Credito e crisi sistemiche

La messa in sicurezza delle banche passa da fusioni e diversificazione

di Ignazio Angeloni

(AP)

5' di lettura

«Silver lining» è l’espressione inglese con cui si indica l’elemento positivo che esiste anche nelle situazioni tragiche: quando il quadro è nero, c’è comunque qualcosa che luccica.

La striatura d’argento della tragedia Covid è che, trattandosi della prima crisi sistemica del mondo globalizzato, può aiutarci a capire meglio la fragilità del nostro mondo, a prefigurare i rischi catastrofici cui l’umanità è esposta in un orizzonte forse non lontano e a predisporre le necessarie salvaguardie. Perché altre crisi verranno: e non è detto che saranno più “leggere” di questa. Il Covid non sarà stato inutile se ci aiuterà a rendere il nostro sistema produttivo, economico e sociale più resiliente.

Loading...

In questo ambito, l’intermediazione del risparmio – uno dei gangli più vulnerabili ai rischi sistemici – merita una riflessione specifica. Alcuni prefigurano addirittura la scomparsa delle banche, sostituite da algoritmi e monete digitali emesse dallo Stato. Si tratta per lo più di scenari poco realistici e ancor meno desiderabili. Nel mondo, specie in Europa, la finanza rimarrà a lungo in mano a istituzioni per lo più private, soggette a regole e governate da persone. In Italia, le banche sono oggi più cruciali che mai per far uscire l’economia dalla crisi e per realizzare le trasformazioni di struttura che ci proponiamo. Sorgono allora diverse domande: Come usciranno i nostri istituti di credito dall’emergenza? Cosa deve cambiare nel nostro sistema bancario? Quali modelli organizzativi e regolamentari devono prevalere in futuro? Le risposte devono tener conto non solo dell’esperienza Covid, ma anche della crisi finanziaria che l’ha preceduta. E considerare le trasformazioni tecnologiche (informatizzazione, megadati, intelligenza artificiale) che investono l’attività bancaria ormai da due decenni.

Due modelli si sono dimostrati particolarmente vulnerabili nell’esperienza recente.

Il primo è la banca universale sbilanciata verso l’investment banking, la cui redditività dipende dalla presenza sui mercati finanziari con esposizione in proprio e alta propensione al rischio. Fra i tanti, l’esempio di Deutsche Bank illustra il caso. Il pilastro storico dell’industria tedesca entra negli anni 90 nel mercato dei capitali, sviluppando con acquisizioni e assunzione di personale specializzato un’intensa attività di trading e sviluppo di strumenti finanziari innovativi. La crescita sostenuta e stabile dell’economia in quegli anni, chiamata great moderation e che si riteneva fosse una condizione permanente, consentiva e favoriva questo modello di banca. Alle soglie della crisi finanziaria, Deutsche Bank è leader nello sviluppo, vendita e trading di prodotti strutturati sul settore immobiliare, i cosiddetti “titoli spazzatura”; l’obiettivo dichiarato è essere the last man standing, l’ultima banca a sopravvivere e regnare nella roulette russa della finanza speculativa. Accade il contrario. Oberata da perdite e sanzioni di vigilanza, nel 2016 rischia la bancarotta e inizia il purgatorio di un lento recupero, a tutt’oggi ben lontano dall’essere completato.

Deutsche Bank è un caso unico, ma ha analogie altrove nel sistema. Lo dimostra la rinnovata diffusione post-crisi di prodotti strutturati “opachi” e del credito con elevata leva finanziaria, che le autorità di vigilanza europee stanno cercando senza successo di tenere sotto controllo. La tentazione di trovare nell’assunzione di rischio la soluzione alle ristrettezze del bilancio è tutt’altro che tramontata, e potrebbe addirittura crescere nell’uscita dalla pandemia, quando le ingenti masse di risparmio accumulate nei lockdown cercheranno una collocazione. All’inizio di quest’anno, diverse banche europee hanno tratto beneficio dall’attività di trading in proprio. Si tratta di vantaggi effimeri che non dovrebbero diventare la base del nuovo modello di business post-Covid.

Il secondo modello in crisi è quello della banca tradizionale al dettaglio fondata sul binomio deposito-credito, che intrattiene rapporti stretti di clientela sul territorio basati su conoscenza personale e fiducia. Si tratta – in genere, ma non sempre – di banche piccole e non quotate. Storicamente diffuso in Italia, questo modello si scontra con due realtà. La prima è la riconversione tecnologica, che richiede investimenti incompatibili con la piccola scala. La seconda è la restrizione dei margini di intermediazione, che impone di ricercare la redditività sviluppando sinergie e diversificando i servizi offerti, altra cosa che mal si concilia con la scala ridotta. Questi fattori stanno determinando un declino del localismo bancario non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti. La riorganizzazione in gruppi realizzata in Italia, o altre forme di condivisione di costi e rischi esistenti in Europa (come gli institutional protection scheme diffusi nel consociativismo bancario tedesco) non hanno finora dato prova di risolvere i problemi di scala.

Né l’uno né l’altro modello possono dare risposta alle sfide poste dalla stagione di ristrutturazione che il sistema bancario italiano ha davanti. Il perimetro in cui esso si muoverà nell’arco (almeno) del prossimo decennio è chiuso da tre lati da altrettanti vincoli.

1-La necessità di controllare i rischi mantenendo un bilancio solido, sia all’attivo (non-performing loan, partite opache e rischiose) sia al passivo, con una struttura patrimoniale forte garantita della redditività.

2-Un contesto in cui continueranno a prevalere margini ristretti sull’intermediazione tradizionale.

3-Un mercato competitivo, specie nei servizi di pagamento, con una marcata tendenza all’informatizzazione. Non è escluso che perfino le banche centrali entrino in questo settore, lanciando la moneta digitale di cui tanto oggi si parla.

Da questi vincoli si esce solo con la scala e la diversificazione. Scala per raggiungere il livello dimensionale necessario per investire nella trasformazione tecnologica e per compensare la riduzione dei margini unitari. Diversificazione per sfruttare le sinergie che la rete distributiva consente, e per diluirne i costi, coprendo non solo le aree tradizionali della banca universale, ma anche il segmento degli strumenti previdenziali e assicurativi, poco sviluppato in Italia soprattutto nel suo nesso con la banca.

Lungo queste linee è possibile prefigurare nell’arco del prossimo decennio un percorso che porti a un sistema bancario italiano composto da un numero limitato di istituti di medio-grandi dimensioni (più di cinque, ma probabilmente non oltre dieci), solidi e diversificati. Con al centro un numero ancor più ristretto di soggetti (uno o due al massimo) dotati di una significativa presenza europea e globale. In questa prospettiva acquisterebbero una logica le fusioni bancarie di cui oggi si parla, confusamente e in modo riduttivo – come risolvere il problema Monte dei Paschi di Siena, o come recuperare quote di mercato rispetto a un’altra banca. Nell’interesse sia aziendale sia di sistema: in cui troverebbero giustificazione gli aiuti che lo Stato italiano si prepara a dare, dopo quelli sprecati in passato. Una logica nella quale le autorità della concorrenza, europea e italiana, dovrebbero occuparsi non solo di aiuti di stato ma di assetti del mercato, evitando monopoli. Una logica, infine, in cui non solo troverebbero definitiva sistemazione gli “scheletri” che esitazioni e interessi passati hanno lasciato nell’armadio, ma in cui l’Italia occuperebbe il posto che merita nell’Unione bancaria di domani.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti