IDEALI

La lunga crisi sta logorando i valori di «liberté, egalité, fraternité»

di Claudia Galimberti


2' di lettura

Indossava un cappellino di Coco Chanel Edith Piaf, in un’intervista degli anni 40. Era posto un po’ sulle ventitré e lei stessa diventava, così, il simbolo della cultura francese. Passava dalla musica alla moda il messaggio di un unico spirito creativo, di una armonia nella quale aleggiava il soffio creativo dell’arte. Dall’impressionismo in poi, durante il Novecento lo spirito francese si è espresso nell’arte e nella cultura, dalla festa di colori di Toulouse Lautrec ai quelli delicati di Monet, dalle poesie di Prévert alle canzoni di Edith Piaf e Juliette Greco, senza dimenticare quell’inimitabile spirito del quartiere latino, amalgama di talenti, di amicizie e di disperazioni. È in quegli anni che a Parigi nasce la leggenda della cultura e dell’arte, è negli anni del dopoguerra che si configura la dimensione della Francia attuale con le sue contraddizioni, accentuate da una politica che porta la Francia a coinvolgersi nella guerra arabo-israeliana (1948) e poco dopo a combattere contro l’Egitto (1956), mentre infuriava la guerra di Algeria già dal 1954.

La Nouvelle Vague, diario cinematografico di una nuova generazione, ci regalava capolavori, la moda segnava il cambiamento della società con i tailleur di Coco Chanel e gli abiti rotondi di Cristian Dior. Tutto fino agli anni Sessanta. Perché poi la Francia ci ha regalato un secondo sussulto di libertà, dopo la rivoluzione francese. Il maggio del ‘68 diventa un simbolo della ribellione dei giovani contro un sistema di regole e rigidità. “Immaginazione al potere “ gridavano gli studenti. Che cosa era successo, perché in Francia c’era un terreno così fertile da far attecchire ogni respiro di rivoluzione?

C’era stato il generale De Gaulle a imbrigliare il Paese in una situazione di stasi, c’era stata la sconfitta in Algeria e l’indipendenza conquistata dalla colonia francese, c’erano stati momenti di tensione che non favorivano alcuna creatività e affossavano i talenti. Ce n’era abbastanza per far lievitare il pane della ribellione che si era già espresso in forme diverse nei film della Nouvelle Vague, e negli scritti da Jean Paul Sartre o di Jacques Prévert. La fucina degli intellettuali con Simone de Bouvoir, che porta la donna in primo piano, aveva gettato le basi per una nuova visione della vita. Ora il lievito, portato dal vento di una maturata consapevolezza, si spargeva ovunque e alimentava speranze di cambiamento dando forza e spessore alla ribellione di giovani studenti.

Sono passati quasi cinquanta anni dal maggio del ‘68 e oggi la Francia si risveglia con i suoni delle esplosioni dei terroristi, con la difficoltà della sinistra a dialogare con il popolo e con la rabbia di immigrati contro lo Stato e di francesi contro gli immigrati. La Francia non è più percorsa dal soffio vitale della bellezza, ma dalla stanchezza di una crisi che ha fiaccato lo spirito di accoglienza e solidarietà dei francesi e li espone a decisioni incoerenti con i loro valori di “liberté, egalité, fraternité”.

Eppure la Francia è l’unica erede in Europa dello splendida organizzazione amministrativa dei romani: «Sono pazzi questi romani» dice Asterix, ma erano dei geniali amministratori. Giulio Cesare nel «De Bello Gallico», descriveva i Galli come valorosi ma disorganizzati, oggi li definirebbe organizzati e magari un po’ meno valorosi.

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