Interventi

La Lunga marcia del protestantesimo a fianco dei mercati

di Giuseppe Di Taranto

4' di lettura

In che misura la religione può incidere sulla crescita economica? Quanto l’etica dei diversi culti può determinare comportamenti virtuosi da favorire la produttività di una collettività? È l’ortodossia del mercato a influire sulla religione o viceversa? A queste e ad altre domande rispondono Rachel McCleary e Robert J. Barro (uno dei fondatori della New classical macroeconomics) entrambi docenti presso l’Università di Harvard e autori del volume La ricchezza delle religioni. L’economia della fede e delle chiese (Bocconi Editore).

Il cattolicesimo, attraverso il Vangelo e i Padri della Chiesa, mostrò costantemente la sua avversione verso i beni materiali e la loro accumulazione: Cristo stigmatizzava la ricerca della ricchezza e San Gerolamo osservava che: «Il ricco è iniquo o erede di un iniquo». Sant’Agostino temeva che mercanteggiare distogliesse gli uomini dalla ricerca di Dio perché «nullus christianus debet esse mercator», secondo il principio generalmente accettato dalla religione cattolica, almeno fino al basso Medioevo, che il commercio determinava una caduta dello stato di grazia, e sosteneva che «l’amore per le ricchezze è alla radice d’ogni male». Ancora più rigida era la posizione della Chiesa sul giusto prezzo, che doveva rappresentare uno scambio tra valori equivalenti, in modo che ciascun contraente ottenesse il corrispettivo, sempre in valore, di quanto cedeva, e sull’usura, considerata la forma peggiore di lucro. La teologia del cattolicesimo, che richiamava per taluni aspetti i precetti dell’etica aristotelica, durante il Medioevo permise alla Chiesa di estendere il suo potere universale e di dominare il campo della condotta e dei rapporti umani, e quindi economico, e le regole da seguire per condurre alla salvezza spirituale. Con l’affermarsi del capitalismo commerciale, però, all’indomani della scoperta dell’America, essa dovette adeguarsi alle nuove condizioni materiali che i traffici e la sempre maggiore diffusione della moneta imponevano, con una revisione di alcuni dei suoi paradigmi fondamentali, giustappunto quali l’usura e il giusto prezzo. Questo processo fu necessariamente accelerato dalla riforma protestante, che in uno con la “nuova filosofia” che diede origine alla rivoluzione scientifica, agevolò la transizione all’industrializzazione. Gli autori non negano di condividere la tesi di Max Weber contenuta nel volume L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-5); anzi, dichiarano che «sono diventati più Weberiani di Weber stesso».

Loading...

La Riforma di Lutero professava la salvezza dell’uomo solo tramite la fede profusa attraverso il lavoro quotidiano svolto con onestà e parsimonia, poiché soddisfaceva il benessere proprio e della collettività. Il concetto di lavoro fu ampliato da Calvino, secondo il quale il miglioramento delle condizioni economiche di ciascuno e il successo materiale sono segno della «chiamata da Dio». In termini diversi, la capacità di saper aumentare la ricchezza era correlata all’approvazione divina. In quest’ottica, la povertà non era considerata una sventura, ma un fallimento morale e la ricchezza una benedizione che, se sempre guadagnata con laboriosità, onestà e parsimonia, diventava una conquista della volontà. Il premio della salvezza eterna, perciò, spiegava la convergenza tra religiosità e crescita economica.

Queste tesi furono riprese da John Wesley, fondatore della Chiesa metodista, che rappresentò un’ulteriore frammentazione del protestantesimo, il quale sostenne che il successo materiale durante la vita terrena e la ricerca del profitto attraverso l’etica del lavoro andavano perseguiti, perché non in contrasto con i princìpi spirituali per guadagnare la vita ultraterrena, anzi ne erano un viatico.

Queste motivazioni religiose furono alla base della diffusione del capitalismo industriale in Inghilterra, in parte della Germania e dei Paesi Bassi e in alcune aree della Svizzera, nonché negli Stati Uniti e in Canada. Al contrario, sempre motivazioni religiose sono state la causa del ritardo economico delle regioni musulmane, a cui spetta il primato delle scoperte scientifiche fino al secolo XI e della espansione verso occidente fino alla fine del 1500. La loro crescita fu rallentata dai vincoli posti alle successioni, ai mercati creditizi, agli obblighi contrattuali e, soprattutto, alla creazione di aziende, che ebbero un ruolo fondamentale nella nascita del capitalismo occidentale. A causa dell’assenza di una legge sul diritto d’impresa in Medio Oriente fino al 1908, i non musulmani potevano costituire delle società soggette unicamente al sistema legale di un Paese straniero. Formarono quindi corporation con sede a Parigi, Londra e in altre città del Vecchio continente, in quanto cittadini stranieri protetti, ma sempre come parte di gruppi che abbisognavano della presenza di esponenti europei. La dipendenza dei musulmani dalla legge islamica risultò particolarmente onerosa quando le economie di scala diventarono fondamentali per sfruttare le opportunità tecnologiche offerte dalla Rivoluzione industriale. Un particolare interessante: il Ramadan, il mese di preghiera e di digiuno quale precetto previsto dal Corano, diminuisce la produttività del lavoro e quindi la crescita economica, ma aumenta il livello di felicità. In termini diversi, la rinuncia ai beni materiali meglio soddisfa il possesso di beni spirituali.

In presenza di un progressivo processo di secolarizzazione della Chiesa cattolica, causato anche dall’ascesa dell’ateismo che in Italia, per esempio, è passato dallo 0,2% del 1900 al 16,5% del 2010 rispetto a coloro che esercitano un culto, il protestantesimo sembra sempre più guadagnare accoliti dove si registra una maggiore crescita economica. Nonostante Xi Jingping abbia recentemente promosso una rivalutazione delle culture tradizionali – confucianesimo, taoismo e buddismo zen – e una limitazione al buddismo mahayana, all’Islam, all’ebraismo e al cristianesimo perché considerate minacce alla sicurezza dello Stato, il World Christian Database stima che nel 2040 i protestanti in Cina raggiungeranno i 450 milioni. Se si accetta la tesi che protestantesimo e capitalismo sono di fatto diventati una unica religione o, se si preferisce, una unica idolatria, allora è utile ricordare quanto scriveva Mark Fisher: è più facile prevedere la fine del mondo che la fine del capitalismo.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti