Criptovalute

La lezione delle dotcom: oltre la bolla avanza il futuro

di Pierangelo Soldavini

(Reuters)

3' di lettura

Forse non tutti ricordano Pets.com, icona della prima bolla internet. Collocato a valutazioni record in piena corsa alle .com, il sito di vendita online per animali sbagliò del tutto strategia puntando forte sul marketing e su prodotti non adatti all’e-commerce, finendo a gambe all’aria. Quella che allora era solo una libreria online, Amazon, vide a inizio 2001 le sue azioni crollare da 107 dollari fino a 7: oggi il suo titolo è a un passo dai 1.300 dollari e gareggia tra i titoli più capitalizzati al mondo.

Quale delle due parabole sia destinata a seguire il bitcoin è impossibile da prevedere.

Loading...

La finanza, si sa, vive di attese, puntando ad anticipare i profitti futuri di tecnologie e nuovi business. Ma quello delle criptovalute è un fenomeno finanziario difficile da interpretare, senza alcun precedente di riferimento. Un po’ come internet a suo tempo.

Prendiamo il bitcoin: un asset digitale scarso – si sa già che è programmato per arrivare fino a un massimo di 21 milioni di unità, non di più –, basato su un algoritmo che ne determina l’emissione e un sistema di certificazione decentrato che disintermedia del tutto il sistema finanziario tradizionale. Nato come strumento di pagamento ha mostrato tutti i suoi limiti sotto questo profilo, in termini di costi elevati e lentezza operativa, ma si è trasformato in un discreto strumento di riserva, alla stregua di oro digitale. Ma è materia prima, valuta o security? Su che basi può essere valutato?

Confermando di essere un investimento adatto solo a profili ad alto rischio, è salito sulle montagne russe con oscillazioni da cuori forti, in un mercato senza controlli e senza riferimenti: superata la soglia di 1.000 dollari più o meno un anno fa (e già sembrava un valore fuori da ogni logica) ha continuato a correre arrivando a 10mila a inizio dicembre (quando si parlava di bolla in procinto di scoppiare), per poi raddoppiare in un paio di settimane arrivando a toccare un picco vicino ai 20mila dollari a metà dicembre.

Da allora le quotazioni si sono drasticamente ridimensionate, arrivando quasi a dimezzare il valore. A fare effetto sono stati soprattutto i timori che la stretta in Estremo Oriente, tra Cina e Corea del Sud, possa essere solo l’antipasto di una più vasta azione di regolamentazione a livello globale, per un mondo per sua natura restio ad assogettarsi a norme e controlli. Si può pensare anche a un mercato facilmente manipolabile da una manciata di attori. Forse, però, così come non c’erano motivi precisi alla base del rialzo, se non la paura di molti di perdere il treno, non ce ne sono neanche in questa fase di ridimensionamento, se non la corsa ai realizzi da parte di chi teme di veder volatilizzare i pingui capital gain. Per di più esentasse.

Come internet a cavallo del cambio di secolo, è difficile fare valutazioni: allora, e in parte anche oggi, società senza lo straccio di un utile arrivavano a valere più di colossi consolidati dell’industria manifatturiera. Molte aziende dell’inizio oggi non ci sono più, ma internet c’è ancora e ha rivoluzionato la vita delle persone e il business delle aziende.

Anche nel mondo delle criptovalute – oltre a bitcoin ne esistono più di 1.450, in gran parte destinate a sparire – c’è una tecnologia sottostante che promette una nuova rivoluzione. La blockchain, la “catena dei blocchi”, è la vera innovazione, decentrata e distribuita, che permette alle criptovalute di esistere senza alcuna autorità centrale. Bitcoin è solo la prima e più nota applicazione. Ma intanto le aziende stanno puntando su questa tecnologia. Le grandi banche di Wall Street, che snobbano la criptofinanza, hanno investito forte sui consorzi che stanno studiando l’applicazione della blockchain ai mercati finanziari e non solo. Negli ultimi giorni Kodak ha annunciato un progetto per gestire in sicurezza i diritti fotografici, Telegram vuole farne una base per un sistema di pagamenti istantanei.

Ogni giorno nascono progetti simili: dai colossi alimentari all’energia, dalla grande distribuzione agli immobili alle raccolte di fondi per beneficienza, laddove bisogna certificare una transazione economica si studia l’applicazione della blockchain. Ethereum, la seconda criptovaluta per capitalizzazione, apre la strada agli smart contract, contratti che vengono conclusi al verificarsi di determinate condizioni: quando arriva il pagamento, l’azienda chiude il contratto, contabilizza e fattura, senza bisogno di alcun intervento. Idem per la registrazione notarile o le polizze assicurative. Se pochi anni fa nessuno poteva immaginare un mondo con AirBnb o Uber, non è escluso che domani i colossi della sharing economy possano essere sostituiti dalla blockchain. La disintemediazione della disintermediazione.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti