Scenari globali

La Lunga marcia cinese per realizzare un regime capitalista

di Alberto Forchielli e Fabio Scacciavillani

(REUTERS)

3' di lettura

La rentrée di Deng Xiaoping al vertice del Partito comunista cinese alla fine degli anni 70 fu accolta in Occidente come una bizzarria dei corsi e ricorsi politici del Paese, ma pochi intravidero lo smottamento tettonico che presagiva. Infatti, Deng, nonostante l’aura di riformatore, era e rimase sempre un fervente leninista convinto che il vertice del Partito dovesse imporre la sua autorità su ogni aspetto della vita civile ed economica. E questa convinzione ha pervaso, con varia intensità, le alte sfere del potere cinese fino ai giorni nostri.

Le riforme fondamentali ispirate da Deng a partire 1978 non plasmarono solo le scelte economiche, ma anche la politica estera fondendole in un’unica visione callidamente propagandata nel mondo. Per ristabilire le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti (1° gennaio 1979), Deng si premurò di esibire una Cina pacifica, unicamente tesa a raggiungere i suoi obiettivi di sviluppo in piena armonia con il resto del pianeta. Le quattro modernizzazioni (agricoltura, industria, difesa, scienza e tecnologia), l’accettazione della proprietà privata con il depotenziamento delle comuni maoiste e la creazione di imprese private servivano a puntellare e perpetrare il potere del Partito. Era una concessione agli esecrati precetti capitalisti, che Deng riteneva ideologicamente dolorosa, ma pragmaticamente inevitabile. Insomma come Mao immediatamente dopo la vittoria sul Kuomintang anche Deng era disposto a trovare un modus vivendi con l’Occidente in cambio di tecnologia e capitali stranieri.

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Non comprendere che i mandarini rossi non intendevano affatto abiurare l’ideologia e allentare le maglie della dittatura, ma solo dissimularla per attirare investimenti e know-how, fu l’errore esiziale in cui rimasero intrappolati l’America e i suoi alleati per 30 anni. In realtà il miglioramento delle condizioni di vita era considerato dalla nomenklatura il modo migliore per sedare e respingere le aspirazioni alle riforme politiche. Il Partito comunista cinese era disposto ad allentare la morsa sull’economia pur di mantenerla in tutti gli altri ambiti.

Deng raramente formulò in pubblico una coerente dottrina riformatrice. Volendo traslare lo slogan di Marshall McLuhan «il mezzo è il messaggio» nella politica cinese potremmo dire che «Deng era le riforme»: la personalità di Deng e la sua autorità in seno al Partito costituivano l’essenza della condotta politica, adattabile alle circostanze, e delle aperture al mercato modulabili secondo le convenienze.

Gli anni dell’apertura economica furono una manna per aziende occidentali che delocalizzarono o si insediarono in Cina. La combinazione di basso costo del lavoro e di un mercato vergine con decine di milioni di consumatori con redditi crescenti gonfiò i profitti delle corporation. Molte di queste si installarono nelle Zone economiche speciali nel Guandong dove non vigeva un regime molto più favorevole per le imprese private.

Lo schianto dell’Urss corroborò l’aspettativa che anche la Cina, potesse affrancarsi dal regime comunista sotto l’egida di un Gorbaciov orientale. A nulla valse la rivolta di Tiananmen e l’orrendo massacro che ne seguì. Dopo la scomparsa di Deng nel 1997 i successori, avevano impresso alla politica economica una spinta riformatrice da cui scaturì un impulso straordinario alla crescita. Nonostante la nomenklatura del Pcc non rinnegasse il dogma del partito unico la gran parte dei conglomerati statali venne privatizzata e le loro maestranze vennero decimate. Tra il 2001 e il 2004, il numero di imprese statali si dimezzò, il settore bancario (rimasto pubblico) fu riconfigurato, i dazi e le barriere commerciali caddero e il sistema di protezione sociale subì un ridimensionamento. L’economia privata superò per la prima volta il 50% del Pil una percentuale non dissimile da quella di molti Paesi europei avanzati.

L’ascesa economica della Cina che procedeva a tassi di crescita medi annui del 10% veniva esaltata come un potente motore che trainava il Pil globale. L’ingresso nel Wto venne salutato come il sigillo di una globalizzazione inarrestabile, di fronte alla quale qualche migliaio di studenti rieducati dai carri armati costituivano solo un prurito della coscienza. Ma ormai era l’11 dicembre del 2001, tre mesi dopo l’attacco alle Torri Gemelle. La Fine della Storia preconizzata da Francis Fukuyama era durata una manciata di anni. All’inizio del secolo le dimensioni dell’economia cinese e la sua influenza iniziarono ad apparire sul radar della politica in Europa e in Usa. Ci si accorse che la globalizzazione, presentata come la marcia trionfale del capitalismo anglosassone, aveva beneficiato soprattutto i Paesi emergenti. Le comparse erano assurte al ruolo di protagonisti. I castelli di sabbia degli abbagli iniziarono a essere lambiti da ondate di dubbi.

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