a tu per tu

La mia Bocconi multitasking suona il rock e crea manager globali

di Lello Naso


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6' di lettura

Fisico asciutto, pantalone slim fit bluette, camicia bianca e cravatta di una nuance di blu diversa da quella dei pantaloni. Scarpe e cintura nere. Capelli un po’ lunghi con un ciuffo tenuto a bada e abbronzatura da sciatore. Gianmario Verona, 48 anni, è stato confermato rettore dell’Università Bocconi per il secondo biennio, ma l’immagine e il modo di porsi sono quanto di più lontano possa esserci dallo stereotipo bocconiano e dal rettore-barone.

Il suo ufficio è essenziale, squadrato. Una grande porta di vetro introduce a un salottino d’attesa con le poltrone LC2 di Cassina. Sul corridoio, la stanza delle collaboratrici e le due porte dell’ufficio. Davanti alla prima porta, ancora quattro poltrone LC2 nere fronteggianti. Davanti alla seconda porta, la scrivania colma di carte e due sedie. Sulle pareti, librerie a vista di alluminio ricolme di libri. Accanto alla scrivania una lavagna a fogli di carta mobili. C’è la classifica Qs delle Università, la più prestigiosa, con in evidenza la posizione della Bocconi nella categoria Social sciences e management: undicesima al mondo e quarta in Europa dopo i tre colossi inglesi, Lse, Oxford e Cambridge.

«È un caso che la lavagna sia ferma sulla classifica. Le graduatorie non devono essere un’ossessione, ma uno stimolo», dice il rettore con un sorriso. «Non nego che il ranking abbia un impatto sul reclutamento degli studenti e dei professori - incalza - ma noi dobbiamo fare tutto il possibile per migliorare la qualità dell’offerta, non la posizione in classifica». La curiosità ci porta a sfogliare la lavagna. Secondo foglio, un’altra classifica. Risata generale.

Il rettore si fa serio e inizia un discorso più ampio sugli obiettivi, il programma strategico della seconda parte del suo mandato, i fondamentali che, alla fine del percorso, servono per migliorare la reputazione. «Il primo obiettivo è il completamento di un processo di vera internazionalizzazione della Bocconi. Siamo già un’università con il 20% di studenti e molti professori che vengono dall’estero, al livello delle maggiori Università dei Paesi non anglofoni. Ci siamo arrivati attraverso un percorso che viene da lontano e che possiamo riassumere in tre ondate: l’arrivo dei visiting professor negli anni Ottanta-Novanta, il rientro dei cervelli negli anni Duemila e il reclutamento dei docenti dalle top school di tutto il mondo intensificato negli ultimi anni. Dobbiamo proporre agli studenti un’offerta appetibile a livello globale,raggiungere gli standard internazionali e differenziarci con le nostre caratteristiche». Verona fa un esempio concreto: «Non si deve produrre un altro iPhone, ma se quello è lo standard, si deve seguire la via Apple, il meglio, e differenziarsi. Giochiamo già la Champions League, abbiamo bisogno di migliorare per competere, non di cambiare».

Dalla citazione della Champions inizia una delle digressioni di Verona: il calcio. Dichiara la fede nerazzurra e confessa la scarsa abilità con i piedi: «Ho frequentato una scuola maschile, la concorrenza era tanta. Per giocare mi sono skillato (dice proprio così, ndr) in porta». È una passione vera. Si vede da come ne parla, dalle citazioni dei calciatori e dagli aneddoti. È la stessa passione che mette nel parlare del suo lavoro, dell’Università. Se facesse il questionario di Proust, dovrebbe indicare proprio l’entusiasmo come tratto saliente del carattere.

Così, senza scendere di tono, il rettore torna alla schermata precedente, la Bocconi. «Di pari passo con l’internazionalizzazione dobbiamo completare la digitalizzazione. È un tema trasversale, cruciale per le scienze sociali. Dobbiamo innervare le competenze scientifiche di matematici, fisici, neurolinguisti in tutti i dipartimenti. Non basta più inserire qua e là insegnamenti di queste materie, bisogna cambiare proprio l’approccio pedagogico».

Il punto d’approdo, il traguardo finale, è la nuova competenza dei laureati Bocconi. «I big data - spiega Verona - saranno fondamentali per tutte le professioni. Per questo dobbiamo insegnare ai nostri studenti le basi della programmazione (la Bocconi ha adottato il linguaggio Python, ndr). Un professionista del futuro, un manager, un commercialista, un avvocato deve conoscere le logiche che stanno dietro i software, deve saper entrare nell’universo dei dati. Per decidere consapevolmente. Attenzione, non dobbiamo formare programmatori o sviluppatori di app, non serve. Ma nelle professioni succederà un po’quel che è accaduto nella musica con l’avvento dell’elettronica. Non è pensabile che un musicista, oggi, non conosca gli strumenti di campionamento dei suoni e il loro utilizzo. All’ultimo concerto dei Coldplay di San Siro la gamma dei campionamenti era incredibile, però loro suonavano e cantavano alla grande».

Qui parte la seconda digressione del rettore. La musica. Forse la passione più intensa. Verona è chitarrista e batterista («Non esageriamo, mi diletto», minimizza), fan di Prince e spettatore di grandi concerti («Una volta una quindicina l’anno, adesso non trovo più il tempo...»). Sciorina una conoscenza musicale invidiabile anche del repertorio italiano. Si passa dal Vasco Rossi di Bollicine («Concerto mitico») alla trasgressione di Renato Zero («Zerolandia, i sorcini, per quelli della mia generazione sono stati un punto di svolta rispetto al conformismo dell’epoca»). Spazia da Caparezza («Vero innovatore, se si esclude il primo cd, un naïf») a Fabri Fibra, da Ghali a Sfera Ebbasta fino alla trap che domina le classifiche. Senza ostentazione e senza giovanilismo.

In un nanosecondo, il rettore schiacchia il tasto “esc” e torna alla rivoluzione digitale e alla didattica. Il tema è come portare nelle aule le competenze 4.0 e chi le porterà. Verona, estraendo dalla valigia ora gli attrezzi del professore, ora quelli del manager, spiega che il modo di insegnare è già cambiato. «Venti, trenta anni fa, esemplifico molto, i professori erano gran traduttori di testi universitari di difficile approccio. Spiegavano. Oggi questo lavoro lo fanno egregiamente molti corsi online. Noi dobbiamo dare valore aggiunto. L’aula deve diventare una palestra per la soluzione di problemi complessi. L’approccio top down non paga, serve condivisione, predisposizione all’ascolto, concretezza».

Non deve essere facile dire a un professore che dovrà tornare in aula per imparare un metodo di insegnamento nuovo. Ma la Bocconi, Verona tiene a sottolineare che c’è una linea di continuità con i suoi predecessori, è una palestra di confronto e condivisione costante. Mettersi in discussione è una sfida. Il rettore spiega che sono già operativi dei team in cui ogni specialista conferisce e condivide le sue competenze in modo che il meglio di ognuno venga messo a disposizione di tutti. «Ci aiuta molto aver iniziato a reclutare i grandi talenti dell’insegnamento da tutto il mondo. Adesso siamo un’Università ambita e possiamo anche offrire la qualità della vita di una città, Milano, considerata dai professori ospiti una delle metropoli più vivibili al mondo, una capitale moderna a due ore d’aereo da tutta Europa».

Professori in senso stretto e manager, i capitani d’impresa che passano dalle aule di via Sarfatti. «È fondamentale - spiega Verona - anche il ruolo dei professor of practice, i dirigenti delle multinazionali e i professionisti più affermati, che vengono a insegnare e a raccontare le loro esperienze agli studenti». Molti fanno parte «dell’ecosistema Bocconi», come lo definisce Verona, che ha come perno gli Alumni, l’associazione degli ex studenti nata nel 1906.

Il rettore non ha bisogno di pensarci più di tanto per ricordare gli incontri che lo hanno colpito di più. «Vittorio Colao ogni volta che viene riesce a distillare vere pillole di saggezza. Howard Schultz di Starbucks ha stupito tutti per la profondità del suo pensiero. Ci aspettavamo una lezione sulle caffetterie e ci ha proposto un’analisi lucidissima sulla contemporaneità. Wow! (un’esclamazione che il rettore utilizza spesso, ma in maniera molto naturale, ndr). Luca De Meo di Seat, che è il bocconiano dell’anno, ha una marcia in più sulla tecnologia, non solo dell’auto. Brunello Cucinelli è un caso a parte. Ha un suo mondo. Un visionario con guizzi di concretezza. Anche un po’ matto».

L’uso del termine matto non è casuale. Matto è esattamente la definizione che i suoi collaboratori danno di Verona. Matto nell’accezione milanese del termine: creativo, eccentrico, sorprendente fino a essere spiazzante. Il rettore arrossisce, ma ammette di riconoscersi nella definizione. Come si riconosce nella descrizione di stacanovista multitasking che gli hanno appioppato all’università.

È la faccia della medaglia del rettore-manager. Aperto al mercato e senza pregiudizi per la collaborazione con le imprese. «Siamo un’Università privata, ma non c’è alcuna contrapposizione con il pubblico. Abbiamo tredici cattedre e professorship finanziate da imprese, ma pensare che ci siano obblighi didattici è fuori dalla realtà. La cattedra in Learning machine di Vodafone ci ha consentito di ingaggiare dal Politecnico di Torino Riccardo Zecchina, uno dei maggiori esperti mondiali di innovazione. La professorship di Lvmh in Fashion and luxury management ha l’obiettivo di disegnare il modello di impresa del lusso del 2040. È uno scambio che arricchisce culturalmente le imprese e l’Università. Una strada che va perseguita con tenacia».

Come tutto il resto, verrebbe da dire. La tenacia gentile di un rettore profondamente bocconiano anche quando sembra non esserlo.

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