edoardo albinati

La Milano di Albinati, dove con la nebbia si cancellò la nebbia

Un romanzo sulla Milano anni ’80 che dismette le fabbriche per nutrirsi di promesse scintillanti, mentre il mito della concretezza si rovescia in quello dell’apparenza

di Lara Ricci

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 Edoardo Albinati ha vinto il premio Strega con «La scuola cattolica»

Un romanzo sulla Milano anni ’80 che dismette le fabbriche per nutrirsi di promesse scintillanti, mentre il mito della concretezza si rovescia in quello dell’apparenza


5' di lettura

Una città circondata da industrie e nebbia, che si sveglia alle cinque del mattino quando gli operai, senza un lume, escono dai loro tuguri nella notte lattescente, incurvati per mantenere il calore del corpo, e dopo aver vagato a lungo arrivano alla grande entrata della fabbrica. Vederla materializzarsi così, all’improvviso, dal nulla, paradossalmente dà loro sollievo, quasi un senso di resurrezione. Ma poi, «varcato il suo ingresso, inizia una pena innominabile e disumana, la fatica più cieca e meccanica che porta l’uomo a perdere sé stesso», un pena da cui escono a notte fatta, tornando in quello stesso buio biancastro che li aveva accompagnati prima dell’alba.

È in questa città, fondata sul mito eroico della fatica, una città che la nebbia ha combattuto con altra nebbia, in cui Albinati si sposta per ambientare il suo ultimo romanzo dal titolo eloquente: Desideri deviati. Un racconto che condivide con il precedente, Cuori fanatici (Rizzoli, 2019), il sottotitolo: Amore e ragione, un’impostazione speculare e alcuni dei personaggi.

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Cuori fanatici infatti si apre con un sontuoso, amaro e ironico «preludio», dedicato alla «città meridionale», (Roma, anche se non è mai nominata), la città del sole, noncurante come quest’astro distante, la metropoli che è tutta una cicatrice e che se in apparenza sembra costruita attorno al desiderio, «nella realtà gli è quasi impermeabile».

Desideri deviati inizia invece con un altrettanto penetrante «preludio alla città del Nord», che è la (mai nominata) Milano degli anni Ottanta, la città che del desiderio ha fatto mercato. Tempio del lavoro duro e dell’illusione. La città che «non esiste», come affermava il protagonista di un racconto di Tommaso Landolfi, chiedendosi se la gloriosa metropoli non fosse «che un fumo».

Le vicende raccontate in entrambi i romanzi si svolgono in un tempo in cui «era ancora diffuso il sentimento della grande impresa spirituale», «un’epoca radicale e fanatica durante la quale nessuno si accontentava di quello che era, nessuno era soddisfatto di quello che faceva o del modo in cui lo faceva. Bisognava andare oltre e afferrare la pienezza».

Nella «città meridionale», dove vive un’umanità «al tempo stesso già salva e corrotta in maniera totale, irreversibile, che non può più perdere niente che non abbia già perduto prima di mettersi in marcia» annaspano i protagonisti di Cuori fanatici, ragazzi che vogliono poter desiderare senza limiti.

Nei bagliori della «città del Nord», miniera di sogni e frustrazioni dove tanti confluiscono alla ricerca del denaro, della fama, della cultura, della giustizia politica e sociale, si muovono invece i personaggi di Desideri deviati. Non ci poteva essere sfondo più adatto a un tale titolo: nella metropoli è in atto un grande cambiamento, il profilo cittadino oscilla tra «immagini di totale praticità e spreco sontuoso, tra il realismo più terrestre e il sogno sfrenato, producendo uno sfavillante corto circuito tra buon senso e follia».

La metropoli che «bada al sodo» si trova infatti invasa da «creature lunari» - le modelle della nascente capitale della moda - e dalla sensazione che tutto sia possibile, lavorando. Le fabbriche dismesse sono via via convertite in involucri per la cultura e lo svago. Sono gli anni in cui l’etica della fatica raggiunge il parossismo, la religione del lavoro viene soppiantata «dal linguaggio sinuoso ed etereo della pubblicità». E, incurante del ridicolo, il mito della concretezza si rovescia in quello dell’apparenza.

La pienezza, i protagonisti di questo secondo romanzo, la stanno cercando nella metropoli dove la dinamica del successo insegna a desiderare ciò che si sta già ottenendo. In una di quelle fabbriche che trasformano la fantasia, il pensiero, la cultura, l’esperienza in merci - le case editrici - si muovono quasi tutti i personaggi principali della storia.

C’è Minaudo, l’editore, per cui avere un corpo, vivere, «è tutto sommato una gran perdita di tempo» («l’ideale per lui sarebbe stato di consistere in una voce metallica nell’interfono»). C’è il temutissimo Coboldo, che tutto ha letto e quasi tutto decide, e che dei libri non ha fatto un ponte ma un muro, della cultura uno scudo. Cinico e deforme ha capito che l’elemento qualificante e il solo che permette un efficace esercizio del potere è l’arbitrio. «Sì, il puro arbitrio. La decisione secca e inspiegabile. La mutevolezza incessante delle scelte. E il non darne mai ragione».

C’è Nico, sfuggente anche a sé stesso, il figlio dell’ambasciatore Quell che già troviamo in Cuori fanatici. Il giovane uomo senza qualità, perché le possiede tutte, ma non sa che farsene. Il bambino abbandonato, cresciuto senza amore, per cui «la smania di successo non è che la forma larvale dei suoi desideri»: sarà in grado di identificarli e poi soddisfarli solo attraverso il riconoscimento sociale. Solo dopo aver ottenuto questo surrogato dell’amore materno e paterno potrà avvicinarsi a capire ciò che vuole, chi è. «Per i giovani come Quell, il successo non è un traguardo, bensì una condizione preliminare, una forma di innocenza, è come l’ossigeno che respirano e non si accorgono di respirare».

Attorno alla casa editrice inizierà a gravitare anche Sheila, modella afroamericana tanto bella quanto intelligente, la cui sorprendente bellezza sembra però precluderle ogni umana comprensione. Insieme a loro, nella storia di questo autore che ama gli affreschi corali, si affollano numerosi altri personaggi: residuati degli anni di piombo, coppie «cementate dalla morte dell’amore», coppie moderne che s’illudono che amare non voglia dire anche aver bisogno dell’altro, donne indipendenti dagli altri e perfino da sé stesse, giovani eteree che camminano con un’incredibile leggerezza perché la vita per loro non ha abbastanza forza di attrazione.

Tanti orfani alla ricerca febbrile di sé stessi, che nel desiderio sperano di definirsi. Ma il desiderio, nella Milano degli anni Ottanta, non è che una bolla speculativa.

Passando da una sontuosa festa da ballo nello stile di un romanzo ottocentesco, in cui tutti i destini si sparigliano, alle atmosfere metalliche e siderali di una ex fabbrica occupata, dove pare quasi di immergersi in una fucina della compagnia teatrale catalana Fura dels Baus, l’autore, nell’ormai consueto alternarsi di narrazione e divagazione, descrizione e speculazione, riflette su un luogo dove «si crea la realtà spinti dal desiderio di capirla».

Una città dove candide navette aziendali trasportano ora «gente cotta dalla fatica nel bianco latte della mattina», dove «si lavora sodo tutta una vita per diventare un assoluto cliché», dove i bambini vengono «allattati in televisione, svezzati e sverginati».

Una «città morta e minerale», resa viva soltanto dalla ricerca di una ragione che re nda tollerabile l’esistenza. «La ricerca è ragionevole, ma la ragione non lo è quasi mai» constata Albinati. E il desiderio è sempre deviazione, a meno che non sia amore.

Desideri deviati

Edoardo Albinati

Rizzoli, Milano, pagg. 416, € 20

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