Societa

La lezione del doge rimosso per la democrazia americana

di Gianni Toniolo

4' di lettura

Nelle sale del Maggior Consiglio e dello Scrutino del Palazzo ducale di Venezia si possono ammirare i ritratti di tutti i dogi, tranne uno, sostituito da un panno nero. Me lo ha ricordato in questi giorni Richard Sylla, l’amico americano che, al nostro primo incontro da studenti, mi regalò una copia de “Il Federalista” (Federalist papers), gli 85 articoli scritti da Hamilton, Madison e Jay nel 1788 per promuovere la ratificazione della Costituzione degli Stati Uniti.

Il ritratto mancante è quello di Marino Falier, eletto doge nel settembre 1354, in un momento molto difficile per la Repubblica. La flotta genovese di Paganino Doria saccheggiava l’Adriatico e l’Egeo. Pochi giorni dopo l’elezione di Falier, giunse la notizia che l’ammiraglio della repubblica nemica aveva catturato la flotta di Niccolò Pisani alla fonda presso l’isola greca della Sapienza. I rovesci militari alimentavano le endemiche tensioni sociali interne. Falier, universalmente stimato, sia come comandante di flotte ed eserciti sia come abile ambasciatore, sembrava, benché ottantenne, la persona adatta ad affrontare la crisi. Il nuovo doge, però, sapeva bene che molti veneziani attribuivano le sconfitte all’inettitudine o alla codardia dei nobili verso i quali si riversava il malcontento dei lavoratori e piccoli imprenditori dell’industria marittima, che oggi chiameremmo “classe media”. Testimone della fine dei governi comunali, sostituiti dalla Signorie, Marino Falier si era probabilmente persuaso che il dispotismo fosse più efficiente del regime repubblicano. Con questa convinzione il doge, consapevole della frustrazione della “classe media”, si rivolse segretamente a due capi popolo, Bertuccio Isarello e Filippo Calendario, per mobilitare gli scontenti, in particolare gli “arsenalotti”, le maestranze qualificate del maggiore Arsenale d’Europa.

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Isarello e Calendario avrebbero dovuto trovare venti uomini fidati, ciascuno dei quali incaricato di arruolarne altri quaranta. La notizia, fatta circolare ad arte, di un imminente attacco dei genovesi doveva giustificare la presenza nelle calli di gruppi armati, incaricati invece non della difesa alla città ma di neutralizzare i più autorevoli esponenti della nobiltà, instaurando Falier come signore assoluto (“Signore a bacheta”). I congiurati però erano troppi e la notizia del complotto giunse all’orecchio di alcuni nobili che si recarono a Palazzo Ducale per riferirne allo stesso doge, obbligandolo a convocare urgentemente il Consiglio dei Dieci, il governo della Repubblica. Una rapida indagine fece emergere la verità: a capo della congiura stava lo stesso Marin Falier. All’istruttoria seguì un rapido processo. I congiurati furono giudicati, secondo le leggi vigenti, da un tribunale composto, oltre che dal Consiglio dei Dieci (ridotto a nove per la circostanza), da altre ventisette persone. Marin Falier, trovato colpevole, fu decapitato il 17 aprile 1355 nel cortile del Palazzo Ducale, sul luogo stesso dove, sette mesi prima, aveva giurato di salvaguardare la costituzione repubblicana. La Repubblica di Venezia, certo oligarchica ma ben più democratica delle monarchie assolute d’Europa, sopravvisse ancora per quattro secoli, senza che altri tentassero colpi di mano autoritari.

La vicenda del doge Falier, narrata da Frederic Lane (le versioni romantiche di Byron e Donizetti hanno scarso fondamento storico), sorprende per taluni aspetti di attualità.

Una situazione di crisi (la guerra, la pandemia), una classe media frustrata, una sfiducia nella capacità della democrazia di risolvere i problemi, un capo del governo che diffonde notizie false per mobilitare i più maneschi tra gli scontenti contro le istituzioni democratiche.

Evidenti sono anche le differenze tra la Venezia del quattordicesimo e l’America del ventunesimo secolo. Le vicende della prima offrono, comunque, spunti di riflessione sulla democrazia ancora validi: la difesa immediata, la legittimazione, l’educazione. Nel momento più caldo dell’attacco alle istituzioni liberamente elette, è essenziale che queste reagiscano anche con un uso proporzionato della forza. I colpevoli vanno poi puniti, nel rigoroso rispetto delle garanzie di legge. Il presidente eletto Biden ha detto chiaramente che le eventuali misure da prendere a carico del suo predecessore non sono di sua competenza, nel rispetto della divisione dei poteri. Il velo nero ancora oggi al posto del ritratto di Falier dice però quanto importante sia mantenere nella memoria collettiva una macchia indelebile su chi attenta al regime democratico.

Negli Stati Uniti circa la metà dell’elettorato repubblicano è sinceramente convinta che le elezioni siano state truccate. Solo una minoranza degli italiani ha fiducia nel Parlamento. Complessivamente, nel mondo, dall’inizio del secolo la democrazia è in ritirata. Nel lungo andare, le democrazie non sopravvivono se non rispondono, o sembrano non rispondere, alle attese dei cittadini. Come gli “arsenalotti” del Trecento, le classi medie di tutto l’Occidente vivono forme di malessere che indeboliscono i sistemi democratici. Non si tratta solo di distribuzione del reddito, pure importante, ma della percepita diminuzione del proprio status e, soprattutto, della carenza di efficaci meccanismi di mobilità sociale. È debole una democrazia che spreca intelligenze e talenti costringendoli entro gabbie di ceto, di reddito, di relazioni. Il welfare state ha giocato un ruolo decisivo nel rafforzare le democrazie europee dopo la Seconda guerra mondiale, esso va però adattato alle realtà attuali della demografia, della struttura produttiva, dell’integrazione economica internazionale.

Infine, la democrazia si rafforza educando i cittadini a comprenderne non solo le regole ma anche i fondamenti culturali, filosofici ed etici. Nella scuola non basta l’educazione civica, cenerentola tra le materie. I valori democratici devono permeare gli insegnamenti di storia, letteratura, filosofia. Nel discorso pubblico quotidiano la voce “democrazia” è spesso ridotta a formalismi o ad aspetti di essa (l’equità distributiva, l’efficienza, la legittimità di ogni piccolo gruppo di interessi nel condizionare la vita collettiva) che non danno ragione della loro integrazione in un tutto organico fatto di regole e valori. Torniamo a parlare anche di questi.

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