Eurozona

La lunga rincorsa per la poltrona del presidente Bce

di Alessandro Merli

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3' di lettura

È partita una lunghissima volata per la successione a Mario Draghi, il cui mandato alla presidenza della Banca centrale europea scade fra quasi due anni e mezzo, il 31 ottobre 2019.

La pistola dello starter l’hanno sparata quasi all’unisono tre giornali tedeschi, il che non può essere una totale casualità. Prima il settimanale “Spiegel” ha riferito che il cancelliere Angela Merkel e il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble intendono proporre il nome del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, e che l’interessato ha accettato. Poi la notizia è stata rilanciata dalla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, quindi dal quotidiano finanziario “Handelsblatt”, che ha citato a sostegno del banchiere centrale tedesco nientemeno che il parere del governatore lussemburghese Gaston Reinesch.

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Il ministero ha smentito, lo stesso Schaeuble ha dichiarato che si tratta di una questione prematura. Weidmann, dal canto suo, fin dal mese scorso, quando già circolavano le prime voci, aveva dichiarato in un’intervista al settimanale “Zeit”, di ritenere la discussione «oggi del tutto superflua e anche sleale nei confronti di Mario Draghi» e di non voler prendervi parte. Lo scorso fine settimana, in un’intervista a un giornale austriaco, ha espresso il punto di vista del tutto corretto che le nomine vadano compiute sulla base delle capacità e non della nazionalità. Naturalmente questa osservazione, assolutamente appropriata in linea di principio, non tiene conto del fatto che tutte le scelte in Europa vengano fatte invece sulla base prima di tutto del passaporto. E infatti, è vero che sarebbe assurdo escludere un tedesco solo perché tedesco, e del resto, prima che venisse nominato Draghi, il favorito ormai quasi accertato era l’allora presidente della Bundesbank, Axel Weber, se questi non avesse preso una serie di posizioni che lo misero non solo in rotta con il resto del consiglio della Bce, ma alla fine gli fecero perdere la fiducia del cancelliere Merkel e lo costrinsero alle dimissioni. Ma una delle prime ragioni che vengono addotte per la scelta di Weidmann sarebbe che Olanda, Francia e Italia hanno già avuto la presidenza nei primi anni di vita della Bce e quindi sarebbe il turno della Germania. Il che servirebbe anche a stoppare l’altro candidato più accreditato, il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau.

Ci sono poi altre considerazioni più politiche che non hanno nulla a che vedere con la competenza. La prima delle quali è che in Germania si vota a settembre e il lancio, seppure in forma non ufficiale e tanto presto, a rischio di essere controproducente, del nome di Weidmann può servire ai democristiani della signora Merkel e di Schaeuble a mostrare che sono intenzionati a difendere l’ortodossia monetaria, argomentazione che può tornare utile quando una delle critiche in campagna elettorale dalla sfida da destra, seppur declinante, di Alternative fuer Deutschland (AfD) è quella di aver subito la politica monetaria ordita dal banchiere centrale italiano ai danni dei risparmiatori tedeschi. E infatti il cancelliere ha preso anche recentemente a indicare la politica della Bce come «colpevole» dell’euro debole e quindi, in parte, dell’enorme surplus commerciale tedesco.

Weidmann, che ha votato contro quasi tutte le misure adottate dalla Bce negli ultimi tre anni, potrebbe insediarsi quando la normalizzazione (fine degli acquisti di titoli del Qe e inizio del rialzo dei tassi d’interesse) sia già stata avviata da Draghi e potrebbe risultare la figura adeguata per portarla avanti. E del resto, anche se resta critico su alcune modalità, da diverso tempo sostiene che una politica monetaria accomodante è appropriata alla situazione dell’inflazione dell’Eurozona.

Ma la vera incognita, e probabilmente la vera ragione dell’avvio così anticipato della corsa, è che sta per avviarsi una stagione di grandi scambi in Europa. Il primo potrebbe essere quello fra Germania e Francia dopo l’elezione di Emmanuel Macron, che chiede riforme dell’Eurozona, e i successivi riguardano la tornata delle poltrone in scadenza: quella del vice di Draghi, il portoghese Vitor Constancio, nel 2018, cui intende autocandidarsi il ministro dell’Economia spagnolo, Luis de Guindos, ma soprattutto quelle, entrambe nel 2019, del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, e del Consiglio europeo, Donald Tusk. Meglio mettere un asso in tavola fin da subito, possono aver pensato a Berlino.

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