Nonsolo cyberbullismo

La maldicenza corre nella rete: ecco come difendersi dalla diffamazione online

di Natascia Ronchetti


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3' di lettura

Un impulso quasi irresistibile, addirittura “una forza della natura umana” come ha scritto Primo Levi: «Chi ha obbedito alla natura trasmettendo un pettegolezzo prova il sollievo esplosivo che accompagna il soddisfacimento di un bisogno primario». Potenza della maldicenza, costante antropologica che attraversa la storia dell'uomo: riguarda ogni fascia sociale e ogni civiltà. Solo che una volta la chiacchiera maligna, la diffamazione e persino la calunnia erano sussurrate, mormorate. Instillate nell’orecchio del vicino di casa, dell’amico, del compagno di classe, del conoscente, come gocce di un liquore da assaporare in piccole dosi, rimanevano quasi sempre nel contesto in cui erano nate. Oggi, con le tecnologie digitali, corrono globalizzate in rete e lì restano, permanenti come sfregi indelebili.

«In una discussione vis a vis le puoi bloccare, nel mondo digitale no», dice Isabella Corradini, psicologa sociale e criminologa. Con il risultato che la reputazione di chi ne è vittima affonda. «Si sparla, si getta discredito, sovente ci si conforma al gruppo per sentirsi accettati», spiega Corradini. La matrice è più o meno sempre lo stessa: la malevolenza con quel che ne consegue. I fenomeni che produce sono figli della rivoluzione digitale. Per esempio cyberbullismo, mobbing (ma anche stalking). Spesso reiterati, cavalcati sui social network con impatti devastanti, con effetti a volte drammatici.

Fenomeni che però possono essere prevenuti, come insegna Corradini, che per le edizioni Themis ha scritto il libro Crimini relazionali nell'era digitale, 155 pagine che sono anche un agile manuale, una sorta di “istruzioni per l'uso”. Il fattore umano resta al centro di tutto. Lo è nella genesi dell'offensiva contro l'onore altrui, per demolirlo. E lo è anche nella strategia per combatterlo. «Ormai nel cyberspazio si combattono vere e proprie guerre – prosegue l'autrice -. Ma la dicotomia tra virtuale e reale rischia di generare fraintendimenti pericolosi, altera la percezione delle conseguenze dei propri comportamenti. La prima cosa di cui è necessario essere consapevoli, quindi, è che ciò che viene fatto in rete non è virtuale ma reale. Le azioni sono umane, le conseguenze sono tangibili».

L’attacco alla reputazione può riguardare persone, aziende, istituzioni. “In ogni caso vale sempre il presupposto che nessuno è esente da critiche, che chi la fa l'aspetti. Vivere senza social è impossibile, ci siamo immersi. E non basta non avere un account per sentirsi al riparo. Bisogna conoscere gli strumenti digitali, sapere che possono essere usati in modo troppo disinvolto. Se abbiamo un profilo social dobbiamo tenerlo costantemente sotto osservazione. E dobbiamo puntare sull'educazione, dobbiamo coltivare il pensiero critico”.

Una bella arma può essere l'indifferenza: di fronte alla diffusione di una denigrazione, possiamo decidere di ignorarla, di non condividerla, per spezzare un circolo vizioso. Oppure, insegna Corradini, possiamo usare l'ironia, «senza scendere al livello di chi ha generato la campagna di discredito». Sapere che il cyberbullo (soprattutto in ambito scolastico), il mobber (in ambito lavorativo), lo stalker (nella sfera privata) sono sempre alla ricerca di alleati è un buon punto di partenza per interrompere l’aggressione. «Se si è vittime non bisogna né vergognarsi né colpevolizzarsi, se si è testimoni bisogna avere senso di responsabilità e tendere una mano. Un cyberbullo è un potenziale candidato a diventare un mobber o uno stalker. Per questo servono anche programmi educativi nelle scuole per educare gli adolescenti a un uso consapevole delle tecnologie digitali».

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