LE TRATTATIVE

La marcia indietro di Londra su Brexit

di Leonardo Maisano

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(AP)


3' di lettura

La Gran Bretagna si presenta all’appuntamento con la Commissione per la ripresa delle trattative sulla Brexit seduta su una pila di carta che dovrebbe definire la linea strategica del Regno. I sette position papers diffusi in queste settimane hanno il merito di aver scosso l’immagine di una Londra paralizzata dalla demagogia della politique politicienne e cieca dinnanzi ai rischi economici e alla complessità tecnico-regolamentare del divorzio anglo-europeo.

Sotto le dosi da cavallo di retorica gettata in pasto alle masse euroscettiche si scorge, finalmente, qualcosa che tanto somiglia a una ragionevole marcia indietro dai picchi dei mesi scorsi. I papers toccano capitoli centrali del negoziato - dall’unione doganale, al tribolato confine fra Ulster e Irlanda, dai diritti dei cittadini Ue, agli standard commerciali, dalle competenze delle corti europee e nazionali, alla protezione dei dati - ma restano troppo vaghi per individuare prese di posizione nette. Le linee di confine, tuttavia, si stemperano, dando, per la prima volta, la sensazione che i margini siano divenuti flessibili, in netta distonia con gli slogan di Downing street.

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Il caso più significativo non è il pubblicizzato proclama sull’assenza di visti per i viaggiatori Ue (nessuno ha mai creduto che l’autolesionismo britannico potesse arrivare a forme tanto estreme), ma l’equivoco incedere sulla Corte di giustizia. La premier Theresa May insiste nel dire che Londra si sottrarrà al controllo diretto della Corte europea di giustizia, ma come è stato notato da Dan Roberts sul Guardian quel “diretto” implica che c’è spazio per un controllo indiretto. E già si ipotizza che potrebbe essere l’Efta a dare l’assetto istituzionale entro cui Londra proporrà corti internazionali per eventuali arbitrati anglo-europei. E quindi la presunta sovranità assoluta che gli euroscettici rivendicavano al Regno dovrà rassegnarsi a inevitabili interferenze europee. Il grado e la forma delle proposte sono tutti temi sul tavolo proprio perché i position papers, vagamente ecumenici, non sono affatto precisi. E mai come in questo negoziato sono i dettagli a fare la differenza.

BREXIT, LE BANCHE IN FUGA DA LONDRA

BREXIT, LE BANCHE IN FUGA DA LONDRA

Nell’approccio globale messo in scena da Londra emergono due elementi. La Gran Bretagna si è rassegnata all’evidenza di un periodo di transizione che dovrà evitare - dopo il marzo 2019 - il “salto nel vuoto” tanto temuto dalle imprese. In secondo luogo, Londra non recede, per ora, dalla determinazione di unire in una sola trattativa l’uscita dalla Ue e i termini della futura intesa anglo-europea. La transizione potrebbe essere accettata dai partner a condizione che restino gli obblighi dell’adesione oggi in vigore. La Gran Bretagna vorrebbe muovere verso un nuovo equilibrio di diritti e doveri nel periodo di interim che potrebbe scattare dopo il marzo 2019: gli spazi per un compromesso sono limitati, ma più evidenti di quelli - inesistenti - sul secondo punto, ovvero stringere Bruxelles in una sola mano negoziale che declini l’uscita dalla Ue e il mondo che verrà fuori dalla Ue. I position papers puntano ad aprire contemporanei tavoli di confronto, ma da Bruxelles il mantra è sempre lo stesso: prima - e con la massima urgenza - si saldano i conti, concordando le modalità di calcolo delle spettanze ai divorziandi; si risolve il destino dei cittadini Ue; si definiscono i rapporti di confine anglo-irlandese. Dopo, solo dopo, si parlerà delle nuove relazioni.

Il caso dell’Ulster è divenuto motivo di grande irritazione fra le due parti. Londra cerca di legare l’abbattimento delle frontiere fra Belfast e Dublino, pietra angolare della pace in Irlanda del Nord, alle future intese commerciali fra Regno Unito e Ue. Come dire, con un’ultraesemplificazione: se ci tenete alla pace trattiamo fin d’ora i termini delle nostre relazioni future. Mossa che Bruxelles non apprezza affatto.

Theresa May spera che le elezioni tedesche possano riconsegnarle una Germania più flessibile e insiste, pericolosamente, nel cercare di dividere i partner mai apparsi tanto uniti. Il tempo è contro di lei. Si allontana la prospettiva realistica di chiudere in ottobre la prima fase della trattativa (saldo delle spettanze ecc) per entrare nella seconda (futuri rapporti) e si avvicina la deadline del marzo 2019, fatti salvi probabili, ma indefiniti periodi di transizione. Il tempo gioca contro Londra soprattutto per l’aggravarsi del rallentamento economico: la dinamica del Pil è la più debole del G7, i consumi frenano, la sterlina resta fragile, eppure la bilancia commerciale è in forte disavanzo, le grandi imprese prevedono utili dimezzati nel 2018. I position papers sono un passo in avanti, ma Londra non è anestetizzata dal morso della Brexit che cresce d’intensità. Una stretta che si nutre d’incertezza: più passa il tempo, più l’orizzonte s’appanna, più il declino si consolida.

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