dopo l’allarme onu

La mano dell’uomo dietro la catastrofe che sta per investire il Corno d’Africa

di Roberto Bongiorni

Il grado di malnutrizione di un bimbo controllato in un centro medico di emergenza sostenuto dall’Unicef nel Sud Sudan

7' di lettura

In Sud Sudan, ma anche in Yemen, o in Somalia, ogni giorno che passa sono sempre di più i braccialetti stretti intorno alle esili braccia dei bambini malnutriti che arrivano al colore rosso. Un colore che per gli operatori umanitari ha un significato preciso; il bambino è in pericolo di vita.

Sembra quasi un paradosso: nel terzo millennio, in un mondo dove i Paesi industrializzati devono affrontare i problemi legati a un’alimentazione eccessiva, spendendo ingenti risorse nei progetti per contrastare l’obesità, milioni di persone non hanno cibo sufficiente per sopravvivere.

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I ripetuti allarmi lanciati nelle ultime settimane dalle Nazioni Unite sull’emergenza alimentare che ha colpito il Corno d’Africa e lo Yemen non possono più restare inascoltati. La situazione è drammatica. Se non si agirà per tempo, e questo significa subito, il rischio è che la peggiore emergenza alimentare da diversi decenni a questa parte, si trasformi in una carestia capace di provocare la morte di centinaia di migliaia di persone, forse anche di più. Oltre venti milioni tra Somalia, Nigeria settentrionale, Sud Sudan e Yemen potrebbero soffrire una gravissima malnutrizione nei prossimi mesi. Di questo esercito, un milione e quattrocentomila bambini sono a «rischio imminente» di morte per mancanza di cibo.

Sarebbe facile puntare il dito contro i capricci del clima. Ma non è così. Direttamente o indirettamente, dietro a queste crisi c’è la mano dell’uomo. Per averle esacerbate in modo diretto. O per aver voltato la faccia quando si poteva fare qualcosa. Solo in un Paese, la Somalia, la siccità è la causa principale che ha scatenato questa emergenza. Negli altri tre la crisi alimentare è stata causata anche da conflitti feroci che potevano essere evitati o arginati, da Governi che sono collassati quando potevano essere sostenuti, dai ritardi della comunità internazionale quando bastava un impegno più solidale e strategie a lungo termine rendere.

La situazione è drammatica. Abbiamo bisogno di 4,4 miliardi di dollari entro fine marzo per evitare una catastrofe

Eppure l’ultimo, disperato appello rivolto al mondo dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, rischia di non essere raccolto. «La situazione è drammatica. Abbiamo bisogno di 4,4 miliardi di dollari entro la fine di marzo per evitare una catastrofe». Finora l’Onu ha raccolto solo 90 milioni di dollari, una briciola. E se la minaccia dell’amministrazione di Donald Trump di ridurre i finanziamenti americani all’Onu fosse seguita dai fatti, la situazione non potrebbe che peggiorare.

«Si tratta di crisi complesse e diverse tra loro – spiega al Sole-24 Ore Marco Guadagnino, portavoce dei programmi internazionali di Save the Children Italia– che tuttavia presentano un comune denominatore: la mancanza di piogge. Tali situazioni sono state però gravemente esacerbate dai conflitti in corso in queste aree».

“Famine”, carestia. Quando questa parola viene riportata nelle dichiarazioni ufficiali è già troppo tardi.

Secondo la classificazione dell’Onu, i due principali parametri per parlare di carestia avvengono quando il 20% della popolazione in un territorio deve far fronte a “carenza estrema di cibo” e il tasso di malnutrizione supera il 30%. Ma se finora la carestia è stata dichiarata ufficialmente solo in due regioni del Sud Sudan, la situazione potrebbe presto deteriorare in altri Paesi.

«In Yemen, Somalia e Nigeria siamo ormai arrivati alla fase 4 , quella che precede la carestia. E temiamo che si possa arrivare presto alla fase 5 se non verranno adottate con la massima urgenza tutte le misure necessarie», spiega al Sole-24 Ore Giacomo Franceschini, direttore dei programmi internazionali dell'Ong italiana Intersos. «Quando viene dichiarata una carestia si tratta di un fallimento per tutti – aggiunge il portavoce di Save the Children -. Perché è quasi sempre determinata dall’opera dell'uomo. A livello locale dai conflitti, dalla mancanza di volontà da parte di tutti gli attori coinvolti di porre fine alle violenze. A livello internazionale è sicuramente necessario investire molto di più in progetti di prevenzione ed intervenire molto più velocemente in caso di crisi».

Save the Children e Intersos sono due tra le Ong maggiormente impegnate e presenti in tutti e quattro i Paesi. La prima è impegnata anche in progetti di medio lungo termine che abbiano un impatto sul tessuto sociale. Intersos, Ong italiana, è invece specializzata sull’emergenza, quindi, in questo caso soprattutto sulle cure mediche e sull'assistenza.

Yemen
Il Paese forse più a rischio non si trova in Africa. Il martoriato Yemen è prigioniero di una guerra civile tra la minoranza sciita degli Houit e il Governo sunnita aggravatasi dopo l'intervento di una coalizione guidata dall’Arabia Saudita, sostenuta peraltro dagli Stati Uniti. Per stroncare la resistenza degli Houti i sauditi sono ricorsi a pesanti, quanto imprecisi bombardamenti aerei. In questo arido Paese, roccaforte dei gruppi più feroci di al-Qaeda, mezzo milione di bambini sono già “pericolosamente malnutriti” , a tal punto che non pochi di loro corrono il pericolo di morire. «In Yemen – continua Guadagnino – l’80% della popolazione ha bisogno di assistenza umanitaria in generale. È un dato altissimo, preoccupante, la cui causa principale è il conflitto in corso. I pesanti bombardamenti aerei stanno rendendo gli spostamenti dei nostri operatori estremamente difficili». «Lo Yemen – fa notare Franceschini - è il Paese con il più alto tasso di malnutrizione al mondo. In questo momento su 30 milioni di persone a rischio alimentare per l’attuale crisi, quasi la metà, si trovano in questo Paese. Qui il conflitto in corso ha giocato un ruolo determinante. Le interruzioni delle attività portuali per questioni di sicurezza in un Paese che importa quasi tutto ha provocato un drastico crollo dell’offerta di cibo. Le severe limitazioni nella circolazione delle merci e delle persone sul territorio interno hanno fatto il resto».

Sud Sudan
In questo sfortunato Paese, che negli ultimi 40 anni non ha visto altro che guerre interrotte da brevi periodi di pace, l’ultima carestia è stata dichiarata ufficialmente lunedì dal Governo di Juba e dalle Nazioni Unite. Sono oltre 100mila le persone che in due regioni, denuncia l’Onu, rischiano di morire di fame. «Temiamo – precisa Guadagnino - che ciò che sta avvenendo in due regioni centro-settentrionali del Sud Sudan, in particolare nello Stato di Unity, sia solo il primo passo di una carestia che rischia di estendersi in altre regioni. L’afflusso di rifugiati in alcune aree a ridosso del confine ugandese ha reso la situazione difficile da gestire anche per i Paesi confinanti. Prevediamo che il picco della crisi possa svilupparsi tra aprile e maggio».

«Le nostre peggiori previsioni si stanno avverando», ha detto Serge Tissot, capo del team Fao nel Sud Sudan. «Oltre un milione di bambini si stima siano affetti da malnutrizione acuta in tutto il Sud Sudan», gli ha fatto eco Jeremy Hopkins, rappresentante dell'Uniceff in Sud Sudan - e più di 250mila minori sono già gravemente malnutriti. Se non li raggiungiamo con aiuti urgenti, molti di loro moriranno».

Somalia
La Somalia conosce bene il problema della siccità e delle carestie. L’ultima, avvenuta nel 2011, ha falciato la vita di oltre 250mila persone, tra cui molti bambini. La Somalia è il Paese dove Intersos è per così dire nata, 25 anni fa, ed è molto presente su tutto il territorio. «Abbiamo in corso una serie di azioni volte a contrastare l’emergenza non solo nelle regioni settentrionali, ma anche in alcune centromeridionali, maggiormente interessate dal conflitto. Cliniche mobili che girano per le regioni dello Shabelle, o a Baidoa, nella regione di Bay. Centri nutrizionali dedicati a bambini e donne incinte. Stiamo facendo il possibile per aiutarli», sottolinea Franceschini. «In Somalia – aggiunge il portavoce di Save the Children Italia - le regioni più colpite dal problema della malnutrizione sono però quelle settentrionali, il Puntland e parte del Somaliland. Aree relativamente stabili, certo non interessate dal conflitto che da tempo si trascina nelle regioni meridionali del Paese, dove sono attivi gli estremisti islamici del gruppo al-Shabaab. Non dobbiamo tuttavia considerare solo l’emergenza attuale, per quanto sia prioritaria, ma anche le conseguenze a medio lungo termine che crisi di questo genere riflettono sul tessuto sociale. Per esempio, proprio a causa della siccità, il 40-50% dei bambini ha smesso di frequentare gli istituti scolastici. Ed è presumibile che molti non torneranno a scuola. Sul lungo termine è evidente l'impatto, negativo, sul processo di sviluppo di questi Paesi».

Nigeria
Anche nelle regioni nordorientali della Nigeria un feroce conflitto che si trascina da anni tra gli estremisti islamici di Boko Haram e le forze governative ha aggravato gli effetti della siccità. «Siamo presenti nel Borno State, l’epicentro della crisi – racconta il direttore dei programmi internazionali di Intersos -. La Nigeria è senz'altro un Paese con grandi risorse, ma le regioni nordorientali sono sempre state più povere. Il conflitto ha drammaticamente peggiorato la situazione. Anche l’accesso in alcune zone recentemente liberate è molto difficile. Altre sono raggiungibili solo in elicottero». «In alcune zone della Nigeria settentrionale, e più in generale nella zona del lago Chad – precisa Guadagnino - la situazione è particolarmente difficile dal punto di vista della sicurezza. In alcune aree non è possibile effettuare spostamenti, restano aree isolate dove è molto difficile portare l’aiuto che sarebbe necessario».

La siccità ha investito anche alcune aree del Kenya settentrionale e dell’Etiopia. Ma l’assenza di conflitti, il maggior dinamismo e l’impegno dei rispettivi governi, oltre al grande lavoro delle Ong fanno sperare che la crisi si possa contenere. «In Etiopia, la nostra presenza quasi capillare, e l’impegno delle autorità governative, dovrebbero scongiurare il rischio che la crisi si aggravi. Ma abbiamo bisogno di finanziamenti per sostenere questi interventi», spiega il portavoce di Save the Children. Che conclude: «La severa malnutrizione presenta dei gravi effetti sul lungo termine che sovente non ricevono l'attenzione dovuta. I bambini sono senz’altro i più esposti. La mancanza cronica di un corretto apporto calorico li rende più vulnerabili alle diverse malattie, come la malaria, la polmonite, a malattie croniche, anche a problemi neurologici. L’impatto sul tessuto sociale ed economico, anche se si manifesta sul lungo termine, non è meno importante».

Il mondo è avvertito. C’è ancora tempo per salvare tante vite. Ma bisogna agire subito. Per evitare una catastrofe umanitaria.

Per prestare aiuto:
Intersos. https://intersos.crowdchicken.com/donation/checkout?idp=114
Save the Children.https://www.savethechildren.it/emergenze/emergenza-fame

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