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La marcia d’avvicinamento tra le banche e il mondo delle criptovalute

La presenza non più trascurabile degli asset digitali nei bilanci degli istituti di credito pone questioni di regolamentazione e standard contabili

di Michele Mandelli

(REUTERS)

3' di lettura

L'ultima notizia è di un paio di settimane fa: la divisione cripto di Société Générale, SG Forge, ha ottenuto la registrazione da parte dell’Autorité des Marchés Financiers (AMF) francese per i servizi di custodia e negoziazione di criptovalute. È solo l'ultimo segnale che i mondi degli asset digitali e delle banche tradizionali si stanno sempre più avvicinando e intersecando.

Circa un mese fa, il Comitato di Basilea per la Supervisione Bancaria, ha pubblicato un rapporto, Banks' exposures to cryptoassets – a novel dataset, sui primi risultati di disclosure volontaria del nuovo framework di raccolta dati, che con Basilea III avrà un nuovo segmento per la rendicontazione delle criptovalute.

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Su 182 banche intervistate, 19 hanno segnalato esposizioni su criptovalute alla fine del 2021. Si tratta di banche piccole, perché i loro asset pesati per il rischio (RWA) rappresentano il 2,4% del campione. Il totale dell’esposizione era di 10,7 miliardi di dollari alla fine del 2021, quasi esclusivamente rappresentata da Bitcoin ed Ether.

Il motivo dell’iscrizione di questi asset a bilancio per le banche era: custodia/portafoglio/assicurazione e altri servizi (50%); servizi di compensazione, clienti e market making (46%); partecipazioni e prestiti di criptovalute (4%).

Un dato di per sé molto contenuto, perché 10 miliardi di valore su un mercato che a fine 2021 capitalizzava 1.330 miliardi, sono veramente una goccia nell'oceano: meno dell'1 per cento. Tuttavia, è una goccia molto significativa, perché anche solo a fine 2020 era impensabile che qualche banca potesse avere in portafoglio asset cripto.

Siamo all'avvio di un percorso che porterà inevitabilmente all'istituzionalizzazione di questo fenomeno. Infatti, ci aspettiamo che il report dell'anno prossimo mostri numeri significativamente superiori a questo.

La presenza non più trascurabile degli asset digitali nella ‘pancia' delle banche significa che il mondo bancario tradizionale non può più fare finta che questi asset non esistano e la regolamentazione, in primis sotto forma di standard contabili e di rischio, non può ignorare che le cripto siano presenti nel bilancio delle banche.

A fronte dell'emergere di un mercato è nata MiCA, una prima regolamentazione, sia pure iniziale. Ed è molto importante che anche Basilea III prenda atto di questo sviluppo e si adatti, creando delle regole di controllo del rischio per gli asset digitali che saranno ovviamente adeguate alle specificità dell'oggetto. Una normativa chiara permetterebbe alle banche di non dover subire l'incertezza normativa che fino a oggi le ha tenute ferme, in termini di gestione del rischio e di necessità di capitale per i crypto-asset.

Al contempo, le autorità nazionali di regolamentazione del mercato si stanno muovendo a velocità diverse. In Francia e in Germania c'è una licenza specifica di custody sulle valute digitali, mentre in Italia abbiamo una licenza generica dell'Oam. Con ogni probabilità le normative francese e tedesca andranno a costituire la base per una licenza comune europea di custody.

D'altra parte, analizzando la questione dal punto di vista dell'investitore finale, le banche sono chiaramente la controparte migliore per accompagnare questi ultimi nell’avvicinarsi al mare magnum degli asset digitali in modo sicuro. Fintanto che ciò non avviene il rischio è che il vuoto lasciato dalle banche sia colmato da operatori meno vigilati e quindi meno affidabili per gli investitori finali.

Già oggi si sta sviluppando di gran lena uno shadow banking fatto di piattaforme di trading e wallet, che stanno disintermediando le banche, ma che non sempre possono offrire un ambiente di investimento sicuro e trasparente. In CheckSig abbiamo mappato, per esempio, l'universo delle piattaforme di trading a livello globale e ne abbiamo contate 600. Certo, c'è da riconoscere che c'è del buono da entrambe le parti e che lo sviluppo della normativa alimenterà la dinamica di avvicinamento tra questi due mondi, tra le realtà cripto più serie e le banche più innovative.

Da un lato le realtà cripto più serie si spingono verso un licensing, a volte addirittura bancario, con aziende nate cripto che prendono licenze bancarie. Dall'altro il mondo delle banche si sta allargando a tutti questi servizi. Ma mentre le prime sono incentivate ad agire e stanno facendo questa transizione rapidamente, il mondo bancario – per diversi motivi – si sta muovendo più lentamente, per esempio non vuole prendersi un rischio normativo; piuttosto spesso preferisce stare fermo.

Managing Partner di CheckSig

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