Allarme

La locomotiva frena: dai contratti all’export le chiavi della ripartenza

In Veneto 247 aziende con procedura di crisi o cassa integrazione. Padova e Treviso puntano sulla contrattazione decentrata, a Vicenza indice di fiducia ai minimi storici, Verona tiene con export e diversificazione

di Barbara Ganz

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L'interno della Tessitura Monti di Maserada sul Piave (Treviso)

In Veneto 247 aziende con procedura di crisi o cassa integrazione. Padova e Treviso puntano sulla contrattazione decentrata, a Vicenza indice di fiducia ai minimi storici, Verona tiene con export e diversificazione


4' di lettura

Le spie di allarme sul cruscotto dell’economia Veneta si accendono con frequenza maggiore, trasversale alle diverse province. Fra luglio 2018 e giugno 2019 sono 247 le aziende venete coinvolte da una procedura di crisi o cassa integrazione: «La Regione è impegnata, tramite appositi tavoli tecnici con Aziende e sindacati gestiti dalla propria Unità di Crisi, nella gestione delle varie situazioni di difficoltà aziendali che stanno emergendo dice l’assessore veneto al Lavoro, Elena Donazzan - Ogni crisi richiede approfondimenti e l’attivazione di specifici strumenti per agevolarne una risoluzione positiva. Le politiche attive e passive in favore dei lavoratori, accompagnate dagli strumenti di rilancio industriale, rappresentano le fondamenta per una politica di reindustrializzazione efficace, ma serve un’azione più incisiva da parte dell’intero sistema Paese».

Fra Padova e Treviso, nel periodo luglio 2018 -giugno 2019, le aziende interessate da crisi aziendale sono state 77. In lieve aumento le aperture di crisi nel primo semestre (35 contro 31). Riguardo alla cassa integrazione, nei primi 9 mesi quella ordinaria registra un aumento aggregato del 26,3% con dinamiche molto differenti nelle due province (Padova -14,8%, Treviso +52,0%) e una diminuzione del 15,3% della straordinaria con dinamiche opposte (Padova +15,2%, Treviso -44,4%). Nel complesso, le ore autorizzate aumentano del 10,1%.-

In una «fase insidiosa di rallentamento nel comparto manifatturiero» Assindustria Venetocentro con Cgil, Cisl e Uil di Padova e di Treviso hanno sottoscritto un impegno comune «sulla crescita del territorio, per dare un impulso, attraverso le relazioni industriali, alla competitività e alla valorizzazione del lavoro». Fra gli strumenti individuati per reagire c’è la contrattazione di secondo livello, «luogo di

sintesi tra interessi diversi ma convergenti, per sostenere la crescita delle aziende e incrementare i salari». A oggi, nell’industria in senso stretto delle due province oltre il 50% dei lavoratori è coperto da un contratto aziendale, in particolare nelle imprese più strutturate. Solo negli ultimi due anni Assindustria Venetocentro e sindacati hanno sottoscritto 200 accordi. L’obiettivo è ora estendere la contrattazione decentrata, specie nelle realtà più piccole.

A Vicenza il clima è teso, e la Confindustria provinciale è stata «facile profeta» dello stallo. Per il quinto trimestre consecutivo, il Leading Indicator Vicenza (LIV), indice che riassume la fiducia degli imprenditori vicentini. Anzi, da luglio 2015, ovvero da quando si effettua il rilevamento, il combinato disposto del sentiment rilevato ad ottobre 2019 sullo stato dell’economia attuale (secondo dato peggiore di sempre) e sulla previsione a 6 mesi (dato peggiore in assoluto), tocca il minimo storico. «Il tessuto produttivo di Vicenza, per come è nato e per come si è evoluto negli anni, rappresenta spesso un’avanguardia rispetto a ciò che succederà di lì a poco nel paese da un punto di vista macroeconomico-industriale - spiega il presidente Luciano Vescovi -. Questo perché ha un’altissima concentrazione di Pmi per abitante, e la manifattura è la vera locomotiva d’Italia, e perché ha uno strettissimo rapporto con il mercato europeo e internazionale, basti pensare che ha il valore di export pro-capite più alto d’Italia». L’allarme è stato lanciato «quando abbiamo fatto un’analisi sullo storico della produzione industriale dal pre-crisi del 2008 a oggi: «Ci siamo sentiti in dovere di lanciare pubblicamente un avviso alla politica: bisogna cambiare marcia anziché persistere, come si sta facendo, sulla via intrapresa dal governo Conte I, ovvero quella della politica economica inesistente e del considerare chi fa impresa e lavora come un ostacolo al benessere del Paese, quando non un delinquente a prescindere. Il 2019, che doveva essere “un anno bellissimo”, con la povertà “sconfitta”, si è rivelato essere invece quello dell’inversione di tendenza della nostra produzione industriale che cresceva ininterrottamente da 5 anni. E per un biennio anche a “ritmi cinesi”. Non a caso il Sole24Ore, già nel 2014, aveva individuato in Vicenza come la provincia che meno delle altre ha pagato lo scotto della crisi. Ora, quando comunque non si erano ancora toccati i livelli di produzione pre-crisi, mancava davvero pochissimo però, la curva torna a scendere. Un brutto segnale e i nostri imprenditori, che devono decidere se investire e assumere, sono preoccupati, preoccupatissimi».

A Verona gli indicatori principali tengono: nel terzo trimestre del 2019 continua a crescere la produzione, che registra un incremento tendenziale dell’1,47%. Con una performance leggermente più bassa di quella evidenziata lo scorso trimestre (+1,64%), la produzione supera le previsioni (+1,39%) e il risultato registrato nel terzo trimestre del 2018 (+1,08%). Positive sono le aspettative per fine anno, con un aumento stimato dell’1,49%. La capacità produttiva è normale o soddisfacente per il 78% delle aziende. L’incertezza geoeconomica ha fatto però ridurre la fiducia degli imprenditori nel terzo trimestre dell’anno; il peggioramento è più evidente nei confronti del mercato locale, meno verso quello internazionale. «Il territorio veronese sta accumulando da sei anni risultati positivi della produzione industriale - commenta il presidente Michele Bauli -. Un risultato che dobbiamo all’export che traina, ma anche ad alcuni fattori strutturali: a Verona possiamo contare su un’alta diversificazione produttiva con settori bilanciati tra di loro per caratteristiche cicliche e anticicliche e con un’alta presenza di aziende multinazionali che seguono logiche globali. Contiamo inoltre su imprese per lo più di dimensione media, e una buona dotazione infrastrutturale consente a Verona, di fronte a un’economia italiana stagnant, di contare su un’apertura internazionale diffusa». Il futuro richiede però cautela: «Certo è che l’export da solo non basta a Verona e nemmeno al Paese che ha bisogno di crescere e riprendere fiducia, sia quella dei consumatori che delle imprese. E questa evidenza che in molti abbiamo chiara non sembra guidare l’azione di Governo».

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