Russia

La maledizione di un Paese con una economia inadeguata alle ambizioni imperiali

di Adriana Castagnoli

(Carsten Reisinger - stock.adobe.com)

4' di lettura

La Storia insegna che le nazioni e i loro leader raramente imparano le lezioni che dovrebbero. Nelle recenti settimane si è polemizzato in merito alla presunta “profezia” dell’ex segretario di Stato Henry Kissinger sull’Ucraina. Ma pochi ricordano che, nel 1994, rivolgendosi ai nostalgici restauratori dell’impero russo, Kissinger affermava che essi avrebbero potuto ripetere gli errori fatali dei loro predecessori zaristi e sovietici poiché «l’estensione del territorio era un’estensione di debolezza». Anche l’ex ambasciatore americano a Mosca, Jack F. Matlock, nel 1995, osservava che l’impero russo non poteva essere ricostituito perché soltanto una «economia in buona salute» avrebbe potuto sopportarne il costo.

La divaricazione fra ambizioni imperiali e potenza economica è la cifra della storia russa nell’ultimo mezzo secolo, cominciando dal fallimento nella politica di distensione sovietico-americana, inaugurata dal vertice Nixon-Brezhnev a Mosca, nel 1972. Malgrado una serie di accordi di cooperazione economica a lungo termine (energia nucleare, spazio, ambiente, armamenti nucleari), nella seconda metà degli anni ’70 l’Urss aveva proseguito la mondializzazione della sua politica estera con impegni sempre più estesi in Medio
Oriente e in Africa.

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A Washington si convinsero che la cooperazione economica Est-Ovest, lungi dal favorire la convergenza dei due sistemi, avesse favorito lo sforzo militare sovietico grazie al trasferimento di tecnologia occidentale. Nel dicembre del 1979 i sovietici invasero l’Afghanistan con l’obiettivo di sostenere il governo comunista minacciato dai mujaheddin. Ci sarebbero rimasti per dieci anni. Prima il presidente democratico Jimmy Carter poi il suo successore repubblicano Ronald Reagan, intensificarono operazioni coperte e sanzioni economiche con l’obiettivo di fare dell’Afghanistan il Vietnam di Mosca. Ma l’Urss, al di là dell’ostentazione di forza, dopo anni di stagnazione era già di suo economicamente alle corde.

L’Europa occidentale, malgrado l’embargo sancito da Washington, proseguiva con qualche accidentalità gli scambi con Mosca, in particolare nel comparto dell’energia, approfondendo solidarietà economiche di cui sarebbe stato sempre più difficile disfarsi.

Nel gennaio 1992, un mese dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il presidente George H.W. Bush affermò che l’America aveva vinto la Guerra Fredda. In Russia gli umori erano diversi, anche se c’era chi pensava che il nuovo ordine mondiale potesse realizzarsi come avevano immaginato Mikhail Gorbachev e i riformatori sovietici: Mosca avrebbe
contribuito a una “casa comune europea”, disegnando il nuovo assetto internazionale con americani ed europei.

L’asimmetria economica fra Washington e Mosca risultò evidente durante la crisi finanziaria globale del 1998, quando i politici russi lamentarono che gli Stati Uniti non erano stati in grado di orientare il Fondo monetario internazionale perché concedesse a Mosca un pacchetto di stabilizzazione finanziaria simile a quello offerto a Paesi politicamente meno rilevanti. Le divergenze sostanziali finirono con erodere anche la fiducia e la cooperazione, mentre il Cremlino cercava un più elevato status di potenza sulla scena internazionale.

Russia e Stati Uniti restavano in disaccordo sulla strategia di allargamento della Nato, anche se trovarono punti di accordo su alcuni aspetti tanto da avviare il Nato-Russian permanent joint council e la Partnership for peace con l’obiettivo di costituire forze congiunte da impiegare nella gestione rapida dei conflitti regionali. Ma l’intento di Mosca era di riprendersi, bene o male, il ruolo che le spettava come ex grande potenza.
Con l’ascesa di Vladimir Putin, divenuto primo ministro nel 1999, queste asimmetrie cristallizzarono i punti di vista russi e quelli americani.

L’opposizione di Mosca all’allargamento della Nato a est nasceva dalla percezione che l’espansione dell’Alleanza offrisse agli Stati Uniti la possibilità di agire unilateralmente senza curarsi delle obiezioni russe. Anche l’apertura della Ue ad accogliere i Paesi dell’ex blocco sovietico veniva percepita come un tentativo di prevaricazione delle prerogative di Mosca. Il presidente Putin espresse bene questa posizione, nella primavera del 2000, asserendo che la Russia avrebbe potuto rivedere l’idea di chiedere l’adesione alla Nato, ma soltanto se questa si fosse sottoposta a una grande trasformazione e avesse assunto i caratteri di una organizzazione politica, la cui pietra miliare avrebbe dovuto sostanziarsi nella concessione dei poteri di veto alla Russia.

L’intervento della Nato «per ragioni umanitarie» in Kosovo, nel 1999, mutò la percezione russa dello scenario internazionale. Sotto le ceneri dell’apparato militare ex sovietico covavano molteplici malumori che generavano risentimento. I generali russi seguitavano a pensare in termini di confronto Est-Ovest.

Molti eventi irruppero nella scena internazionale: dopo l’intervento in Kosovo, il terrorismo islamico e l’11 settembre, le operazioni militari occidentali in Afghanistan, Iraq, Libia; fino alla grande crisi finanziaria del 2008 e alla successiva recessione. Il crollo del prezzo petrolio e delle commodity trasformarono la scommessa del Cremlino sulle materie prime in un rischio per il sistema economico russo, malgrado Washington avesse appoggiato l’entrata della Russia nella Wto, avvenuta nell’agosto 2012.

La risposta di Mosca ai problemi interni restò quella di accrescere l’interventismo militare all’estero: dalla guerra in Georgia all’Ucraina alla Siria. Nel frattempo, anche l’ascesa economica della Cina costituiva una sfida per Mosca nella costruzione della più ampia “Eurasia”, riducendone l’influenza in Asia Centrale. La Russia si ritrovava così in una sorta di crisi di identità a cui rispose ricorrendo al modello sovietico della sfida con l’Occidente.

Con l’intervento in Siria, Mosca si era riguadagnata uno status di grande potenza operando anche al fianco degli Stati Uniti per una soluzione diplomatica della crisi e per l’accordo successivo di tregua. Ma l’ambizioso programma del presidente Putin era di trasformare, entro il 2020, l’esercito russo in una forza leggera e dotata di sofisticate tecnologie d’avanguardia.

Sin dalla guerra con la Georgia, nel 2008, Vladimir Putin aveva messo l’introduzione di ormai insopprimibili riforme strutturali nel sistema economico russo in secondo piano, puntando invece a ristabilire le prerogative dell’ex regime sovietico. Egli aveva cercato di compensare le debolezze dell’economia russa, su cui pesavano anche gli effetti delle sanzioni imposte dalla Ue per l’annessione della Crimea nel 2014, facendo leva su sentimenti neonazionalisti e di revanche che scaturivano da una diffusa insofferenza per la leadership globale di Washington. Mentre scarseggiavano gli investimenti in tecnologia digitale e in infrastrutture gli effetti delle sanzioni occidentali e delle contro-sanzioni russe sull’import di prodotti agricoli avevano finito con l’orientare il sistema economico russo in senso autarchico.

In questo scenario, nel luglio 2021, Putin ha aggiornato, per la prima volta dal 2015, la National security strategy: un manifesto per un’era definita da un intenso crescente confronto con gli Stati Uniti e i loro alleati, e da un ritorno ai valori tradizionali russi. La divaricazione fra ambizioni imperiali e potenza economica è rimasta pericolosamente attuale.

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