Letteratura

La mia Nigeria la mia America

di – Lara Ricci

4' di lettura

Due donne nigeriane si nascondono in una baracca del mercato per sfuggire all’ennesimo massacro a sfondo etnico religioso. Una è una studentessa ricca e cristiana, l’altra una venditrice di arachidi povera e musulmana, la prima ha perso di vista la sorella, la seconda la figlia: «La donna si mette a piangere. Piange in silenzio, con le spalle che vanno su e giù, non quel singhiozzare rumoroso delle donne che conosce Chika, quel singhiozzare che urla: Abbracciami e consolami perché da sola non ce la faccio . Il pianto di quella donna è privato, come se eseguisse un rituale necessario che non riguarda nessun altro». Non ci sarebbe neanche bisogno di spiegare che Chika è la ragazza agiata: nei dodici racconti con protagoniste undici donne e un uomo che compongono Quella cosa intorno al collo , una collezione di short stories pubblicata nel 2009 e appena tradotta da Einaudi, bastano poche frasi a Chimamanda Ngozie Adichie per dare un’identità ai suoi personaggi, per penetrare un dolore da cui non ci si vuole staccare, per un’acuminata critica sociale e di genere che prenderebbe pagine senza avere la stessa efficacia.

Per esempio, una ragazza nigeriana che negli Stati Uniti esce con un americano bianco riflette: «dalle reazioni della gente capivi che non eravate una coppia normale: gli antipatici erano troppo antipatici e i simpatici troppo simpatici». Oppure, un clandestino omosessuale racconta infine a un’amica dell’uomo amato, lasciato quando questo aveva accettato un matrimonio combinato: «Si chiamava Abidemi. Qualcosa nel modo in cui Chinedu pronunciò quel nome, Abidemi, la fece pensare alla pressione leggera su un muscolo indolenzito, quel tipo di dolore autoinflitto che dà piacere». E ancora, un vecchio professore che aveva creduto e militato per l’indipendenza del Biafra chiede a un collega della moglie e quello gli risponde «Ebere non è più fra noi; da tre anni» e poi pensa «Mi ha sorpreso vedere i suoi occhi riempirsi di lacrime. Si era dimenticato il nome, eppure, in qualche modo, era capace di piangerne la perdita, o forse piangeva un’epoca piena di possibilità. Ikenna, l’ho capito, è uno che si porta dietro il peso di ciò che avrebbe potuto essere».

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I temi di questi racconti, inizialmente pubblicati su varie riviste letterarie e ambientati tutti ai giorni nostri tra Nigeria e Stati Uniti, tranne l’ultimo a fine Ottocento, sono in nuce quelli che poi si ritrovano nei tre romanzi che hanno reso la scrittrice igbo famosa in tutto il mondo - Ibisco viola, Metà di un sole giallo, Americanah -: il fanatismo religioso, la guerra del Biafra, la vita dei nigeriani in America, la discriminazione delle donne e degli omosessuali. Ma l’autrice si diverte a mettersi alla prova nel ritrarre personaggi molto diversi. Denuncia le tante brutalità della sua società, dalla corruzione agli omicidi politici, alla disumanità del trattamento carcerario, e soprattutto il maschilismo che permea ogni momento della vita femminile ed è così pervasivo e radicato nella cultura che le persone, le donne stesse, non lo percepiscono neanche. Come in Italia del resto, anche se alcune manifestazioni troppo evidenti sono state smorzate. Ne esce un ritratto poliedrico del suo Paese e dei suoi abitanti, con non poche sapide frecciate agli ex colonizzatori («i bianchi che amano troppo l’Africa e quelli che la amano troppo poco hanno in comune lo stesso atteggiamento: il paternalismo»), agli americani e ai nigeriani lì immigrati che - ansiosi di integrarsi - riescono a sommare i lati peggiori di entrambe le culture.

In un racconto, Jumping monkey hill, con umorismo caustico Adichie prende in giro un borioso e lascivo africanista che ha organizzato un workshop di scrittori (e che fissava la protagonista Ujunwa in un modo in cui non avrebbe mai fissato una bianca, «perché quel che provava per Ujunwa era desiderio senza rispetto») stigmatizzando quel che la critica occidentale vuole dagli scrittori africani: contenuti «attuali e rilevanti», che portano «informazioni». Così l’untuoso professore loda un testo che a Ujunwa pare un articolo dell’«Economist» con l’aggiunta di personaggi da caricatura. In altre parole, dagli autori africani non ci si aspetta e non si vuole altro che una letteratura “di genere”, una cronaca romanzata e descrittiva. Tuttavia, pur rifiutando l’imposizione di questa angusta gabbia, Chimamanda Ngozie Adichie non rinuncia a scrivere racconti che sono anche attuali e rilevanti e informano su un Paese non facile da conoscere nelle sue mille stratificazioni, ibridazioni, sfumature. Né a belle descrizioni che a noi possono suonare esotiche: «Ricordi ancora chiaramente l’afa di quell’estate, sebbene siano passati diciott’anni: l’ambiente caldo umido del giardino della nonna, talmente fitto di alberi che i fili del telefono si perdevano tra le foglie e i rami si intrecciavano, tanto che a volte spuntavano manghi sull’anacardio e guaiave sul mango. Le foglie in decomposizione formavano una spessa coltre molliccia su cui tu giravi scalza. Di pomeriggio le api dal ventre giallo ronzavano intorno alla tua testa e a quelle di tuo fratello Nonso e di tuo cugino Dozie, e di sera la nonna permetteva solo a tuo fratello Nonso di salire sugli alberi per scuotere un ramo carico, anche se ad arrampicarti eri più brava tu». Mostrando così, con la sua simpatica strafottenza, la sua superiorità.

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