ora più autorevole dei “Ciampi-boys”, raccogliere idealmente quel testimone e provare a giocare una partita non meno impegnativa. Questa volta non si tratta di spuntare qualche decimale di deficit in meno. La disciplina di bilancio europea è sospesa, e lo sarà per tutto il 2021 e 2022. Occorre far valere – come fece Ciampi – la carta del prestigio internazionale conquistato sul campo negli anni in cui ha guidato la Bce (il «whatever it takes» è ormai una sorta di topos entrato nel linguaggio comune) per convincere i partner europei, la Commissione Ue e i mercati che il Programma nazionale di ripresa e resilienza sarà avviato nei tempi stabiliti. E che le riforme si faranno. Più facile a dirsi che a farsi, per mutuare l’espressione di Ciampi, come si è visto con le divergenti proposte avanzate nei giorni scorsi sulla riforma fiscale da Pd e Lega e con i distinguo che vanno emergendo sulla riforma della giustizia e sulla nuova disciplina per gli appalti.

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Ma – come avvenne per Ciampi – Draghi può mettere in campo un atout non da poco: il “vincolo esterno” che allora agì da catalizzatore nei mesi della faticosa rincorsa all’euro e che potrà essere utilizzato ribaltando i termini della questione: senza riforme non verranno concesse le tranche semestrali dei 248 miliardi di cui potrà fruire il nostro Paese da qui al 2026. Senza riforme, crollerebbe l’impianto stesso del Recovery Plan italiano, e poiché il nostro Paese è il maggiore beneficiario dei fondi del Next Generation Eu rischierebbe di saltare l’intero programma di aiuti europeo.

Già, perché nel frattempo – e Ciampi ne sarebbe lietissimo – è stato infranto un altro tabù, quello di un primo embrione di mutualizzazione del debito, che avverrà attraverso l’emissione da parte della Commissione di bond europei per finanziare gran parte dei 750 miliardi del Recovery Fund. Sono bond che devono poter contare sulla garanzia politica di tutti i Paesi membri. Rischiosissimo sfilarsi. Come reagirebbero i mercati? Il nostro debito finirebbe di nuovo nel mirino. Come dire che se l’Italia fallisse e perdesse il treno, rischierebbe di andare in frantumi l’intera impalcatura eretta per sostenere una svolta determinata certo dalla pandemia, ma non per questo meno rilevante per il futuro stesso della casa comune europea. Il segnale però va lanciato subito. Con il via ai decreti sulle semplificazioni e sulla governance, e con il puntuale rispetto della road map: legge delega di riforma del fisco entro luglio, via libera alla riforma dell’amministrazione pubblica e della giustizia, via libera alla legge sulla concorrenza. I risultati vanno conseguiti prima che partano in grande stile le fibrillazioni politiche per la nomina del nuovo presidente della Repubblica.

Da qui all’autunno inoltrato dunque. Poi si aprirà un’altra fase. La domanda che è lecito porsi fin d’ora è se basteranno le carte personali di cui può disporre Draghi per vincere la partita. Domanda con diverse risposte possibili. Ma vale comunque la pena di metterle in campo senza indugio.

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