interventi

La lira che alcuni vorrebbero e quella che tutti avremmo

di Matteo Maggiori*

Cresce in Italia l'insoddisfazione verso l'euro


3' di lettura

È un'illusione pensare che se l'Italia abbandonasse l'euro avrebbe una valuta stabile, che si deprezzi per assorbire eventuali shock negativi e stabilizzare l'economia. È un'illusione pensare che avremmo piena indipendenza monetaria e un più facile aggiustamento del debito pubblico. Questo sogno di pochi si trasformerebbe ben presto in un incubo per molti. La lira che avremmo sarebbe molto simile a quella che avevamo, e che abbiamo giustamente lasciato.

L'Italia con una nuova lira avrebbe il tasso di cambio di un paese politicamente instabile, con governi che si susseguono in rapide crisi, istituzioni sempre più deboli e meno credibili, ed un indebitamento alto. Paesi di questo tipo hanno tassi di cambio volatili che anticipano la tentazione dei governi di svalutare per ragioni competitive. Per ispirazione su una nuova lira gli italiani dovrebbero guardare molto meno al dollaro o al franco svizzero, e un po' di più alla lira turca.

Né l'Italia riacquisterebbe il controllo monetario completo. I flussi di capitale dagli altri paesi sarebbero molto volatili, inseguendo la mutevole probabilità dell'ennesima crisi. La Banca d'Italia si vedrebbe costretta a muovere i tassi, già ad un livello più alto, in unisono con quelli dell'area euro per evitare deleteri flussi di capitale dentro e fuori dal paese. Gli italiani dovrebbero guardare molto meno all'indipendenza monetaria degli Stati Uniti, il paese al centro del sistema monetario, e un po' di più alla mancata indipendenza monetaria del Brasile sebbene abbia la sua valuta indipendente.

Non c'è nessun dubbio che l'euro imponga delle restrizioni sulla politica non solo monetaria ma anche fiscale. In parte queste restrizioni sono state la ragione per cui lo abbiamo voluto: per mettere fine ad aspettative di costante svalutazione e alti tassi di interesse. Non c'è dubbio che queste restrizioni siano poi state aggravate da un mancato coordinamento di politiche fiscali con gli altri stati membri, ed in particolare la Germania. Questa seconda parte, che continua anche oggi, rende l'unione monetaria inutilmente debole economicamente e impopolare. È un errore di politica economica della Germania il non volere, per motivi più ideologici che economici, espandere la sua spesa pubblica in maniera produttiva.

Credo che nel dibattito economico rimanga comunque un pregiudizio di fondo sull'utilità della valuta unica. Spesso si compara l'euro che abbiamo oggi, con tutti i suoi difetti e compromessi, con un tasso di cambio flessibile idealizzato. Il tasso di cambio che tutti vorremo avere. Allora è facile vedere gli svantaggi dell'euro. Ma consideriamo il caso opposto; compariamo l'euro che potremmo avere con uno sforzo di politica economica, insomma un euro migliore, alla lira che avremmo quasi sicuramente in pratica. Tutto ad un tratto l'euro sembra la scelta ovvia.

Il pregiudizio ha delle radici profonde nella teoria economica. I modelli economici tradizionali presentano un esagerato vantaggio offerto dai tassi di cambio flessibili. Per molti anni il campo scientifico è stato dominato da modelli new-keynesiani in cui premi di rischio ed imperfezioni finanziarie sono assenti, e dove una svalutazione aiuta il Paese rendendone più competitivi i prezzi perché' salari e prezzi di export sono rigidi in valuta locale. In questi modelli, il tasso di cambio si deprezza in risposta a shock negativi aiutando l'economia a riprendersi. Un paese con la propria valuta sostiene un debito alto perché' qualunque attacco speculativo è riassorbito con una svalutazione che ristora la capacità di pagare il debito attraverso un boom economico. Un meccanismo così perfetto, che scarsamente se ne trova alcuna traccia nei dati.

Recentemente, la teoria economica ha fatto progressi nell'incorporare premi del rischio e imperfezioni finanziarie in modelli di tassi di cambio. In un articolo con Xavier Gabaix, Professore di Economia a Harvard University, pubblicato sul Quarterly Journal of Economics, abbiamo creato un modello in cui i tassi di cambio sono dominati da forze finanziarie e non dai fondamentali economici. Il tasso di cambio invece di assorbire gli shock ne è una nuova fonte. Flussi di capitale volatili comportano instabilità del tasso di cambio con effetti avversi sull'economia reale. Questo tipo di tasso di cambio, esacerbato dai fondamentali Italiani non proprio positivi, è un benchmark più realistico di quello che ci aspetterebbe uscendo dall'euro. La teoria economica deve evolversi ed entrare nel dibattito pubblico proponendo modelli e dati concreti sulle opzioni economiche dell'Italia.

L'Italia sarebbe meglio servita nel non perseguire populistici sogni di abbandono dell'euro, ed invece concentrare gli sforzi nel migliorare l'attuale moneta unica. Gli economisti hanno il dovere non solo di migliorare i propri modelli e analisi, ma anche di comunicarli al pubblico per fare comprendere quali siano le reali opzioni di politica economica tra cui possiamo scegliere.

*Associate Professor Stanford University, Graduate School of Business

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti