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La lezione delle superstar della redditività

di Massimo Giordano

(Adobe Stock)

3' di lettura

A livello mondiale, il 65% degli utili ante imposte fa capo a meno di 6mila società capaci di generare, ognuna, un fatturato annuo superiore al miliardo di dollari. All’interno di questo club di giganti, ce n’è uno ancora più ristretto e performante, composto da un 10% di imprese che, nel loro insieme, generano l’80% del valore economico del campione preso in esame. Questo dato riassume quella che può essere definita una “dinamica delle superstar”: organizzazioni che catturano una percentuale di profitti notevolmente superiore rispetto ai concorrenti e che alimentano nel tempo un divario crescente. Queste realtà condividono alcune caratteristiche, come livelli più elevati di digitalizzazione, competenze più solide e apertura all’innovazione, maggiore partecipazione e connessione ai flussi globali di beni, capitali e servizi, crescenti investimenti in R&S e asset intangibili.

Nel report “Superstars: the dynamics of firms, sectors, and cities leading the global economy”, il think tank McKinsey Global Institute ha analizzato 5.750 aziende di tutto il mondo con un fatturato annuale superiore al miliardo di dollari. In questo gruppo, come detto, il primo 10% genera l’80% del valore economico del campione. Le realtà che rientrano nella fascia intermedia (l’80%) registrano un valore economico aggregato vicino allo zero, mentre l’ultimo decile distrugge una quantità di valore pari a quella creata dal primo. Se consideriamo il nostro continente, le imprese dell’Europa occidentale beneficiano di un posizionamento migliore rispetto alla media: il 24% raggiunge il primo decile, quello delle superstar, rispetto al 20% del campione complessivo.

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In questa dinamica, il divario tra leader e inseguitori non solo è difficile da colmare, ma si sta ampliando negli anni. Le aziende superstar di oggi catturano in media un valore economico 1,6 volte superiore rispetto a quanto accadeva 20 anni fa. Al contrario, le aziende che si trovano oggi nell’ultimo decile generano una perdita economica media 1,5 volte superiore rispetto alle loro controparti del passato.

Per colmare questo divario, le aziende dovrebbero investire in alcune aree cruciali: digitalizzazione, talenti e competenze, allocazione dinamica delle risorse. Riguardo alla digitalizzazione, uno studio McKinsey ha evidenziato che l’Artificial intelligence potrebbe contribuire a una crescita annua dell’1,2% del Pil globale (per l’Italia il potenziale è di circa l’1%) e le aziende che adotteranno queste innovazioni nei prossimi 5-7 anni potrebbero raddoppiare il proprio flusso di cassa entro il 2030. Al contrario, i ritardatari potrebbero subire un calo fino al 20%.

Venendo alla crescita di talenti e competenze, le aziende dovranno acquisire persone specializzate nell’uso delle nuove tecnologie, attingendo anche da settori diversi, e al contempo investire nella riqualificazione dei lavoratori esistenti. Come evidenziato su queste colonne di recente, le aziende dovranno rivestire un ruolo trainante nella preparazione dei propri dipendenti e nella promozione di una cultura improntata all’apprendimento permanente. Gli imprenditori e i manager più illuminati sapranno incoraggiare e guidare il cambiamento: questa capacità rientrerà tra le caratteristiche di un’azienda di successo.

Un’attenzione particolare va rivolta infine all’allocazione dinamica e proattiva delle risorse: le aziende dovrebbero essere più coraggiose, sbloccando gli investimenti meno interessanti per riallocarli in aree di business più profittevoli e strategiche, con una logica più imprenditoriale. Un’azienda che gestisce in modo dinamico le proprie risorse offre in media agli azionisti ritorni fino al 30-40% più elevati. È provato che la scelta corretta dei settori e delle aree geografiche in cui operare incide sulla capacità delle aziende di creare maggior valore.

Anche l’Italia può (e deve) essere protagonista di questa “dinamica delle superstar”, grazie alle tante eccellenze che può contare a livello mondiale. Basti pensare all’industria del machinery, ad esempio, nella quale siamo quarti al mondo per surplus commerciale, oppure a quella della moda, in cui rappresentiamo il secondo Paese al mondo per quote di mercato, o ancora la farmaceutica e l’alimentare, settori in cui ci siamo guadagnati alcuni primati in Europa.

In conclusione, tra gli asset che garantiscono la crescita non figura sempre il criterio dimensionale. In altre parole, rispettando i requisiti della digitalizzazione, della capacità di far crescere le proprie persone e della dinamicità nell’allocazione delle risorse, anche le piccole e medie imprese italiane possono giocare la partita delle “superstar”. Lo sforzo, naturalmente, non deve essere solo delle aziende, ma di tutto il sistema che le circonda.

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