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La lezione di Falcone: ricchezze criminali da colpire tutelando gli operatori onesti

Dal magistrato subito una difesa appassionata della legge Rognoni-La Torre sulla confisca dei patrimoni dei mafiosi

di Giovanbattista Tona

(ANSA)

3' di lettura

Colpire le ricchezze criminali che creano squilibri sul mercato e nella società, ma al contempo dare garanzie agli operatori economici estranei alle attività illecite. Questa era la visione moderna, e forse ancora non del tutto attuata, di Giovanni Falcone.

Mentre si svolgevano le udienze del maxiprocesso e infuriavano le polemiche sulla legge Rognoni La Torre che aveva introdotto il reato di associazione mafiosa e il sistema delle misure di prevenzione patrimoniali, Falcone ne spiegava agli studenti dell’Università di Messina il 15 dicembre del 1986 la rilevanza strategica: «Proviene da una legge dello Stato l’obbligo per il giudice di ricercare e bloccare i beni di illecita provenienza e ciò costituisce una delle più importanti innovazioni nella strategia di contrasto del fenomeno mafioso».

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Una disciplina indispensabile perché «una delle maggiori cause della pericolosità della mafia e della sua potenzialità destabilizzante si fonda sull’enorme potere economico derivante dalle lucrose attività illecite».

Falcone respingeva con nettezza alcune critiche a quella normativa: «i guasti all’economia isolana sono provocati non già dalla legge Rognoni La Torre, ma dall’esistenza di un fenomeno che ne ha reso necessaria l’introduzione».

Ma ne invocava già il miglioramento «soprattutto per quanto concerne la tutela dei terzi di buona fede».

A trent’anni dalla strage di Capaci l’indirizzo strategico impresso da Falcone nel contrasto alla mafia permea sempre di più la legislazione.

Dopo i primi, fondamentali, interventi che introdussero le regole sull’amministrazione e la destinazione dei patrimoni sequestrati e confiscati nei procedimenti di prevenzione (decreto legge 230/1989) e la disciplina sulla destinazione ad uso sociale di questi beni (legge di iniziativa popolare 109/1996), mentre in parallelo plurimi interventi normativi favorivano la progressiva estensione delle ipotesi di confisca obbligatoria dei beni di provenienza ingiustificata nei processi penali, il tentativo di dare forma ad una compiuta disciplina di tutela dei terzi di buona fede, come auspicata da Falcone, veniva portato a termine nel Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione (decreto legislativo 159 del 2011).

L’amministrazione giudiziaria dei beni sequestrati è stata poi regolamentata con l’obiettivo della conservazione e, ove possibile, dell’incremento del valore in vista della confisca e della destinazione. Le posizioni degli operatori economici che, in buona fede, intrattengono rapporti con le imprese sequestrate sono state inoltre tutelate da una successiva riforma del codice antimafia (legge 161/2017) e per tutti coloro che avevano maturato crediti con soggetti sottoposti a misure di prevenzione patrimoniale è stato previsto un subprocedimento nel quale il giudice deve accertare la loro buona fede per assicurare, a certe condizioni, il soddisfacimento delle loro pretese sui beni che saranno successivamente incamerati dallo Stato a seguito di confisca.

Alcuni nodi restano però irrisolti. Il primo limite è che si tratta di una disciplina modulata sulla procedura fallimentare ma i beni in sequestro, a differenza di quelli del fallito, non vanno necessariamente liquidati. Anzi, in linea di principio, dovrebbero consentire, in modo legale, la prosecuzione delle attività economiche controllate dal soggetto pericoloso.

Spesso, la liquidazione dei beni, che dovrebbe essere curata dall’Agenzia, viene, inoltre, avviata con molto ritardo, ingenerando contenziosi con i creditori che hanno ottenuto il riconoscimento di buona fede.

Questa disciplina si applica, infine, ai sequestri di prevenzione ed è controverso nella prassi se debba applicarsi anche ai sequestri disposti dal giudice penale ordinario. Il Codice della crisi prevede tale estensione, ma la norma è tra quelle di cui ancora si è differita l’entrata in vigore.

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