Tesoro in soffitta

La Madonna col Bambino: un soggetto sempreverde

Il lettore invia immagine su tavola, ipotizzando una datazione del Trecento, ma il colorito verdastro della carnagione e della tunica e il supporto ligneo datano l’opera a fine Ottocento o Novecento. Pratiche di copiatura nel tempo

di Laura Traversi

Madonna con bambino del lettore

5' di lettura

Buongiorno, invio foto di questa pittura su tavola cm 33,5 x 24 con gli allegati. È una eredità di mio padre. Ritengo sia un’opera del Trecento, ma non sono riuscito a individuare l’autore, nè ho trovato analoghe immagini di «Madonna con bambino» nello stesso atteggiamento e con lo stesso stile. Vi chiedo, pertanto, se è possibile una identificazione storica e un possibile range di valore.
Ringrazio anticipatamente e invio distinti saluti.

Paolo Formentini

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La risposta dell'esperto

Il lettore ha mandato alcune foto che consentono una corretta lettura dell'oggetto ereditato. D'immediata evidenza è il colorito verdastro di questa “Madonnina con Bambino”. È anche evidente come sono costruiti il supporto ligneo, la cornice e, in buona parte, la stratigrafia pittorica. L'artefatto è databile al Novecento o al massimo alla fine dell' Ottocento. Lo mostrano tracce tra loro coerenti sia sul diritto che sul retro.

La tavoletta, il cui supporto è tagliato in legname tenero non rifinito (probabilmente usando il fondo o lo schienale di un vecchio mobile) non ha uno strato di preparazione né uno stratigrafia pittorica coerente col periodo storico evocato nell'immagine della Madonna che - come il lettore domanda - vorrebbe riferirsi al Trecento. Sia la cornice, sagomata con andamento poligonale e vaga aderenza alle cimase spezzate dei polittici antichi, che la maldestra punzonatura delle aureole rispecchiano l'approssimativa costruzione della tavola e dello strato dipinto. Perché il tono verdastro?

Particolare di Giotto, «Pala di Ognissanti» c.1300. Firenze, Uffizi

La pratica artistica nella storia

Nella pratica artistica medievale, come testimonia il fondamentale trattato di fine Trecento di Cennino Cennini («Il libro dell'arte» a c.di F. Brunello, ed. Neri Pozza, 1982, p.151sgg), per restituire in modo naturalistico la luminosità e profondità della carnagione di volti e parti anatomiche, gli “incarnati” venivano costruiti attraverso vari strati successivi di colore, sia su tavola che su muro (affresco). A due strati di “verdeterra” (una terra di colore verde= silicato di potassio e ferro in una sostanza legante, ad esempio la tempera all'uovo) seguiva l'uso di cinabro o di altri pigmenti rossi per le guance.

Retro della tavoletta Madonna col Bambino del lettore

Questa stratificazione dava spessore e volume alla rappresentazione bidimensionale della figura, in quanto il verde sottostante, detto anche “verdaccio”, visibile in trasparenza sotto le successive “velature”, sottilissimi strati cromatici, si identificava con le ombre e/o il colorito bluastro delle vene pulsanti sottopelle. Il detto Trattato del Cennini, insieme alla pratica costante sulle opere autentiche, fornisce agli studiosi e ai restauratori la più importante pietra di paragone per descrivere le radicali differenze tra le tecniche antiche e le opache stesure di molte copie ed imitazioni. Non necessariamente nate con intenti di contraffazione: dal “fondo oro” delle aureole, fino al manto blu e all'anatomia, l'artefatto è ingenuo ed elementare, privo delle malizie dei più “dotati falsari di professione”. In esso sono sperduti persino i riferimenti alla pala della Maestà di Ognissanti, capolavoro di Giotto alto più di 3 metri, agli Uffizi.

Il falso oro di alta epoca

Il fenomeno delle copie e dei falsi delle tavole medievali, sia in Europa che negli Stati Uniti, è stato molto attivo tra fine Ottocento e metà Novecento, negli anni d'oro del più facoltoso collezionismo di “alta epoca” (opere medievali e rinascimentali), in cui va forse a ricadere anche la generazione del padre del nostro attento lettore. In particolare, la produzione di tavole ispirate ai “fondi oro” è stata estesa ad almeno tre categorie di artefatti:
1) esplicite copie di capolavori museali, in cui erano specializzate celebri botteghe artigiane come quella di Leopoldo e Alfredo Dumini, attiva fino alla Seconda Guerra mondiale;
2) “invenzioni” e riproduzioni povere nei materiali costitutivi d'intento decorativo, ad opera di ignoti artefici di modesto spessore. La tavoletta del lettore appartiene a quest'area e, nel mercato attuale, non può essere quotata più di 300-600 €;
3) falsificazioni intenzionali, da distinguere da copie inizialmente firmate o realizzate per studio, riproduzione esplicita, senza scopi fraudolenti.

Alfredo e Leopoldo Dumini, Retro di tavola e cornice tardo-gotica di una copia dal primo Quattrocento fiorentino

Attivi in questo campo, sia per il drogato mercato dell'antico a cavallo dei secolo XIX e XX, tra Gran Bretagna e Stati Uniti, che talvolta, su richiesta dei proprietari dei dipinti originali, furono nomi noti nella storia della falsificazione, come Icilio Federico Joni (1866-1946). I Dumini, Leopoldo (Firenze 1825-1908) e il figlio Adolfo (Firenze 1863-1944), hanno esercitato attività come pittori ma anche come artefici di repliche e copie dichiarate delle opere di celebri artisti, tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. Per questo tipo di attività mista vengono denominati nella storiografia come “pittori-antiquari”.

Le loro riproduzioni, che replicavano spesso gli originali anche nelle dimensioni e sono frequentemente corredate da accurate cornici di fattura artigianale o semi-artigianale (v. foto), erano destinate soprattutto al mercato dei viaggiatori ed estimatori stranieri, desiderosi di portare con sé un adeguato ricordo delle opere ammirate nei musei. La Galleria di Leopoldo Dumini era collocata a Firenze, in Piazza Pitti, ovvero in prossimità della residenza dei granduchi (Palazzo Pitti), sul percorso più adatto ad intercettare il cammino di visitatori e viaggiatori altolocati, eventuali aspiranti “collezionisti”, di passaggio tra gli Uffizi, Ponte Vecchio e il Giardino di Boboli (alle spalle di Palazzo Pitti).

Di Leopoldo sono note sia opere autonome che copie ad olio da artisti del Medioevo e del Rinascimento (per esempio nel 1874 la «Madonna della seggiola» di Raffaello Sanzio o la «Madonna del Magnificat» di Sandro Botticelli) ed anche ritratti di personaggi celebri (Michelangelo Buonarroti, Dante Alighieri, Benvenuto Cellini), richiestissimi dalla cosmopolita clientela dell'epoca. Il figlio Adolfo, attivo tra 1883 e fino alla Prima Guerra mondiale, in Italia e negli Usa, espose a Londra nel 1888, con opere autografe ed autonome, oltre che per copie su tela e cartone di capolavori antichi (es. da Raffaello, «Madonna del cardellino» (Uffizi) e dell'Ottocento (es.da Eugenio Zampighi). Per copie dei Dumini, dalle Madonne del cardellino e della Seggiola di Raffaello Sanzio, si registrano aggiudicazioni a 3.000 € (Jakobowicz & Associés, 30 giugno 2018, Lotto 137), a 2.678 € (Christie's, New York, 16 giugno 1999, lotto 163). In quei decenni, oltre ai Dumini altre importanti ditte fiorentine, tra cui i celebri fotografi Alinari, hanno corrisposto alle richieste del mercato realizzando per la loro clientela copie su tela o carta telata dei capolavori museali.

Icilio Federico Joni, «Bambino Gesù», venduto da Pandolfini (26 novembre 2019, Lotto 38) a 7.500 €

Tra i falsari “storicizzati” dell'alta epoca vanno ricordati i famosi Alceo Dossena (1878-1937), Giovanni Bastianini e Gildo Pedrazzoni ( in mostra fino al 9 gennaio 2022 al Mart di Rovereto), oltre al cosiddetto “Falsario della mostra giottesca”, con riferimento ad un gruppo di contraffazioni inserite nella Mostra di Firenze del 1937. Per il Medioevo il più “raffinato artefice del ramo” resta probabilmente il citato Icilio Federico Joni (1866-1946). A Pisa, presso la Fondazione di Palazzo Blu (originata dalla locale Cassa di Risparmio) è esposta in permanenza la sua copia (c.1932-6) del Polittico di Agnano nella stessa sala dell' originale di Cecco di Pietro, un complesso dipinto costituito da 20 tempere su tavola in una carpenteria/cornice gotica che misura 3 metri per 260 cm di altezza. Un frammento dello Joni con Gesù Bambino è stato pagato di recente 7.500 € (dir. inclusi) da Pandolfini (26 novembre 2019, lotto 38, 23,5 x 15,5 cm).

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