Centro studi Confindustria

La manifattura italiana traina la ripresa dell’Europa. E le aziende dicono addio alle delocalizzazioni

A sostenere la performance del comparto sono state la dinamica della componente interna della domanda e la ridotta esposizione alle strozzature delle catene globali del valore

di Celestina Dominelli

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6' di lettura

Dopo il brusco crollo registrato nel secondo bimestre del 2020, la manifattura italiana mette il turbo e fa da traino alla ripresa dell’Europa, mentre in Francia e in Germania il pieno riassorbimento del pesante impatto indotto dalla crisi pandemica sembra ancora lontano. È questa la fotografia messa a punto dal Centro studi di Confindustria presentata sabato 20 novembre nel corso del convegno “La manifattura al tempo della pandemia: la ripresa e le sue incognite” con la partecipazione del ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, e del vice presidente per le filiere e le medie imprese di Confindustria, Maurizio Marchesini.

Giovannini: rapporto investimenti/Pil oltre il 3% per 10 anni

«Perseguiamo l’idea che nei prossimi 10 anni il rapporto tra gli investimenti e il Pil sia stabilmente oltre 3%, cosa che non registriamo dal 2008, cioè da prima delle crisi finanziarie», ha detto Giovannini commentando il documento. «Questo elemento di medio termine - ha spiegato il ministro - va tenuto in considerazione alla luce delle motivazioni che conducono le imprese a fare investimenti non solo in beni strumentali che incorporano innovazione, ma anche nella loro capacità autonoma di fare innovazione».

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Marchesini: accelerare sulla digitalizzazione delle imprese

«La pandemia è una sorta di bivio e bisogna guardare avanti. È stata un elemento di accelerazione di tante situazioni, a cominciare dalla digitalizzazione che ci ha condotti verso un uso diverso di tecnologie già esistenti che prima erano marginali e che adesso stiamo utilizzando in modo molto più profondo - ha evidenziato il vicepresidente per le filiere e le medie imprese Marchesini - . Questa digitalizzazione ha però creato ulteriori differenze tra le imprese, tra chi vi ha avuto accesso più facilmente e chi non ha beneficiato di questa possibilità. Come associazione, quindi, ma anche come governo è doverosa un’azione per allargare la conoscenza e la culturizzazione in questo senso»,

Serve neutralità tecnologica per centrare target sostenibilità

Il vicepresidente di Confindustria ha quindi ribadito la necessità di agire a livello mondiale per portare avanti il percorso di sostenibilità dettato dai nuovi target pena una perdita di competitività delle aziende. «Deve essere una sostenibilità ad ampio spettro, anche sociale ed economica», ha proseguito il manager che ha anche colto l’opportunità per rimarcare l’esigenza di una piena neutralità tecnologica nel percorso necessario per conseguire la neutralità carbonica e ha poi rimarcato la posizione di Viale dell’Astronomia con un occhio al dibattito sulla possibilità di un’estensione della copertura vaccinale. «Come Confindustria siamo per l’obbligo vaccinale dall’inizio e continueremo a sostenerlo - ha chiarito Marchesini -. Ma dovremmo avere anche una sorta di egoismo altruista e vaccinare anche miliardi di persone in giro per il mondo perché questa sarebbe una reale messa in sicurezza anche per noi».

La manifattura italiana spinge la ripresa europea

Venendo al rapporto, illustrato dal direttore del CsC di Viale dell’Astronomia, Alessandro Fontana, la brillante performance della manifattura italiana è ricondotta alla dinamica della componente interna della domanda. Ed è stato questo tassello, sostenuto dalla spinta assicurata dalle misure messe in campo dal governo prima per supportare i redditi e poi per accompagnare la ripresa dell’economia, a garantire un apporto cruciale al rilancio della produzione nazionale. A documentarlo, come sottolinea la fotografia del Centro Studi di Confindustria, sono, tra l’altro, i numeri del fatturato interno che mostrano un incremento del 7 per cento a fronte del 2,8% di aumento per quello estero.

Le cause della maggiore resilienza

A giustificare l’ottima tenuta della manifattura della penisola, c’è anche un altro fattore, vale a dire la ridotta esposizione delle imprese manifatturiere italiane alle strozzature che stanno affliggendo le catene globali del valore: solo il 15,4% delle imprese della penisola ha infatto lamentano vincoli di offerta nella produzione per via della mancanza di materiali o dell’insufficienza di impianti, contro una media Ue del 44,3% e del 78% delle aziende interpellate in Germania. Accanto a questo, spiega Csc, la manifattura italiana ha senz’altro beneficiato anche del massiccio ricorso ai prestiti garantiti dallo Stato. Non a caso, il nuovo debito contratto dalle imprese nel 2020 è stato pari a 4,1 punti di fatturato contro lo 0,3 del 2019, ma ha scongiurato chiusure e pesanti riverberi sull’occupazione.

Chi sale e chi scende tra i settori della produzione nazionale

Tra i settori, come specificità italiane, si segnala la buona risposta di tutti i comparti legati alle costruzioni (legno + 9,5%, metallurgia +8,2%, minerali non metalliferi +7,8%, prodotti in metallo +7%), mentre la farmaceutica è in controtendenza (-7,2%). E si confermano alcune dinamiche globali: apparecchiature elettriche (+8,9%), dispositivi elettronici (+5%), abbigliamento (-38,7%), pelletteria (-15,3%), automotive (-6,4%) e altri mezzi di trasporto (-11,5%).

L’aumento del backshoring

C’è poi un ulteriore elemento che certifica il buono stato di salute della manifattura nazionale. Ed è l’aumento del cosiddetto “backshoring”, il rientro della produzione nel paese d’origine: secondo il rapporto CsC che ha indagato questo aspetto insieme al gruppo di ricerca RE4IT, tra le aziende che avevano in essere rapporti di fornitura estera, il 23% di quel 75% di aziende che aveva optato per la delocalizzazione, ha già avviato, negli ultimi cinque anni, processi totali o parziali di backshoring.E di questi, il 2% ha scelto un backshoring di fornitura completo. Per quali motivi? Le risposte sono molto chiare: al primo posto figura la disponibilità di fornitori idonei in Italia, seguita dalla possibilità di abbattere i tempi di consegna e dall’aumento dei costi di fornitura dall’estero. Segno che l’esternalizzazione non ha comunque determinato la scomparsa di reti di fornitura nazionale e che le stesse sono comunque rimaste efficienti da un punto di vista operativo.

La manifattura mondiale

Fin qui la capacità di resistenza della manifattura italiana che si è mossa, come detto, con maggiore velocità rispetto a quanto avvenuto fuori dai confini nazionali. A livello mondiale, infatti, come ha spiegato anche il direttore del CsC Fontana, la manifattura ha sì risalito la china dopo il crollo dei primi mesi del 2020, ma, dopo tale rimbalzo, la crescita si è sostanzialmente interrotta nel 2021 sia nelle economie avanzate che nei Paesi emergenti. E questa dinamica, ha sottolineato Fontana, non ha risparmiato nessuna, Cina inclusa che è crescita fino a luglio 2021 di un modesto 1,6 per cento.

Il rallentamento globale ma la Cina rafforza il suo primato

Ma quali sono le cause che hanno provocato questo andamento? Fontana ha citato gli effetti delle misure di lockdown assunte nei paesi emergenti, ma anche la crisi energetica in Cina che ha costretto a sospensioni forzate di molte attività industriali, con effetti a cascata per gli approvvigionamenti in tutto il resto del mondo. Ciò nonostante la Cina resta saldamente il primo produttore mondiale manifatturiero su scala globale con una crescita di due punti percentuali della propria quota di mercato (dal 28,6% del 2019 al 30,1%% del 2020), mentre si accentua il distacco degli Usa (16,6%) con quattordici punti di scarto. Quanto all’Italia, il nostro Paese conserva il settimo posto a livello mondiale.

L’andamento dei diversi settori

La fotografia del CsC mette anche in evidenza l’andamento dei diversi settori segnalando chi ha mostrato la migliore tenuta. A livello mondiale, si legge nel rapporto, i comparti che hanno continuato a espandersi sono la farmaceutica, l’elettronica e la meccanica strumentale grazie alla doppia spinta assicurata da vaccini e digitalizzazione. A mostrare, invece, le maggiori difficoltà sono stati soprattutto i comparti legati a mezzi di trasporto e quelli della moda.

L’impatto più forte sui servizi face-to-face

Sulle cause della crisi e sul diverso impatto sui settori si è poi soffermata Giorgia Giovannetti, professore ordinario dell’Università di Firenze e dell’European University Institute: secondo la sua analisi, sono stati i servizi face-to-face a pagare lo scotto maggiore alla pandemia. E il Covid-19 ha consegnato un messaggio chiaro agli imprenditori: le politiche di internazionalizzazione e integrazione possono infatti aiutare le aziende a essere più resilienti.

L’assist della digitalizzazione

Anna Giunta, professore ordinario dell’Università di Roma Tre e direttrice del Centro di Ricerche Rossi-Doria, ha invece posto l’accento sull’importanza della digitalizzazione come leva per la maggiore competitività delle imprese e ha però sottolineato il sostanziale fallimento delle politiche messe in campo che non hanno indotto la trasformazione necessaria nelle aziende. Una trasformazione che, ha spiegato Giunta, potrebbe invece essere determinata dal Pnrr e dal consistente pacchetto di risorse (19 miliardi di euro) riservato a questo capitolo dal Recovery Plan.

Il calo delle emissioni

In tema di sostenibilità ambientale, le stime del Centro Studi Confindustria mostrano come, nel 2020, parallelamente al calo dell'attività manifatturiera vi sia stata una forte riduzione dei livelli di emissioni di CO2 nell'atmosfera in tutte le principali economie industriali del mondo, a partire da UE (-8,4% rispetto al 2019) e USA (-7,7%), con la sola, rilevante, eccezione della Cina (+1,6%). Le emissioni prodotte dalla manifattura cinese sono peraltro stimate in accelerazione rispetto alle media del quadriennio 2015-2019. La manifattura italiana si conferma, anche nel 2020, tra le più virtuose al mondo in termini di ridotte emissioni, insieme a quella tedesca e francese.

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