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La lunga marcia del debito pubblico dall’unità d’Italia a oggi

Con un solo tratto di penna, nel primo decennio unitario il debito pubblico volò al 95% del Pil

di Dino Pesole


Governi e debito pubblico: come si è arrivati a 2.400 miliardi

3' di lettura

Parte da lontano la lunga marcia del nostro debito pubblico. Parte dalla proclamazione del Regno d’Italia, quando il ministro delle Finanze Piero Bastogi decise di unificare i debiti degli ex stati confluiti nella nuova entità nazionale, attraverso l’istituzione del Gran libro del debito pubblico.

Fu così che con un solo tratto di penna, nel primo decennio unitario il debito pubblico volò al 95% del Pil, anche a causa dell’incremento delle spese militari. Alla fine della prima guerra mondiale, eravamo al 120 per cento.

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L’operazione più rilevante fu messa in atto dal regime fascista, che nel novembre del 1926 avviò il consolidamento forzoso del debito a medio termine accanto alla rivalutazione della lira alla cosiddetta “quota novanta”, il nuovo rapporto di cambio con le valute estere equiparate all’oro. Nel secondo dopoguerra l’iperinflazione contribuì quasi ad annullare la spesa per interessi, tanto che il debito calò nel 1946 al 33% del Pil.

L’impennata si verifica tra gli anni 70 e 80 del Novecento. Dal primo shock petrolifero del 1973, la crescita del fabbisogno pubblico non ha conosciuto soste, tranne brevi periodi. Il debito pubblico passa dal 55,4% del 1973 nei dintorni dell’84% a metà degli anni 80. Cresce la spesa pubblica per istruzione, sanità, previdenza e assistenza, non finanziata da un pari aumento della pressione fiscale.

Negli anni 80 il debito esplode. È il decennio del cosiddetto “assalto alla diligenza”, delle leggi finanziarie in cui il ricorso all’indebitamento era la regola. Il debito, che nel 1982 era pari al 66,4% del Pil, dieci anni dopo salirà al 110,8 per cento. Nel 1992, l’anno della crisi valutaria e della svalutazione della Lira, che costò al nostro paese l’uscita dal sistema di cambi europei (il cosiddetto serpente monetario) il rapporto tra debito e Pil era per la precisione pari al 108% contro il 52,4% della Francia, il 45,7% del Regno Unito e il 44,8% della Germania.

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Fu l’anno in cui venne firmato il Trattato di Maastricht che fissava un tetto massimo del 60% e fu anche l’anno in cui per evitare il default del nostro paese il Governo Amato varò la maxi manovra da 93 mila miliardi delle vecchie lire, che andavano ad aggiungersi alla manovra da 30 mila miliardi disposta in luglio (quella del famoso prelievo del 6 per mille sui depositi bancari).

Pagavamo il conto di almeno una decennio di gestione a dir poco discutibile della finanza pubblica. Nel 1960 il totale della spesa previdenziale e assistenziale rispetto al Pil era al 9,5%. Nel 1990 era al 16,6%. La spesa pensionistica nel 1960 incideva per il 5,3% sul Pil. Nel 1990 era passata al 13,8%. Se si guarda all’incidenza complessiva della spesa pubblica sul Pil, nel 1990 si raggiunse il 42% contro il 29% del 1960.

A questa fase di espansione cosi prolungata non aveva fatto riscontro un pari andamento delle entrate. Pur crescendo, queste ultime aumentarono con ritmo decisamente inferiore (dal 30,9% del 1960 al 36,5% del 1990), contribuendo in tal modo ad alimentare i disavanzi annuali vale a dire i fiumi che affluiscono nel mare del debito, che oggi vola oltre il 132% del Pil.

Un pesante fardello che da quando l’Italia è entrata nell’eurozona è divenuto non più soltanto una emergenza nazionale, ma un problema europeo e che pesa come un macigno sulle presenti e futuri generazioni, limitando drasticamente gli spazi di manovra a disposizione della politica economica. Nel 2011, l’anno orribile della crisi del nostro debito sovrano, nell’alternarsi tra il governo Berlusconi e il governo Monti vennero varate ben tre manovre correttive per un totale di 81,3 miliardi nei loro effetti cumulati a regime, basate per due terzi su aumenti del prelievo fiscale.

Ora, passata l’emergenza (e il conto pagato dagli italiani è stato molto pesante) occorre predisporre un nuovo quadro di finanza pubblica che compatibilmente con i vincoli di bilancio spinga sul fronte degli investimenti e della riduzione della pressione fiscale. Abbattere il debito è priorità assoluta per ridurre il peso degli interessi passivi che gravano sulle casse dello Stato per oltre 60 miliardi l’anno. Spingere il pedale sulla crescita è altrettanto fondamentale per rendere la gestione del debito più sostenibile e meno esposta alle oscillazioni dei mercati finanziari.

Certo gioca a nostro favore la consistenza del risparmio privato, ma anche il saldo tra entrate e uscite al netto degli interessi (l’avanzo primario), che nel 2020 dovrebbe attestarsi attorno al 3% del Pil. Tra gli elementi di perdurante criticità, la bassa inflazione (il debito è espresso in termini nominali), una crescita del Pil (il denominatore) tuttora insufficiente a invertire la tendenza, lo scarso apporto delle privatizzazioni, l’alta evasione fiscale.

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    Dino PesoleEditorialista

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Italiano, inglese, francese

    Argomenti: Conti pubblici, Europa, attività politico-parlamentari

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