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La meritocrazia aiuta (anche) a perpetuare le disuguaglianze

«Quando non è sana, l’etica meritocratica tra i vincitori produce tracotanza, tra i perdenti umiliazione e risentimento: sentimenti morali che sono al cuore della rivolta populista contro le élite»

di Fabrizio Onida

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Il dibattito scatenato dalla nuova denominazione del ministero dell’Istruzione e del Merito invita a fissare tre paletti, aiutati dal titolo provocatorio del libro del filosofo americano Michael Sandel, docente di filosofia politica ad Harvard La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e perdenti (Feltrinelli 2021).

In primo luogo, la selezione scolastica degli allievi di ogni ordine e grado va sempre difesa da vizi antichi (familismo, nepotismo, inerzia ereditaria, raccomandazioni...). Come sottolineava Angelo Panebianco sul «Corsera» del 31 ottobre, laddove il merito individuale non conta, nessuno è incentivato a studiare duramente e le possibilità del famoso “ascensore sociale” si bloccano. Accanto al perseguimento di una scuola che continui a promuovere l’inclusione dei più deboli, vanno quindi coltivati meccanismi premianti che incentivano capacità individuale-motivazione-impegno.

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Occorre naturalmente investire su capacità e impegno degli insegnanti, retribuire meglio i più bravi, allontanare i peggiori anche sulla base di valutazioni oggettive. Secondo Pietro Ichino («la Repubblica» 28 ottobre) nella scuola pubblica tutto questo finora non si è fatto perché vi si oppongono i sindacati degli insegnanti. L’argomento è delicato e complesso, non si può liquidare solo in nome della libertà di insegnamento richiamato all’art. 33 della Costituzione.

In secondo luogo, non dimentichiamo che la meritocrazia come regola assoluta storicamente tende a consolidare disuguaglianze ingiuste e dannose per la crescita civile.

Una valanga di dati, particolarmente disponibili sul caso emblematico degli Stati Uniti, è ripresa nel libro di Sandel. Ancora oggi, nonostante vari interventi per facilitare l’inclusione dei meno abbienti, più di due terzi degli studenti delle università della Ivy League (Brown, Columbia, Cornell, Dartmouth College, Harvard, Princeton, University of Pennsylvania e Yale) provengono dal 20% più ricco della popolazione.

Tra i nati da genitori nel 20% meno ricco nella scala reddituale, solo 1 su 20 salirà al 20% più ricco, la maggior parte non raggiungerà nemmeno la fascia di classe media. Nonostante l’aumento di borse e sussidi finanziari agli studenti meno abbienti, i figli delle classi lavoratrici e poveri hanno circa la stessa probabilità di frequentare le big three (Harvard, Yale, Princeton) oggi come nel 1954 (Sandel).

Il reddito mediano dei lavoratori Usa è più basso di 40 anni fa e «negli Usa il reddito disponibile mediano di un lavoratore a tempo pieno è oggi al livello del 1970» (Eugenio Occorsio e Stefano Scarpetta in Un mondo diviso. Come l’Occidente ha perso crescita e coesione sociale, Laterza 2022).

«Sebbene il reddito pro capite sia quasi raddoppiato a partire dal 1979, gli uomini bianchi senza un diploma di laurea quadriennale al college guadagnano meno ora, in termini reali, di quanto guadagnassero allora (…) Alla fine degli anni 70 i Ceo delle principali aziende americane guadagnavano 30 volte di più del lavoratore medio; nel 2014 guadagnavano 300 volte di più» (Sandel).

A proposito di Morti per disperazione, altro titolo provocatore di un libro di Angus Deaton (Nobel 2015) e Anne Case (Il Mulino, 2021), Nicholas Kristof sul «New York Times» del 8 febbraio 2020 ha notato che «ogni due settimane muoiono per disperazione più americani di quanti ne siano morti durante i diciotto anni di guerra in Afghanistan e in Iraq (…) l’aumento di morti per disperazione si registra per lo più tra quanti non hanno una laurea universitaria». Sono dati pesanti, da non dismettere frettolosamente magari in chiave
anti-ideologica. In terzo luogo, un appello coscienziale: ispirandoci al liberalismo egualitario di John Rawls (Una teoria della giustizia, 1971).
I soggetti dotati di talenti dovrebbero esercitarli, ma non restando nella pura logica di mercato (che crea disuguaglianze) bensì favorendo una redistribuzione dei benefici all’intera società («principio di differenza»).

Quando non è sana, l’etica meritocratica tra i vincitori produce tracotanza, tra i perdenti umiliazione e risentimento: sentimenti morali che sono al cuore della rivolta populista contro le élite. «Quando l’1% più ricco si intasca più della somma dei guadagni dell’intera metà della popolazione che sta in basso e quando il reddito mediano non cresce da quarant’anni, l’idea che lo sforzo e il duro lavoro ti possono portare lontano inizia a suonare vacua». Allora, «ingeneroso verso i perdenti e opprimente per i vincitori, il merito diventa un tiranno» (Sandel).

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