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La manovra risponda al disagio dei commercialisti

Proprio il fisco – con la ridda di ipotesi sul via vai di nuove tasse, aliquote Iva variabili in base alla modalità di pagamento, bonus che tornano e altri che sfumano, regimi agevolati che cambiano pelle – diventa uno degli ambiti dove si dovrà misurare la “discontinuità” del nuovo esecutivo giallorosso rispetto al precedente a trazione leghista. Ma non sarà semplice

di Salvatore Padula

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3' di lettura

L’aggiornamento del documento di economia e finanza (Nadef) del governo, chiude - valga almeno come auspicio - la fase fantasiosa e immaginifica della messa a punto della legge di Bilancio. E ne apre un’altra, improntata a una maggiore concretezza, con obiettivi macroeconomici e linee strategiche meno estemporanei e indicazioni di massima sulle misure portanti della manovra.

I prossimi mesi saranno molto impegnativi sotto il profilo fiscale. Anzi, proprio il fisco – con questa ridda di ipotesi sul via vai di nuove tasse, aliquote Iva variabili in base alla modalità di pagamento, bonus che tornano e altri che sfumano, regimi agevolati che cambiano pelle – diventa uno degli ambiti dove si dovrà misurare la “discontinuità” del nuovo esecutivo giallorosso rispetto al precedente a trazione leghista.

E non sarà semplice. Perché da un lato è evidente che in molti casi è atteso un deciso cambio di rotta rispetto al passato; e dall’altro è altrettanto evidente che in questa fase i contribuenti di tutto hanno bisogno ma non dell’ennesima stagione di incertezze e regole traballanti. Chiedere a imprese e professionisti per averne conferma.

Per il nuovo governo è una sfida nella sfida. Non solo si dovranno trovare le misure per approdare a un fisco più equo e più semplice. Non solo si dovrà concretizzare un piano organico per sostenere con la leva fiscale la crescita del sistema Paese, per esempio rafforzando Industria 4.0, anche in chiave green, e ripristinando l’Ace, l’aiuto alla crescita delle imprese, auspicabilmente con effetto già dal 2019.

Ma lo si dovrà fare anche in modo ordinato, garantendo agli operatori un contesto di certezza del diritto che è il presupposto per programmare e pianificare attività e investimenti e, in definitiva, per ogni ambizione di crescita e consolidamento. Per pura casualità, il varo della Nadef coincide con una forte agitazione e l’annunciato sciopero dei commercialisti. Una concomitanza singolare. Anzi, un monito e forse anche un’opportunità da non sprecare.

    Un monito perché il malessere dei professionisti racconta esattamente quello che è il disagio dei loro clienti, dalle imprese ai cittadini, verso un sistema di prelievo ai limiti della schizofrenia, come in qualche modo indica il casus belli dei ritardi e delle complicazioni sui nuovi indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa), dei quali la categoria chiede la non applicazione o l’applicazione in via sperimentale, senza per altro aver avuto un minimo di attenzione da parte del governo.

    A ben vedere, le richieste avanzate dai commercialisti altro non sono che le legittime aspettative della stragrande maggioranza di cittadini-contribuenti onesti: una lotta all’evasione condotta in modo che siano colpiti i veri evasori, grandi e piccoli, senza accanimento contro gli onesti, in termini di maggiori obblighi e oneri burocratici e persino in termini di maggiori tasse per chi già paga un salatissimo conto fiscale; un sano rapporto fisco-contribuenti, basato sul reciproco rispetto, basato sulla non prevaricazione, anche attraverso l’effettiva applicazione dei principi dello Statuto dei diritti del contribuente, troppo spesso ignorato tanto dal legislatore quanto dall’amministrazione (come nel caso degli Isa); un controllo più efficace anche sul fronte della spesa pubblica, per evitare che lo sperpero di risorse alimenti (e giustifichi) la corsa all’aumento delle pretese fiscali.

    In questo senso, l’agitazione può diventare un’opportunità che il nuovo esecutivo farebbe bene a non sciupare, portando al centro della sua azione il metodo del confronto e della condivisione, nel rispetto e nei limiti dei rispettivi ruoli. Esattamente il contrario di ciò che i governi, compreso quello attuale, hanno puntualmente fatto.

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