ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di più31/12/1999: la svolta al cremlino

«La mia Russia si farà rispettare»

Dal Sole 24 Ore del 2 gennaio 2000 il passaggio del testimone tra Boris Eltsin e Vladimir Putin, erede a sorpresa del primo presidente russo

di Antonella Scott


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È l’ultimo giorno del 1999: a sorpresa, Boris Eltsin lascia le chiavi del Cremlino al premier Vladimir Putin, allora 47enne (Ap)

4' di lettura

«Non credo che Putin possa essere trasformato in una figura politica accettabile nel giro di un anno», aveva detto in agosto un analista. Ma poiché in Russia la politica corre più veloce dei pensieri, ecco Vladimir Putin, quattro mesi fa sconosciuto neo primo ministro, diventare presidente ad interim, con tutte le intenzioni e tutte le probabilità di essere eletto successore di Boris Eltsin al voto anticipato del 26 marzo. La Russia sembra aver trovato quel leader forte che stava cercando.

È un po’ come se quel voto ci fosse già stato. Le dimissioni di Eltsin e il lancio di Putin sono avvenimenti che hanno a che fare con un’abilissima manovra di palazzo più che con un avvicendamento democratico. Le elezioni parlamentari del 19 dicembre scorso hanno decretato il trionfo del partito messo in piedi dall’entourage presidenziale, alimentato dalla popolarità di Putin. Molto meglio sfruttarla subito, piuttosto che rischiare che l’entusiasmo dei russi per il primo ministro si spegnesse nei sei mesi che mancavano alle elezioni del 4 giugno.

Quella popolarità è stata costruita sull’andamento della guerra in Cecenia, impossibile programmare una vittoria in tempi brevi e poi “congelarne” l’effetto benefico fino all’estate. Meglio anticipare i tempi di quella che non sarà una competizione molto sportiva: in Russia il voto lo vince chi ha il potere.

Non resta che chiedersi se Putin sarà un bravo o un cattivo presidente, sapendo però che la risposta ancora non c’è. Quando Eltsin lo chiamò al Governo, la biografia dell’ex agente del Kgb era farcita di imbarazzanti lacune, soprattutto a proposito del periodo in cui Putin era a Berlino, negli anni 80. Cercarono di completare il quadro: i viaggi nella Germania Ovest per carpire segreti commerciali alle compagnie occidentali; l’ingresso nella squadra di Anatolij Sobchak, sindaco riformatore di San Pietroburgo, come responsabile per gli investimenti stranieri; il legame con Anatolij Ciubais, che lo chiama a Mosca nel 1996; la nomina a capo dell’Fsb, i servizi di sicurezza eredi del Kgb.

Non è un grande aiuto: primo ministro da quattro mesi, Putin non aveva mai lasciato trapelare molto sulle idee che ha in serbo per la Russia. Finché, martedì scorso, pubblica su un sito Internet un intervento di 14 pagine: «La Russia alle soglie del Terzo Millennio». Due giorni dopo, Putin finalmente sorride in un’intervista alla Cnn: due indizi importanti di quello che si stava preparando.

Alla base del pensiero di Putin c’è l’esortazione a creare una nuova idea nazionale, basata sul patriottismo, la fede nella grandezza della Russia, la centralità dello Stato, la solidarietà sociale. Ai primi due punti Putin ha dato voce con la guerra in Cecenia, ed è su questi due elementi che ha costruito l’incantesimo con cui ha fatto proprio il cuore dei russi. Il patriottismo non deve scadere nell’imperialismo, avverte Putin, che al punto 2 tuttavia rispolvera il mito della velikaja derzhava, la grande potenza di memoria zarista. Il punto 3 esclude che la Russia sia pronta per i valori liberali che hanno radici profonde in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma non qui. Dove è ancora necessario, dice Putin, uno Stato forte che garantisca l’ordine e sia il motore del cambiamento.

Come costruirlo? Attraverso la disciplina nel governo, la lotta alla corruzione, una meritocrazia che premi «i migliori specialisti». Ma attenzione, avverte il futuro presidente: «È dall’esecutivo che proviene la maggiore minaccia ai diritti umani, alla libertà e alla democrazia», la difesa è la partnership tra il potere esecutivo e la società civile.

In economia, l’impostazione di Putin è simile a quella di uno dei suoi numerosi predecessori, Evghenij Primakov: riforme di mercato guidate dalla mano regolatrice dello Stato. Putin promette ciò di cui l’economia russa ha da tempo bisogno: riforma fiscale, ristrutturazione del sistema bancario, eliminazione della pratica del baratto e di tutte le forme di pagamento non monetarie, incoraggiamento degli investimenti, integrazione nell’economia mondiale, con priorità all’ingresso nella Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio e approvazione di una legislazione anti-dumping.

L’intervista alla Cnn sembra voler rassicurare l’Occidente, preparandolo alla notizia del cambio della guardia al Cremino. Putin promette di proseguire le riforme avviate da Eltsin e la sua politica estera, e racconta di essere rimasto «molto colpito» da Bill Clinton. Lo invita a Mosca, è pronto a incontrarlo a Washington. Stati Uniti e Russia, dice, «sono sempre stati insieme nei momenti cruciali della storia, sono sempre stati alleati» e così dovrà essere ancora. Il che non impedirà a Mosca di proseguire nel Caucaso quella che non è una guerra, ma «un’operazione contro il terrorismo internazionale».

«Si dice spesso - ha detto Putin alla Cnn - che la Russia abbia ambizioni imperialistiche, non è vero. Ne ha solo una: ottenere il rispetto delle altre nazioni. Lo avremo sicuramente». I russi hanno scelto Putin perché ha il tono di chi non ammette repliche, e farà quel che dice. Se il suo concetto di Russia forte si riferisce a un Paese credibile, prospero e inserito nella comunità internazionale, il suo arrivo al Cremino potrebbe rivelarsi una benedizione. O una maledizione, se la sua Russia vorrà essere forte in contrapposizione all’Occidente, e se i metodi ceceni sono gli unici che Putin conosce. Ma è troppo presto per dirlo.

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